“Buonasera nonno”, di Carolina De Vivo, III E

Ho deciso di raccontare a storia di mio nonno paterno, Camillo De Vivo, che non ho conosciuto. Le fonti principali per questa narrazione sono stati i racconti di mia zia Teresa e le foto che conserva. La storia di mio nonno comincia nel pieno della prima guerra mondiale.

Nacque ad Angri il 6 gennaio 1917, settimo di sette figli (aveva altri due fratelli e quattro sorelle maggiori) e, a causa degli eventi che la vita gli riservò, diventò uomo molto presto.

Il nonno in prima elementare nella Villa comunale di Angri nel 1923, bianco e nero, 11,5 cm x 17,8 cm.

A sei anni, cominciò a frequentare la scuola elementare ai Salesiani e, come si può vedere in questa foto in bianco e nero, scattata alla Villa comunale di Angri, era il bambino in prima fila, il quarto partendo da destra ai piedi dell’insegnante. La foto fu scattata dallo “Foto Annunziata”, come riporta un timbro in alto sulla destra ed è un totale del gruppo in un campo medio. Da come era vestito, si può capire che mio nonno proveniva da una famiglia benestante, infatti, suo padre era il direttore delle poste di Angri e sua madre era un’insegnante.
La classe, ripresa in un esterno è al centro della foto e assume la forma di una piramide tronca, appoggiata al grande tronco di un albero che fa da asse alla composizione.
I bambini, numerosissimi (ne conto 44), sono disposti in cinque file; solo quelli in prima fila siedono a gambe incrociate mentre gli altri sono in piedi, disposti sicuramente su di una pedana a gradini.
Al centro, si vede il maestro seduto e ben vestito con cappello, cappotto cinturato che lascia intravedere giacca, camicia e cravatta.
Nessuno sorride e soprattutto i bambini fissano seri, a volte corrucciati, l’obiettivo. Mio nonno mi sembra quello vestito meglio, con l’abito alla marinaretto che dalla fine dell’800 era molto diffuso tra i bambini benestanti. Gli altri indossano cappottini, alcuni con le maniche troppo corte e i bottoni mancanti. Nessuno indossa il grembiule e non c’è in questa foto quell’atmosfera quasi militare che caratterizzerà il periodo fascista, in quegli anni appena agli inizi.
Le Scuole Salesiane, fondate da Don Giovanni Bosco nella metà dell’800, avevano una grande tradizione in Italia ed erano nate con l’intento di sviluppare l’istruzione professionale senza mai perdere di vista anche la formazione umanistica dell’allievo, riservando particolare attenzione per le classi meno ricche. Purtroppo all’età di soli tredici anni mio nonno si ritrovò orfano di entrambi i genitori, (il padre morto di infarto e la madre di broncopolmonite) e, dato che le sorelle e i fratelli non lo potevano tenere, andò in un collegio dove scelse come indirizzo di studi, il liceo classico. Lì, mi racconta mia zia, all’inizio aspettava sempre con ansia le visite dei familiari; una volta ambientatosi quelle visite gli facevano piacere, ma viveva con serenità la vita in collegio.

A proposito di scuola, mi è sembrato interessante questo video che ripercorre la storia dell’istituzione scolastica in Italia dalla meta del 1800

Successivamente, dopo il collegio, frequentò la scuola militare di Modena. Mia zia mi ha detto che nonostante le regole in accademia fossero severissime, mio nonno non si era mai lamentato.

Camillo (mio nonno) a Modena durante un addestramento militare con i suoi compagni di reparto, 1940, bianco e nero, 9,1 cm x 13,5 cm.
 

Al termine dell’accademia militare, mio nonno si arruolò nell’esercito. In questa foto, scattata a Modena durante un’esercitazione militare, è il primo partendo da destra, in prima fila. Affianco a lui si trovavano i suoi compagni di reparto. La foto, in bianco e nero, venne stampata su una cartolina e spedita, da mio nonno, alle sue sorelle.

Nella sua famiglia, non fu l’unico ad intraprendere la carriera militare, infatti suo fratello maggiore, mio zio Giulio, qualche anno prima, era diventato un ufficiale medico. Proprio lui, nel 1935, fu mandato a Dessiè, in Abissinia, per un sopralluogo militare. In quell’anno la politica estera del fascismo cambiò e la svolta ci fu con l’occupazione dell’Etiopia che mise l’Italia in contrasto con le potenze occidentali democratiche. La guerra di Etiopia fu una guerra breve (1935-1936) e crudele, condotta solo per motivi di propaganda e prestigio. Come si vede in questo video dell’Istituto Luce, il regime voleva far apparire questo conflitto come una guerra non di conquista ma di liberazione

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mio zio Giulio e un collega a Dessiè, in Abissinia, durane un sopralluogo militare, 1935; foto in bianco e nero, 13 cm x 8,7 cm.

Quando l’Italia entrò nella seconda guerra mondiale, il dieci giugno 1940, mio nonno, essendo militare, fu mandato in Africa a capo di un gruppo.

Lì però noi italiani fummo sconfitti dagli inglesi e quindi tutti i nostri militari presenti furono catturati. Mio nonno venne portato in prigionia in India, dove ci rimase per tutto il resto della guerra. Questo video mostra la battaglia in cui gli eserciti italo-tedeschi furono sconfitti dalle truppe inglesi.

Il nonno fu fortunato per due aspetti: il primo perché, stando in prigionia degli inglesi, mio nonno non visse del tutto l’esperienza della guerra (bombardamenti ecc.) e il secondo perché, alla fine della guerra, quando tornò a casa raccontava che gli inglesi trattavano bene i prigionieri, solamente ogni tanto capitava che ne prendessero alcuni e li fucilassero e fortunatamente non toccò mai a lui.

Al termine della guerra, nel 1944, mio nonno tornò in Italia (molto più taciturno di quanto non lo fosse già). Nel 1945, a Castellamare conobbe quella che poi sarebbe diventata sua moglie: Maria Antonietta Avino. I due venivano soprannominati “Titello” e “Titella” dato il loro legame molto stretto. Dopo una serie di incomprensioni, che portarono prima ad un allontanamento e poi ad un riavvicinamento dei due, il 3 luglio 1949 mio nonno sposò mia nonna. Nell’anno successivo, nel 1950, diventò padre: nacque infatti la mia prima zia, Rosa, e a distanza di due anni nacque nel 1952 l’altra mia zia, Teresa. Mio zio Pasquale nacque nel 1954.

mio nonno, sua moglie e i loro primi tre figli (Rosa, Teresa e Pasquale); Capo Miseno agosto 1955. Foto in bianco e nero, 8,8 cm x 12,5 cm.
 

Mia zia Teresa mi ha raccontato di quando andavano al mare a Capo Miseno. Questa foto è stata scattata proprio lì, nel 1955, nel lido riservato ai militari. La zia mi ha spiegato che se eri figlio di un militare avevi un pulmino riservato che ti portava lì. In questa bella foto, sullo sfondo del promontorio di Capo Miseno, c’è il gruppo di famiglia: al centro si trovano mio nonno e mia nonna e tra le braccia di lui, mia zia Rosa. Il bambino in primo piano è mio zio Pasquale mentre sulla sinistra c’è zia Teresa.

i miei tre zii, nella casa dei loro nonni, in via Enrico Alvino (Napoli), 24 dicembre 1960, bianco e nero, 14,7 cm x 10,3 cm.

Questa foto che ho deciso di inserire risale al ventiquattro dicembre 1960, un anno prima della nascita di mio padre, Davide.

In questa foto si vedono i miei tre zii, Teresa in basso a destra, vicino a lei Pasquale e Rosa dall’altro lato. Mio zio poiché guarda in alto, probabilmente attratto dalla stella sulla punta dell’albero di Natale dietro di lui, sembra un angioletto.

In questa foto in bianco e nero oltre ai tre bambini si osservano tutti i regali che quel Natale avevano ricevuto. Si notano due grandi bambole ancora in porcellana, ma la batteria mi sembra un regalo “modernissimo”! I miei zii descrivono quel momento come magico, pieno di regali e di sorprese. In quegli anni l’Italia viveva il boom economico e il benessere cominciava ad entrare in tutte le case degli italiani.

Nel 1961, nello stesso giorno di suo padre (sei gennaio), nacque il mio: Davide De Vivo, il più piccolo dei quattro figli. Fu un giorno molto felice e allegro.

Mio padre, Davide a circa sette mesi, in braccio alla madre, Napoli 1961

Mio nonno visse il resto della sua vita felice. Era un uomo silenzioso, che aveva imparato ad apprezzare la semplicità delle cose, anche delle più piccole. Fu sempre molto legato alla famiglia e i miei zii e mio padre mi raccontano che aveva l’abitudine di dire “Buondì” ogni mattina e “Buonasera” ogni volta che si accedeva la prima luce in casa. Per questo ho deciso di intitolare la narrazione con un saluto al nonno ( Buondì mi sembrava richiamasse il nome della nota merendina!)

Ci ha lasciati nel 2009, ma tutti abbiamo un ricordo di lui come di una bravissima persona.

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