Raccontare e raccontarsi includendo i conflitti. Possibile?

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I temi dell’incontro di lunedì 8 aprile con le insegnanti erano stati annunciati in un post sulla pagina FB del gruppo Sguardi e Storie: si è parlato infatti di uso di fonti e memorie di famiglia per “fare” racconto, storia e letteratura e per riconciliarsi con la famiglia, con alcuni dei propri cari e la propria storia, ma anche … con se stessi. Nel discuterne con le insegnanti si è considerata l’opportunità di far riflettere i ragazzi sul fatto che le fonti fotografiche o filmiche di famiglia, i racconti relativi agli eventi famigliari escludano molte “zone d’ombra”. Come per l’inquadratura e la messa in scena nella realizzazione di una fotografia, o di un film, così nella scrittura e nei racconti autobiografici e di famiglia c’è sempre un punto di vista che include ed esclude, tra visibile e invisibile, e spesso quello che si esclude è il conflitto.

Considerando le narrazioni finora realizzate dagli alunni, alcune particolarmente efficaci e interessanti come testimonianze di memoria, si è constatato come il dolore, le circostanze tragiche e le difficoltà della vita effettivamente non siano stati negati nel raccontare soprattutto gli eventi più lontani dal vissuto dei ragazzi, come le storie relative alla guerra e al dopoguerra, con nonni e bisnonni protagonisti. Però, quasi mai emergono i conflitti. Invisibile nei racconti di famiglia restano i conflitti, i litigi, le incomprensioni, le violenze (di vario grado) consumate anche nelle famiglie più “insospettabili” (tra parenti, tra genitori e figli, tra fratelli, cugini, amici, colleghi …).

Già lo storico e sociologo Pierre Sorlin ha sottolineato questo aspetto, questa difficoltà o mancanza nel racconto storico nelle scuole: come far comprendere i conflitti ai ragazzi, come farli esercitare per risolverli, o per provarci, a partire dalla propria esperienza quotidiana? Lui ha indicato, a tal fine, più che lo studio della storia, il teatro come attività didattica più efficace alla messa in scena, quindi alla comprensione dei conflitti, rispetto allo studio stesso della storia, o all’uso delle immagini, delle fotografie come del cinema (qui il link al volume, Schermi di pace, a cura M. Bertozzi, pubblicato nel 2005 negli Annali dell’Archivio audiovisivo del movimento operaio e democratico, che contiene il saggio dove esprime queste sue considerazioni).

Si è passati dunque a fare esempi di “narrazioni di famiglia” diverse, sia per forme, sia per linguaggi, sia per intenti.

In Piccola città, una storia comune di eroina, della storica, autrice di programmi televisivi e documentarista Vanessa Roghi, fotografie, racconto intimo e autobiografico, ricordi, ricerca storica, uso delle fonti e dei ricordi privati oltre che pubblici si intrecciano con rara efficacia per ricostruire anche un fenomeno storico, sociale, politico, umano, nonché economico tuttora poco indagato. Qui una interessante recensione al volume.

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Vanessa Roghi in un post sul proprio profilo FB racconta l’esperienza di presentazione del suo libro in un carcere e scrive:

“Vado a parlare del mio lavoro di storica. Lo faccio a partire da Piccola città che è la storia di una figlia e di un padre, negli anni settanta e ottanta del 900. E’ la storia di un’assenza, di una distanza, della necessità di capire, della difficoltà di non voler giudicare né esprimere un giudizio.
Il mestiere del giudice e quello dello storico hanno elementi in comune, il concetto di prova riguarda entrambi, così come quello di fonte, non dovrebbe riguardare lo storico il giudizio, ma lo riguarda l’indizio. Di queste cose abbiamo parlato in carcere così come degli elementi che servono per raccontare la storia, propria quella degli altri.
Ne abbiamo individuati quattro:

il punto di partenza
il percorso
gli altri
la scelta. 

Uno solo non basta. Ma molti uno solo ne usano. La storia non serve ad altro che a indicare un metodo, per il resto, per la consolatoria idea che serva a non ripetere gli errori ho guardato tutti negli occhi e ho domandato: ma guardate dove siamo? se fosse come dite voi dopo l’omicidio di Abele sarebbe andato tutto liscio…”.

La scelta, potremmo aggiungere, di individuare e raccontare, senza giudicare (possibile?), anche i conflitti…

Molti sono i casi di autrici e autori di storie di famiglia pubblicate in proprio, o realizzate solo per essere fruite in ambito famigliare. Si tratta di nonni, zii, figli che vogliono ricordare i propri cari, la propria storia privata che si intreccia con quella pubblica, attraverso le fonti di famiglia più varie (lettere, diari, fotografie, testimonianze orali, ricordi personali). Spesso sono ricostruzioni edificanti, di passaggio del testimone per quanto riguarda valori, mentalità, scelte di vita, all’interno della comunità famigliare. Durante il corso abbiamo avuto la testimonianza di Umberto Mandara, abbiamo incontrato i testi di Maria Teresa Perone, di alcune professoresse, tra cui Valeria De Laurentiis, che da anni partecipa a un laboratorio di scrittura autobiografica, inoltre di un fan del progetto, scrittore e storico “amatoriale”  appassionato quale Domenico Borsella. Abbiamo iniziato ad ospitare anche i racconti di persone esterne alla scuola (nella sezione racconti ospiti del sito).

Abbiamo, in questo incontro, constatato come la letteratura autobiografica, a partire da quella di Annie Ernaux e Rosetta Loy, si intrecci con la storia senza trascurare i conflitti, nel raccontare storie personali e di famiglia, ma cercando “la giusta distanza” per proporli secondo uno stile e delle modalità in cui le scelte “tecniche” narrative (per esempio il modo di raccontare i fatti della Ernaux in terza persona, come ha fatto notare Valeria De Laurentiis) possano aiutare a svelare.

Abbiamo quindi visto il film di Alina Marazzi, Un’ora sola ti vorrei, del 2002, in cui il racconto di ricostruzione della vita della mamma della regista e della sua famiglia diventa letteratura per il linguaggio specifico che usa nel mettere in scena i film dell’archivio di famiglia ritrovati, anzi scoperti. A questo link un’intervista alla regista che spiega l’urgenza e le scelte del film. Nel film, al di là dei suoi intenti più generali ed emozionali, emergono i conflitti, nemmeno tanto sotto traccia, tra una figlia e la madre, tra la figlia e il padre, tra la protagonista e i suoi figli, nonché i conflitti interiori della protagonista.

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Il film e le sue modalità di raccontare hanno colpito le insegnanti che hanno iniziato a ricordare e a fare esempi anche di proprie esperienze difficili, nonché di quelli di persone a loro care.  

Certamente è stato ed è importante per i ragazzi e le loro famiglie salvaguardare le proprie memorie, conoscere le storie relative ad alcune persone delle loro famiglie,  attraverso le fonti private e non solo, immaginarle e trasfigurarle con la fantasia. Quindi identificarsi con i parenti/protagonisti, riconoscerli come modelli, punti di riferimento, e conoscere anche grazie alle loro vicende la storia che debbono studiare sui manuali. Sentirsi quindi parte di una famiglia più vasta di quella conosciuta forse finora, consolidando un senso di appartenenza… ma si è constatato che forse bisognerebbe provare anche ad andare oltre, quanto meno stimolando delle riflessioni a partire dalle storie quotidiane che riguardano i ragazzi, ogni volta che un episodio conflittuale modifica non solo le loro emozioni, ma la loro stessa identità e il loro approccio con la realtà che li circonda e la società in cui vivono.

Durante l’incontro si è quindi riflettuto sulla possibilità, nella prossima edizione dell’iniziativa, di provare a realizzare un gemellaggio invitando a partecipare al Progetto Sguardi e Storie per esempio i ragazzi del carcere di Nisida, oppure scuole di periferia a Napoli, dove i ragazzi e le loro famiglie sicuramente vivono realtà e hanno alle spalle storie ben diverse dalla maggior parte di quelle emerse dai racconti della scuola Viale delle Acacie al Vomero. Alcune insegnanti hanno per esempio raccontato le loro esperienze educative e didattiche precedenti, in scuole frequentate da figli di camorristi, di comuni delinquenti, da ragazzi poveri e disadattati i cui modelli di vita hanno finito per essere soprattutto quelli delle fiction come Gomorra. Ne è nata una discussione sugli intenti e l’opera di Roberto Saviano, non conclusa, che forse meriterebbe un approfondimento anche diretto con l’autore.

Si è infine ricordato che sarà opportuno iniziare a far svolgere ai ragazzi l’ “esercizio” conclusivo, la cui traccia, con domande mirate a cui rispondere, è stata pubblicata nel precedente report.

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