Una FREDDA guerra… , di Matteo Vitale, III A

Quella che vi voglio raccontare è la storia del mio bisnonno materno. Ho trovato nei cassetti di un armadio dei miei nonni tanti ricordi… fotografie, lettere, cappelli e divise, giochi di altri tempi… Quello che mi ha più colpito è stato il racconto sulla vita del mio bisnonno Sabatino e della sua partecipazione alla Seconda Guerra Mondiale.

Si chiamava Sabatino Manfredi ed era nato il 23 gennaio del 1917, era il terzo di sei figli e i suoi genitori si chiamavano Amalia e Egidio (nome che poi fu dato al mio nonno materno, suo secondogenito).

FOTO 1

Il mio bisnonno, 1954, 10 cm x 15 cm

Eccolo qui, ritratto in una bella foto in primo piano in una occasione ufficiale. Sulla divisa sono visibili i simboli delle Campagne a cui prese parte, nonché i gradi.

Il suo papà morì molto presto e, a quei tempi, nelle famiglie così numerose, toccava ai figli maschi farsi carico della mamma e delle sorelle. Fu così che essendo il primo figlio maschio fu subito iniziato alla leva militare e, appena raggiunta la maggiore età si arruolò nell’esercito Italiano, siamo nel 1935.

Soltanto 5 anni dopo, ahimè, l’Italia entrò in guerra, nell’ambito del Secondo Conflitto Mondiale. Il mio bisnonno era arruolato nella sezione dell’Artiglieria Pesante e faceva parte delle truppe che si muovevano sui carri armati (i Panzer). Ebbe il suo battesimo di fuoco con la Campagna dei Balcani, prendendo parte all’invasione della Jugoslavia. Si registrò una vittoria per l’Asse e si spianò la strada per l’avanzata verso la Russia. Partirono dalle basi in Albania, a Zara e in Istria e scesero a mano a mano nel territorio del Regno di Jugoslavia con divisioni di fanteria, motorizzate e corazzate. Il mio bisnonno si occupava anche degli approvvigionamenti e quindi doveva procurare beni di primissima necessità e derrate alimentari per la sezione a cui era stato affidato.

Dopo poco, ebbe inizio la Campagna di Russia. Qui il racconto si fa più duro: raccontava di grandi sofferenze dovute al freddo, alla mancanza di viveri, alla perdita di tanti commilitoni ormai diventati suoi amici. L’evento più drammatico corrisponde al racconto della Battaglia soprannominata della “Sacca del Don”. È il 26 gennaio del 1943 e mentre il grande inverno russo sferza le truppe, le residue forze dell’Asse cercano caoticamente di ripiegare nella parte meridionale del fronte orientale, a seguito del crollo del fronte sul fiume Don. Gli ultimi resti delle forze italo-tedesche-ungheresi, si trovano a dover affrontare alcuni reparti dell’Armata Rossa che si era stabilita nella cittadina di Nikolaevka per impedire la loro fuga. Di fatto, si ritrovarono accerchiati nella cosiddetta Sacca del Don.

 Il mio bisnonno Sabatino, insieme ad altri commilitoni che lo aiutarono nell’impresa, riuscì a salvare molti soldati, nonché il suo capitano, svuotando i camion che erano destinati al trasporto di viveri, armi, benzina e altri mezzi di sostentamento e riempiendoli di uomini, permettendogli in questo modo di superare l’accerchiamento e sfuggire a morte certa. In quella battaglia persero la vita 3.000 soldati, ma se ne salvarono in questo modo più del doppio.

Riuscito a sopravvivere a questa atroce esperienza, che lo segnò per sempre, rientrò in Patria e fu mandato prima a Bologna, poi a Firenze. In questo periodo andava e veniva da Napoli con il treno, che allora ci metteva tantissimo tempo a compiere i tragitti.

Ebbe anche la fortuna di incontrare l’amore della sua vita nella sua città natale e dopo un lungo fidanzamento, rigorosamente “in casa” (non poteva uscire da solo con la fidanzata, ma sempre accompagnato dalla mamma di lei!!!) finalmente il 5 gennaio del 1948 si sposò con la mia bisnonna Immacolata Esposito (per noi tutti in famiglia, Titina). Nel 1951 e nel 1954 ebbero due figli maschi il primo, Pio, il secondo Egidio, che poi sarebbe diventato papà della mia mamma.

FOTO 2

Titina a Napoli, 1945, 12 cm x 18 cm

Ecco la giovane Immacolata, è il 1945, ritratta a via Toledo nei pressi dell’edificio storico del Banco di Napoli, con alle spalle un gruppo di militari. Era normale, in quegli anni, vedere soldati per le strade delle città.

FOTO 3

Titina e suo figlio Pio, Napoli, 1949, 10 cm x 15 cm

Ed eccola sfoggiare con orgoglio il suo primogenito.

Quando finalmente fu definitivamente stanziato a Napoli, faceva parte della 10° SEZIONE O.R.M.E. Officina Riparazioni Mezzi Esercito come Furiere cioè addetto al controllo anche amministrativo dei pezzi di ricambio dei mezzi e delle derrate alimentari per la sezione.

FOTO 4

Sabatino in caserma con i suoi Commilitoni, 1962, 12 cm x 12 cm

Eccolo qui in una foto degli anni sessanta che lo ritrae in Caserma coi suoi commilitoni.

Andò in pensione nel 1978 e fu congedato con la Medaglia a Croce alla carriera militare con il Titolo di Aiutante Maresciallo Maggiore con l’onorificenza di Cavaliere della Repubblica datagli dall’allora Presidente Pertini.

Mia mamma mi racconta che era un ottimo cuoco, un papà, un nonno e un marito affettuosissimo, rigido nelle regole ma estremamente legato ai suoi affetti, forse proprio perché aveva rischiato più e più volte di perderli o di non avere la possibilità di avere una famiglia tutta sua.

Un aneddoto che da sempre accompagna il ricordo del mio bisnonno è che ogni volta che la famiglia si riuniva a casa sua per il Natale, la Pasqua o altre ricorrenze…si diceva che lui cucinasse “per un reggimento”, ma senza mai sprecare neppure una briciola!!! Forse proprio perché quel suo dover sostentare e procurare cibo per i suoi compagni di guerra lo aveva profondamente coinvolto.

Purtroppo non ho avuto la possibilità di conoscerlo perché è morto prima che io nascessi, il 2 novembre del 1997, ma in compenso eccomi qui in una bella foto del 3 novembre 2005, che mi ritrae appena nato accanto alla mia ormai novantenne bisnonna Titina, sua moglie, visibilmente euforica, molto orgogliosa ed emozionata per l’arrivo del suo primo pronipote.

FOTO 5

Io e la mia bisnonna; 3 novembre 2005, 9 cm x 16 cm

La nostra A!, di Filippo Greco e Francesca di Scala, III A

Salve a tutti, siamo Filippo e Francesca! Oggi vi racconteremo una storia molto speciale, quella della nostra classe, la III A.  Siamo sempre stati uniti, sia nel bene sia nel male, ed è per questo che non dimenticheremo mai la nostra classe. All’inizio eravamo tutti spaventati, dopotutto relazionarsi con persone nuove non è facile; però dopo i primi mesi ci siamo tutti ambientati alla perfezione (o così sembrava). E quindi eccoci subito pronti per la nostra prima uscita insieme, a Montecorvino!

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Dopo un po’di tempo, i legami formatisi in prima si sono rafforzati; ormai si iniziavano a formare le cosiddette (chiamate così dalla nostra insegnante di italiano a cui va un saluto speciale) “capannelle” ma dopotutto è normale, o no? Veramente è possibile essere tutti uniti? Per quanto possa essere bello, a nostro parere, è solo un sogno irrealizzabile, ma chissà magari un giorno… Adesso però lasciamo stare e passiamo ad altro, ricordiamo con emozione la visita all’Anfiteatro Campano dove, oltre alla bellezza del luogo, abbiamo assistito a incursioni teatrali che avevano lo scopo di farci capire i diritti dell’uomo, soprattutto quello alla libertà, anche se, diciamocelo, eravamo ancora troppo immaturi e per molti quella uscita era un bel modo per saltare le lezioni.

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La cosa che ci univa di più a quei tempi erano le feste; avere un momento al di fuori della scuola dove poter interagire con gli altri, ovviamente aiutava la socializzazione, ma una cosa che non riusciamo a non fare guardando queste foto è… ridere, ridere spensierati, pensando alle poche, se non nulle preoccupazioni, che avevamo, dopotutto pensiamo che ridere guardando una foto del genere sia più sano di qualunque medicina anche perché eravamo troppo carini.

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Alla fine dell’anno, purtroppo, abbiamo salutato alcune delle nostre care professoresse che andavano in pensione; a quei tempi un evento del genere ci sconvolse completamente, non sapevamo come sarebbero stati i nostri nuovi insegnanti e questo ci spaventava a morte; però poi siamo riusciti a farci forza grazie alle parole incoraggianti delle nostre prof, soprattutto ricordiamo le parole calde e affettuose della professoressa Mangraviti (a cui tutti noi facciamo un caloroso saluto) che dicendoci che la nuova professoressa sarebbe stata in gamba quanto lei, ed aveva ragione, (un saluto anche a lei cara prof.) ci fece passare ogni paura, ed è per questo che una delle poche foto che abbiamo con lei la custodiamo con gelosia.

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Un pensiero speciale rivolgiamo anche alla nostra carissima professoressa Spanò (che ovviamente salutiamo con affetto) che ci ha introdotti alle scuole medie con una gentilezza e tranquillità, doti che appartengono solo a lei. Il nuovo anno di scuola media iniziava con un grande vuoto… tornati dalle vacanze estive non sapevamo cosa ci aspettasse. Ovviamente, essendo più duro del precedente, il secondo anno  richiese un impegno maggiore nello studio ma questo non ci ha impedito di far germogliare i rapporti creati l’anno precedente, anzi avere una persona per noi speciale su cui contare era essenziale per non sprofondare nella solitudine, come è accaduto a molti di noi, per esempio alle nostre compagne.

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Adesso volevamo riprendere il discorso della classe perfetta, unita, senza litigi: psicologicamente è impossibile che questa perfezione si realizzi in quanto su una quantità indeterminata di personalità, necessariamente almeno due o più saranno in contrasto; ma superiamo i limiti della realtà ed immaginiamo una classe del genere, voi ci vorreste stare? Bella domanda, ma io credo proprio di no, una caratteristica principale di noi umani è quella di cambiare personalità per piacere alle persona e vi sfidiamo a incontrare qualcuno che non lo faccia, noi stessi  ammettiamo di essere così, ma è come una caratteristica genetica alla quale non possiamo opporci, quella (da noi chiamata) “riscrizione” cambia ogni parte della nostra personalità; quindi in questa classe perfetta più che essere tutti d’accordo dovevamo essere tutti uguali, tutti colpiti dalla “riscrizione” allo stesso modo, per questo era difficile essere in una classe del genere. E finalmente siamo arrivati all’ultima tappa del nostro viaggio, la terza media. Inutile ripetere, come già detto, che la difficoltà nello studio sono aumentate di anno in anno, ma una cosa importante da dire è che tutti noi siamo maturati molto, talmente tanto da poter finalmente comprendere un attività simile a quella dell’anfiteatro in prima media o alle Giornate FAI d’Autunno, un progetto grazie a cui abbiamo avuto l’occasione di parlare (ma soprattutto capire di che parlavamo) del Palazzo Borsa. E’ stata un’occasione unica per tutti noi che ci ha fatto capire che eravamo abbastanza responsabili da poter fare da guide senza alcun problema (escluso il perdersi) e senza farsi prendere dal panico di fronte a ragazzi della nostra età o più grandi. E quando ci siamo esibiti al San Carlo, in occasione della manifestazione finale del progetto di musica, abbiamo capito la grande opportunità che ci dava la scuola… ci siamo sentiti importanti. Finalmente eravamo cresciuti, sia dentro che fuori.

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Tra poco finirà la nostra esperienza nella scuola media, e tracciando un bilancio, possiamo dire quello che la nostra classe è adesso: semplicemente dei ragazzi, senza alcuna caratteristica rilevante, ma quello che ci differenzia dagli altri è l’essere riusciti a trasformare questa mancanza di particolarità nella particolarità stessa, quello che vogliamo dire, quello che pensiamo davvero dal profondo del cuore è che una classe come questa è impossibile da dimenticare tanto quanto lo è da ritrovare…

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…abbiamo capito che le difficoltà iniziali ci hanno aiutato a crescere. Prima di concludere il nostro racconto vogliamo salutare e ringraziare tutti i nostri professori che ci hanno trasmesso, non solo tante conoscenze, ma anche valori e idee fondamentali per il nostro futuro: prof. Buccino, Minervino, Mirra, Oriolo, De Luca, De Pasquale, De Rosa, Negrini, Ferraro, Iaccarino, Mangraviti, Spanò, Mazzotti. Vi salutiamo con tanto affetto!!! Ma principalmente vogliamo ringraziare i nostri compagni, poiché è solo grazie a loro se adesso siamo così,

 GRAZIE MILLE III A!!!

Da Sguardi e storie a Foto Educa. Appunti per la didattica con le fonti audiovisive, di Valeria De Laurentiis

visioni dalla storia

Pubblichiamo, da Luce per la Didattica, il saggio della professoressa Valeria De Laurentiis sul progetto Sguardi e Storie, in corso da due anni alla Scuola Media Statale Viale delle Acacie a Napoli, e sulle prime sperimentazionidel progetto FOTO EDUCA anche per le scuole elementari primarie. Le riflessioni della docente aprono nuovo prospettive per le metodologie dell’insegnamento con le fonti fotografiche e audiovisive intrecciate ad altre fonti e ad altri linguaggi. (LC)

Da Luce per la Didattica

“Non colui che ignora l’alfabeto, bensì colui
che ignora la fotografia, -è stato detto-, sarà
l’analfabeta del futuro”. Ma un fotografo che
non sa leggere le proprie immagini non è forse
meno di un analfabeta?

Walter Benjamin, Piccola storia della fotografia (1955)

Sul sito FOTOEDUCA il progetto: Napoli, villa Floridiana.

In questa foto panoramica, scattata da Vittoria, una mia alunna tredicenne, con il suo smartphone, sono rappresentata io, insegnante di una…

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Per sempre, di Laura Capone, III E

Ho deciso di costruire la mia narrazione raccontando del matrimonio dei miei nonni materni e di quello dei miei genitori. In realtà dietro questa scelta c’è un motivo più profondo e personale. I miei genitori si sono separati due anni fa ed è stato difficile per me affrontare questo cambiamento. Confrontando questi due matrimoni voglio mettere in risalto la solidità delle unioni di una volta e il mio desiderio che un amore duri per sempre.

I miei nonni materni, Aldo Spina e Silvana Angelino, sono nati a Napoli, rispettivamente nel 1942 e nel 1944. Il nonno ha lavorato fin da piccolo nel negozio di abbigliamento del padre che, alla sua morte per un cancro ai polmoni, lasciò in eredità al figlio questa attività. Mia nonna invece ha lavorato per alcuni anni al Centro Direzionale di Napoli.

Aldo e Silvana si fidanzarono nel 1964. Erano innamoratissimi, inseparabili e certi di aver trovato incontrandosi l’amore di una vita.

Silvana e Aldo, Chiesa di Sant’Antonio a Posillipo, Napoli 4 settembre 1969 (cm 36 x 24)

Si sposarono il 4 settembre del 1969. Questa prima foto, a colori, fa parte dell’album fotografico che mia nonna conserva con cura.

Il matrimonio si svolse nella bella chiesa di Sant’Antonio a Posillipo, in una delle zone più panoramiche della città. Qui gli sposi sono rappresentati a figura intera: la nonna guarda in macchina mentre il nonno sposta lo sguardo a sinistra. Sono in chiesa e attendono il momento dello scambio delle fedi. Sullo sfondo si vedono gli invitati alla cerimonia.

Silvana e Aldo, Chiesa di Sant’Antonio a Posillipo, Napoli 4 settembre 1969

In questa seconda foto ci sono i miei nonni ritratti in piano americano sorridenti, mentre tagliano la torta nuziale. Non tutti in quegli anni organizzavano un ricevimento in un locale; i miei nonni preferirono, dopo la cerimonia religiosa, accogliere gli invitati in alcuni locali della chiesa dove tagliarono la torta e scattarono alcune foto con gli invitati. Si concessero invece un breve viaggio di nozze in Italia.

In questa come nell’altra foto, si possono notare i vestiti degli sposi. La nonna indossava un abito molto semplice, estivo in seta bianca, e un cappello. Lei adora truccarsi, infatti nella foto si intravede l’ombretto color azzurro, secondo la moda del tempo che suggeriva colori vivaci. Il vestito dello sposo è quello classico.

Sono una coppia molto unita ancora oggi; il loro amore è indescrivibile. Prima si dava molta importanza al matrimonio e la separazione era poco frequente.

La legge sul divorzio fu introdotta in Italia il 10 dicembre del 1970 sostenuta dai partiti di di sinistra mentre era osteggiata dai democristiani, dalla destra e da altre forze politiche di quell’area. La polemica infuriò subito e anche gli italiani erano divisi su questa questione: soprattutto tra i cattolici (quindi la maggioranza della popolazione) era una questione molto sentita per l’indissolubilità del vincolo matrimoniale ritenuto inviolabile dalla Chiesa. Fu indetto un referendum per l’abrogazione della legge, il 12 e il 13 maggio del 1974, e gli italiani votarono per il permanere della legge sul divorzio. Nel sito Fare gli italiani, curato dall’Istituto Luce, ci sono video molto interessanti sia sulla legge che sul referendum.

Per il referendum ci fu una grande propaganda anche attraverso la televisione, che coinvolse pure personaggi dello spettacolo a favore di uno schieramento o dell’altro.

Questa legge è sicuramente un importante diritto civile conquistato ma penso che abbia modificato molto la società e mi chiedo se il grande numero di separazioni che ci sono oggi, e che sicuramente dipendono da cambiamenti culturali e sociali più vasti, non siano anche favorite dalla facilità con cui si può sciogliere il legame matrimoniale. Ho l’impressione che mentre ai tempi dei miei nonni un’unione si affrontava con impegno e cercando di farla durare nel tempo, oggi, di fronte ad una crisi, le coppie scelgono nella maggior parte dei casi la separazione senza considerare a fondo le possibilità di una riconciliazione. Forse dietro questa mia osservazione ci sono soprattutto la sofferenza che ho dovuto affrontare per la separazione dei miei genitori e il mio sogno di un amore che sia per sempre, come è per i miei nonni. Magari, con il tempo, cambierò idea.

I miei genitori, Paolo Capone e Giuliana Spina, si sono fidanzati nel 2001. Papà è nato a Pomigliano d’Arco, il 21 febbraio del 1972 e mamma a Napoli, il 21 marzo del 1974. Lui lavora nel campo delle assicurazioni e lei è un’insegnante.

Giuliana e Paolo, Chiesa di San Francesco di Paola, Napoli 3 dicembre 2003 (cm 36 x 24)

Si sono sposati il 3 dicembre del 2003 ed erano contenti della loro scelta. La cerimonia religiosa si è svolta nella Chiesa di San Francesco di Paola, in Piazza Plebiscito. In questa foto, conservata in un album di mamma qui a casa, i miei genitori sono ritratti, in campo medio all’interno della basilica, dopo lo scambio della fede.  

Il vestito della sposa è  di seta, più scollato e completato da un lungo velo; quello dello sposo è il tradizionale abito scuro con giacca e cravatta.

Giuliana e Paolo, Napoli 2003

In questa foto è rappresentato il taglio della torta durante il ricevimento per i parenti. Ci fu poi un’altra grande festa solo per gli amici. E’ un piano americano in cui entrambi appaiono sorridenti davanti alla torta nuziale a tre piani.

Festa con amici, Napoli 2003

In quest’ultima foto invece viene rappresentata la festa dedicata agli amici. C’erano tanti invitati e si divertirono tutti. Si facevano giochi, si ballava, c’era il karaoke. Infatti in quegli anni i festeggiamenti per i matrimoni erano diventati molto più spettacolari.

Qualche giorno dopo i miei genitori partirono per il viaggio di nozze diretti in America.

Mia nonna, “La signora marchesa”, di Vittoria Violante, III E

Non mi sarei mai aspettata di ritrovarmi in questa situazione.

Come ogni anno, il giorno del compleanno di mio nonno, tutta la famiglia si è riunita per un grande pranzo, fino a quando non è arrivato il “momento dei ricordi”. Mi spiego meglio. In questa particolare fase dei festeggiamenti mio nonno recupera alcune fotografie speciali, un po’ rovinate e in bianco e nero, appartenenti al passato: stavolta ha voluto ricordare la nonna. Mai avrei immaginato che il recupero della memoria mi avrebbe poi spinta a raccontarvi la storia di mia nonna paterna, Rosalia Ruggi d’Aragona.

Ricevimento a casa Rispoli, Corso Vittorio Emanuele, Napoli, 1924-1925

Nella foto di gruppo, tratta da un album fotografico, possiamo ammirare un ricevimento in maschera a casa Rispoli, la famiglia materna di mia nonna, cioè la dimora del mio trisavolo Francesco Rispoli, situata a Napoli, in Corso Vittorio Emanuele. Mia nonna non vi appare, probabilmente perché all’epoca troppo piccola. La ripresa fotografica può infatti collocarsi nella prima metà degli anni ’20 del secolo scorso e, per quanto sfocata, consente di intuire un contesto sontuoso, con le pareti ed il soffitto affrescato e illuminazione affidata ad eleganti appliquesi. La famiglia, infatti, apparteneva all’alta borghesia napoletana. Il capostipite, ingegnere, era titolare di un’importante impresa di costruzioni e si occupava di grandi opere, come quella della ristrutturazione del Teatro San Carlo.

Rosalia nacque a Napoli -il 2 luglio 1921 ed è venuta a mancare il 23 dicembre 2013, il giorno del mio ottavo onomastico – da Emma Rispoli ed Enrico Ruggi d’Aragona. Mia nonna per esaudire una promessa fatta a suo padre – il quale, attesa l’assenza di discendenti maschi, non voleva che il proprio ramo familiare perdesse la memoria delle proprie origini – nel 2006 ottenne che i propri figli potessero affiancare a quello paterno il cognome nobiliare Ruggi d’Aragona. È proprio per questa promessa che io oggi porto il cognome “Violante Ruggi d’Aragona”.

La famiglia Ruggi ha origini antichissime. Probabilmente il cognome è derivato dal Rouge bretone o normanno o, forse, da un Roux longobardo. Ciò che è certo è la presenza alle origini dell’albero genealogico familiare di un latinizzato Rugius. Lo stemma originale, talvolta raffigura un leone dorato in banda argentea in uno scudo rosso. È plausibile che si tratti di conquistatori arrivati nel Mezzogiorno d’Italia, che seppero stringere, quali nobili di spada, rapporti con le diverse dinastie, che si succedettero nel governo del territorio. Esistono due rami della famiglia, quello originario di Salerno e uno napoletano, sebbene la questione sia un po’ controversa.

Stemma originale della famiglia Ruggi d’Aragona

A partire dal 1522 la famiglia, che si era distinta nella difesa di Rodi durante l’assalto ottomano, acquisì per concessione dei sovrani di Spagna il titolo di d’Aragona e la legittimazione ad inserire nel proprio stemma i pali gialli e rossi del casato aragonese.

Stemma della famiglia Ruggi d’Aragona dopo il 1522

Inoltre, sembra che i rapporti con il ceppo originario non dovettero mai cessare.

La Repubblica Napoletana del 1799 costituì un evento sconvolgente : alcuni esponenti che vi aderirono pagarono poi con la vita e la privazione del titolo nobiliare questa scelta: altri assunsero una posizione più ambigua, mentre altri ancora rimasero fedeli ai Borbone. Questo episodio glorioso e triste della città di Napoli è raccontato da un famoso romanzo di Enzo Striano, Il resto di niente, da cui sono tratte queste scene di un film molto bello della regista napoletana Antonietta De Lillo.

In quei drammatici eventi si ebbe una frattura interna alla famiglia, che rese i legami molto più confusi, in particolare quelli con il ramo partenopeo, che maggiormente si era esposto. Il ramo napoletano, a cui appartengo, solo dopo l’Unità d’Italia ha ottenuto la riabilitazione, alla stregua di “martiri”, degli avvocati Antonio e Ferdinando che erano coinvolti nella Repubblica Napoletana e la restituzione del titolo di “d’Aragona”.

Nel corso dell’Ottocento l’antica residenza familiare salernitana venne inoltre donata al Comune di Salerno. Tale edificio poi divenne un ospedale, che ancora oggi porta il nome di “San Giovanni di Dio e Ruggi d’Aragona”.

È quindi da una unione tra aristocrazia di derivazione feudale e ricca borghesia cittadina che nacque mia nonna, la cui madre aveva seguito – cosa rarissima per l’epoca – il percorso di studi fino al conseguimento del diploma di scuola media superiore, nonostante il padre le avesse, poi, proibito di impegnarsi nel mondo del lavoro, perché convinto che il lavoro non fosse adatto a una ragazza di buona famiglia.

Emma Rispoli, Studio fotografico Marvuglia, Napoli 1905-1910

Nella foto in bianco e nero è ritratta, in primo piano, la madre di mia nonna, Emma Rispoli. La fotografia fu scattata a Napoli dal fotografo Marvuglia, in via Roma 305. Mi colpisce l’eleganza della cornice con disegni in rilevo a tema floreale.

Ricevimento in casa Rispoli, Via Tarantino, Napoli 1936 (cm 16,5 x 23)

Questa foto, scattata nell’appartamento vomerese di famiglia, risale a quando mia nonna aveva circa quindici anni (1936), sempre in occasione di una festa di Carnevale, come possiamo notare dall’abbigliamento dei presenti. Il contesto è sicuramente meno sontuoso, avendo la famiglia subito nel frattempo notevoli rovesci finanziari. Le persone riconoscibili in questa foto sono solo tre: la mia pro-zia, Vittoria; la sorella di mia nonna, Maria; mia nonna (la ragazza il cui volto, purtroppo, è scarsamente visibile in alto a destra). L’atmosfera che traspare da questa immagine è leggera e gioiosa, come ci si aspetta in una festa in maschera.

Posso, inoltre, aggiungere che nella fotografia sono presenti solo donne, fatta eccezione per un uomo in piedi sulla destra.

Ciò che caratterizza questa fotografia rispetto alla precedente, è che nonostante le vicissitudini, cui ho fatto riferimento, la famiglia non avesse abbandonato le proprie consuetudini. La foto assume più il carattere del “ricordo” personale”, che non quello di rappresentazione di un “evento”.

Come sua madre, anche mia nonna ebbe presto ambizioni culturali e lavorative non comuni in quel periodo per una donna. Infatti Rosalia, dopo aver preso la maturità classica, ottenne di frequentare l’Università, arrivando a conseguire, nel pieno degli eventi bellici, la laurea in lettere che le aprì, poi, le porte del mondo del lavoro in un’epoca in cui ancora limitatissimi erano gli sbocchi consentiti alle donne. A soli 22 anni, cominciò ad insegnare Lettere classiche in una scuola di Sapri, nel 1943 quando dopo lo sbarco degli alleati in Sicilia, fu chiamata per un incarico di pochi mesi. In questo video dell’istituto Luce sono registrati diversi momenti dell’evento che diede inizio alla liberazione del nostro paese.


La lunga carriera di Rosalia l’ha vista in cattedra fino all’età di 67 anni. In verità, mia nonna avrebbe, addirittura, voluto iscriversi a medicina, ma suo padre si oppose fermamente, convinto che il lavoro di medico non si addicesse ad una donna.

Primo piano Rosalia, Napoli, 1941. (cm 8,3 x 13)

Questa foto, in bianco e nero (scattata nel 1941 circa), è un primo piano di mia nonna, all’epoca ventenne, che, in una posa suggerita dal fotografo, guarda verso l’obiettivo della macchina fotografica. Osservandola ho potuto constatare la forte rassomiglianza di mia nonna sia con mia sorella, Alessandra, che con mia zia Piera, mentre nello sguardo ritengo di poter riconoscere alcuni tratti di mio padre Giancarlo.

In occasione delle quattro giornate di Napoli (27 settembre-30 settembre 1943), la nonna diede un importante aiuto ai partigiani. Difatti insieme ad una parente si dedicò alla raccolta ed al trasporto presso il liceo Sannazaro – dove i partigiani stabilirono la loro “base” – di bende e quanto necessario per la cura dei feriti nei combattimenti.

Fu durante questi avvenimenti che Rosalia conobbe Aedo Violante (Napoli 1925-2019), suo futuro sposo. In questo video ci sono interessanti testimonianze di chi ha partecipato alle quattro giornate.

Foto di classe, Liceo Classico Garibaldi, Napoli, 1958-1962 ( cm 12,9 x 17,7)

Come già raccontavo, la nonna era un’insegnante: lei amava insegnare e formare altre giovani menti per indirizzarle verso il proprio futuro. Questa foto, in bianco e nero, venne scattata a Napoli, probabilmente nel liceo classico Garibaldi, tra il 1958 e il 1962 a giudicare dalle acconciature super cotonate e dal modo di vestirsi. Mia nonna è, ovviamente, la donna adulta con il soprabito seduta tra le alunne (una classe evidentemente di sole donne); tutte indossavano, come si usava all’epoca, anche negli istituti superiori, il grembiule.

Dopo aver insegnato per diversi anni al Garibaldi, mia nonna ha insegnato anche al liceo scientifico di Fuorigrotta, per poi chiudere la sua carriera al liceo classico Jacopo Sannazaro.

Quello che mi sembra più opportuno sottolineare è che ancora oggi numerosi ex allievi ne parlano con devozione e rispetto. In particolare una allieva, a sua volta insegnante, poco prima che mia nonna morisse, le inviò, attraverso mia zia, anche lei insegnante, un brillante elaborato scritto da una sua studentessa, dicendo di riferirle “vorrei sapesse che se oggi c’è una studentessa che scrive in questo modo è perché io sono riuscita a trasferirle, a mia volta, solo in minima parte ciò che lei mi ha insegnato”.

Credo perciò che mia nonna abbia contribuito, a suo modo ed in un’epoca in cui molti lavori – quale ad es. quello di magistrato – erano preclusi alle donne, a dimostrare nei fatti la piena parità tra donne ed uomini.

Aedo e Rosalia, Napoli, 2012

Ecco qui invece una foto a colori più recente di mia nonna, insieme a suo marito, Silio Italico Aedo (a sua volta protagonista di una vita intensa, caratterizzata dal riconoscimento del titolo di Commendatore della Repubblica, per meriti partigiani, ma questa è un’altra storia), scattata nel 2012 a casa di mia zia, l’autrice dello scatto. Mio nonno e mia nonna guardano l’obiettivo sorridenti, mentre stringono tra le mani un bicchiere di champagne, molto probabilmente in occasione di una festa di compleanno.

Mia nonna inoltre, già anziana, ha recitato assieme ad Ennio Fantastichini , nel ruolo della “Signora Marchesa”, in un corto del regista Pappi Corsicato, prodotto dal pastificio Garofalo, dal titolo “Questioni di gusto”. Ho scelto questo video ridotto in cui mia nonna compare nelle ultime scene.

Ed è così che si conclude il nostro breve, ma intenso viaggio nella vita di una donna intelligente e diversa da molte altre sue coetanee, appunto un’eccezione.

La mia bisnonna Luisa e il suo grande cuore, di Antonio Garzillo, I M

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Formato 14×20 Foto che rappresenta la mia bisnonna nel cortile dell’ospedale Annunziata, trovata in album di mia nonna.

Questa è una foto della mia bisnonna Luisa la madre di mia nonna… Purtroppo non ho avuto l’occasione di conoscerla perché è morta a 70 anni insieme al mio bisnonno. Con lui (il mio bisnonno) ha avuto la bellezza di sette figli tra cui mia nonna Assunta Castellano. La mia bisnonna lavorava all’Ospedale Annunziata dove, all’epoca, venivano accolti i bambini abbandonati e, poiché nonna Luisa aveva un animo buono,  quando trovava un bambino superstite della guerra coglieva l’attimo per portarlo in ospedale, insieme a lei.

In ospedale lavorava anche sua sorella Anna che aiutava Luisa a raccogliere quanti più feriti e bambini poteva. Finita la guerra nonna Luisa si dedica di più alla famiglia, che in quel periodo si trasferisce restando sempre al Vomero.

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Formato 19×12 Anno 1950 circa

Questa è la foto del mio bisnonno Salvatore. A quei tempi,  lavorava come attore di fotoromanzi (parliamo del periodo subito dopo la II Guerra Mondiale). Da piccolo il mio bisnonno aveva poca fiducia in sé stesso, perché il padre gli diceva sempre che non avrebbe mai avuto un futuro, ma c’era una sola persona che lo incoraggiava sempre: suo fratello Antonio. Quando il padre si comportava in maniera dura con Salvatore, Antonio consolava il fratello pieno di lacrime che si nascondeva sotto le coperte (forse è da lui che ho preso il mio carattere e il mio nome). Nonno Salvatore è cresciuto con suo fratello che gli è stato d’appoggio finché i loro genitori si separarono e di Antonio non si ebbero più notizie.

Una volta adulto nonno Salvatore sposò Luisa e (come ho detto prima) hanno avuto la bellezza di 7 figli compresa mia nonna.

Nonno Salvatore partì, per un paio di mesi, per la guerra. Una volta tornato aprì un scuola di recitazione… Faccio le mie più sentite scuse per non essere riuscito a trovare il nome della scuola aperta dal mio bis nonno.

Benvenuta adolescenza!, di Ilaria Mancieri, I M

mancieri 1

La foto è larga 18 .5 cm e alta 12.5 cm. Anno 2007

In questa foto, fatta in casa, ci sono io appena nata e mia nonna Ida, madre di mia mamma, nel 2007.

mancieri 2

La foto è larga 12.5 cm e alta 17 cm. Anno 2007

Qui invece siamo nel  2007 quando avevo 10 mesi a Vieste con mia mamma Alessandra, in questa foto sono molto felice perché era uno dei miei primi viaggi ed ero emozionata perché era la prima volta che vedevo il mare.

mancieri 3

La foto è larga 17 cm e alta 12.5 cm. Anno 2011

In questa fotografia siamo nel 2011, quando avevo 4 anni, in Sicilia, con mia sorella Giulia che, fin da piccola, è stata, non solo mia sorella, ma anche la mia migliore amica e lo sarà per sempre.

mancieri 4

La foto è larga 12.5 cm e alta 19.5 cm. Anno 2012

In questa foto stiamo nel 2012 quando avevo 5 anni a casa mia con mio padre Enzo. Da come si nota stavo giocando a cavallo su mio padre e mi stavo divertendo.

mancieri 5

La foto è larga 12 cm e alta 17 cm. Anno 2015

In questa fotografia siamo nel 2015 quando avevo 8 anni, a Ischia, con dei nostri amici a cui voglio molto bene. Ero felice perché stavamo nello stesso albergo e dormivamo tutti  insieme.

mancieri 6

La foto è larga 12 cm e alta 18 cm. Anno 2017

Qui stiamo a casa di mia cugina Federica nel 2017 quando avevo 9 anni. Federica è cresciuta con me e per me è un’altra sorella maggiore che mi ha sempre aiutato e insegnato tante cose.

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Foto digitale

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Foto digitale

Questa è la C.S.V. la mia squadra di nuoto a cui sono molto legata, perché non è una semplice squadra per me, è una seconda famiglia da cui non vorrei separarmi mai.

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Foto digitale

E poi ci sono loro. Sono i miei compagni di classe, ma non sono semplici amici, sono pazzi, scatenati, ma simpaticissimi.