Nonna Emma, la tenacia e il sorriso, di Roberta Pellegrino

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Vi presento mia nonna, si chiama Emma Esposito. È nata nel 1939. Ha quasi 81 anni, ma non li dimostra affatto. Per me lei è una persona da imitare, una persona che è riuscita a farsi valere nella vita. Una donna che nonostante le difficoltà, i dolori (non ultimo la morte di mio nonno qualche anno fa) è riuscita sempre a rialzarsi. Mia nonna è la prima di tre figli. Ha sempre avuto un gran senso di responsabilità, per cui si è sempre occupata anche dei suoi fratelli, in particolare del loro studio. La vita a quel tempo non era semplice, ma lei ha sempre cercato di aiutare la sua famiglia come poteva. Nel ‘65 si sposò con mio nonno Riccardo, un giovane avvocato emigrato a diciotto anni con la sua famiglia dalla Sicilia per studiare all’università di Napoli. Mia nonna mi racconta sempre, con quella nostalgia che è tipica degli anziani, di come l’aveva conosciuto grazie a un’amica comune: il loro primo incontro tra studenti universitari pieni di entusiasmo.

I miei nonni furono i primi a laurearsi nelle loro rispettive famiglie, e questo fu per loro motivo di grande orgoglio: laurearsi tra mille difficoltà economiche e sociali. Durante i primi anni di matrimonio la loro vita non fu semplice anche perché mia nonna insegnava quasi sempre fuori Napoli e, non avendo inizialmente la macchina, era costretta a prendere la ″corriera″. A quell’epoca spostarsi non era tanto semplice e potevano volerci ore per raggiungere un posto fuori Napoli.

Comunque lei lo ha fatto sempre con il sorriso sulle labbra. Infatti dice sempre che uno dei giorni più tristi della sua vita è stato quando è andata in pensione. Ma anche in quel momento non si è persa d’animo e ha cominciato tutta una serie di attività personali tra cui il volontariato in ospedale, a cui ancora oggi all’età di 80 anni non rinuncerebbe mai.  Prima della morte di mio nonno andavamo  spesso la domenica a pranzo da loro. Ogni volta era una festa per me. Appena entrati in casa salutavo i miei nonni e correvo subito in camera di mio padre. Lì infatti c’era una cesta piena di vecchi giochi di mio padre e mio zio. E poi c’era il cassetto dello studio di mio nonno pieno di penne, blocchi, matite…Per non parlare delle leccornie che si potevano trovare in giro per la casa; cioccolatini e caramelle di tutti i tipi nascosti nei recipienti chiusi disseminati nella casa dall’ingresso alla cucina. La nonna li comprava sempre sapendo del nostro arrivo. Sembrava che quasi si divertisse a nasconderli per farceli trovare.

Non ho mai sentito mia nonna lamentarsi o sbuffare nel trattare con noi nipoti. Quando non ci doveva dare da mangiare, trovava sempre il tempo di stare con noi, finiva le faccende in fretta e poi veniva a giocare. Da quando è morto mio nonno, è più frequente che venga lei a casa nostra. E’ sempre bello quando viene a trovarci perché con lei non ci si annoia mai!

Mia nonna, è  una narratrice di storie formidabile. Storie vere e autentiche, le sue, che attraverso la sua fantasia acquistano una dimensione magica, si trasformano in fantastiche avventure che noi nipoti ascoltiamo come le più appassionanti delle storie.

Recentemente abbiamo aperto insieme l’album dei ricordi. Mi piace ascoltare i racconti sulla mia famiglia, sulle difficoltà vissute dai miei nonni durante la seconda guerra mondiale. Le loro paure, le loro ansie, i loro sogni e la loro capacità di rimboccarsi le maniche mi arricchiscono sempre. Ho selezionato qui di seguito alcune foto che  rappresentano nonna Emma.

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In questa prima foto è ritratta mia nonna all’età di 4 anni durante il battesimo dei suoi fratelli. Sembra leggere un libro. È sempre stata una grande lettrice sin da piccola!

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In questa foto è ritratta mia nonna, la prima ragazza in alto a destra, insieme alle sue compagne di classe.

Si tratta di una foto di fine anno scolastico scattata nel 1956. All’epoca mia nonna frequentava un istituto femminile di suore di Materdei.

Mi colpisce molto l’abbigliamento di quel tempo. Le ragazze indossavano una gonna nera oltre il ginocchio e una camicia bianca con una cravatta. Si trattava della divisa della scuola. Mia nonna mi racconta sempre che le difficoltà economiche e sociali dei primi anni del dopoguerra condizionarono non poco la vita dei ragazzi. Ma appena la vita riacquistò un po’ di normalità, la scuola  tornò a essere al centro della vita dei giovani. Dall’immagine si evince un entusiasmo nei volti delle ragazze e sembra avvertirsi già il desiderio di emancipazione femminile.

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Questa è una delle foto che mia nonna conserva con maggiore orgoglio.

È ritratta con le sue alunne durante il suo primo anno di insegnamento. All’epoca infatti le scuole erano suddivise in maschili e femminili. Successivamente con la riforma del ‘62 vennero aumentate in Italia le classi miste maschili e femminili che progressivamente sostituirono le classi composte esclusivamente da elementi del medesimo sesso.

Nello sguardo di mia nonna si evince un profondo entusiasmo per il suo lavoro che ha conservato per tutta la sua carriera scolastica.

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In questa foto mia nonna è ritratta durante un viaggio in Sicilia, per andare a visitare i luoghi dell’infanzia di mio nonno.

Si trattava di uno dei suoi primi viaggi fuori Napoli. Mi colpisce moltissimo il look differente rispetto alle prime foto. Durante gli anni 60 il clima austero del dopoguerra venne finalmente abbandonato. E’ il periodo della rinascita anche femminile, della costruzione dell’identità personale e sociale della donna anche attraverso l’abbigliamento, oltre nelle lotte politiche.

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Questa è una delle foto che amo di più di mia nonna. Mi colpiscono molto la dolcezza del suo sorriso e quell’entusiasmo per la vita che la caratterizzano. Mi piacerebbe tanto essere grintosa come lei.

Anche nel look si avverte quel desiderio di emancipazione femminile rispetto agli stereotipi della bellezza con capelli lunghi e voluminosi degli anni 60. E’ il tempo della donna androgina con un taglio maschile, del cosiddetto stile “Audrey Hepburn”.

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Questa è una foto dei miei nonni scattata durante una crociera in Grecia nei primi anni 80. E’ un periodo di benessere economico in Italia. Mia nonna mi racconta sempre di aver trascorso “una bella vita” con mio nonno, di aver visitato tanti luoghi come desiderava e come mai avrebbe immaginato.

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Questa foto è stata scattata qualche mese fa, precisamente nel mese di ottobre 2019.

E’ il giorno degli 80 anni di mia nonna. In questa foto appare raggiante, circondata dai noi nipoti che lei definisce “la sua ragione di vita”.

Il cambiamento della condizione femminile in una famiglia italiana negli ultimi cento anni, di Maria Rachele Andreozzi, III A

Rovistando nel cassetto dei ricordi a casa di mia nonna materna a Roma, ho trovato alcune fotografie che ritraggono la nonna di mia mamma, ovvero la mia bisnonna, Irene Alessi. Attraverso queste fotografie e dai racconti di mia mamma e di sua cugina, ho avuto la possibilità di comprendere a partire dalla storia di famiglia, alcuni cambiamenti della condizione femminile in Italia negli ultimi cento anni.

FOTO 1 SGUARDI E STORIE

La mia bisnonna Irene, di cui mia mamma porta il nome, nasce in Sicilia, ad Avola, nel 1896. La  Sicilia già Stato sovrano dell’Europa Meridionale (Regno delle due Sicilie) e  governata dalla dinastia dei Borbone, solo nel 1861 fu annessa al neonato Regno d’Italia. I genitori della mia bisnonna (padre avvocato e madre contessa) le consentono, nonostante l’epoca, di studiare frequentando insieme alle sorelle un collegio a Messina dove nel 1908 assiste al devastante terremoto.

Ecco alcune immagini trovate sul web relativa a quell’evento disastroso, sul sito della protezione civile governativa.

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Qui invece un articolo che ricostruisce quel terribile giorno a Messina.

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Irene diventò maestra elementare ottenendo un posto da insegnante in un paese della Calabria. Mi hanno raccontato che il padre l’accompagnò a San Demetrio Corone in carrozza affidandola ad una famiglia del luogo. Donna dal temperamento  molto forte e tenace si ritrova sola e giovanissima ventenne in un paese lontano da casa e tra l’altro di cultura arbereshe, essendo abitato da albanesi d’Italia.

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In questa foto la mia bisnonna indossa un abito tipico Albanese. Questa comunità nasce insieme ad altre tra il XV e il XVIII secolo in seguito allo stanziamento di piccoli gruppi di persone cattoliche che fuggono dall’Albania e dai territori dell’impero Bizantino nei Balcani conquistate dai Turchi Ottomani. La mia bisnonna si trova proiettata in usi, costumi e lingue completamente diversi e in un cattolicesimo di rito bizantino. Tutto ciò accadeva  agli inizi del 1900, quando in Italia  le donne laureate erano poco più di duecento.

FOTO 3 SGUARDI E STORIE

Questa foto invece ritrae sempre la mia bisnonna, a Roma, negli anni sessanta con in braccio mia mamma appena nata. Ho scelto questa foto perché fa da collante tra la generazione della mia bisnonna e la mia.

Al giorno d’oggi la storia della mia bisnonna potrebbe sembrare una cosa di poco rilievo dal momento che siamo abituati a studiare, a viaggiare e a scegliere con facilità ma se la condizione femminile è cambiata si deve in parte alle scelte sue e a quelle di altre donne come lei.

La forza delle donne, di Lucilla Pucci, III A

Ho deciso di raccontarvi la storia della mia bisnonna, Almerinda Cornacchione, perché è un esempio di coraggio, dolcezza, tristezza, ma anche di forza.

La mia bisnonna, Almerinda, era figlia di Marcello Cornacchione , un celebre avvocato penalista molisano e di Emilia Scarduzio, proveniente da una famiglia nobile.

Figura1 - Almerinda Cornacchione

Ecco Almerinda, in primo piano, con uno sguardo malinconico.

Il papà di Almerinda, mio trisavolo, si chiamava Marcello Cornacchione ed era un celebre avvocato penalista. Nacque a Fossalto (Campobasso) nel 1873. A seguire il suo ritratto fotografico, in primo piano, con una espressione molto seria, già anziano.

Figura 2 – Marcello Cornacchione

Marcello scrisse numerosi libri di giurisprudenza penale (riportati a seguire). Il “Non omnis morar” è la raccolta di giudizi riguardanti l’arringa pronunciata dall’Avv. Marcello Cornacchione in difesa dell’agente Alfredo Fazio nel processo per il dissesto della Banca Popolare davanti al Tribunale di Campobasso, nel 1931.

Il libro “Morae Subsicivae”, del 1927, è una raccolta di arringhe introdotte dall’avvocato Enrico De Nicola, primo presidente della Repubblica Italiana.

Figura 4 – Cenni Biografici dell’avvocato di Marcello Cornacchione

 

 

In rete ho trovato anche una sua biografia, di Augusto Bonfiglio, pubblicata nel 1938, con premessa del Prof. Vincenzo L. Fraticelli, acquistabile a questo link.

 

 

 

La famiglia di Almerinda era, dunque, una famiglia nobile e di alto profilo culturale. Imparò a suonare il pianoforte e visse la sua infanzia nella cultura e nella serenità. Nel 1930, Almerinda si sposa a Napoli, con Giuseppe Di Benedetto, nato in Sicilia, rappresentante della Berkel (industria olandese di macchinari come bilance e affettatrici). Qui una storia di questo marchiostoria di questo marchio, famoso in tutto il mondo, dalla fine dell’Ottocento ad oggi.

Almerinda e Giuseppe Di Benedetto ebbero 5 figli : Marcello, Sebastiano, Antonio, Osvaldo e Adolfo (mio nonno). Ecco i miei giovani bisnonni!

Figura 5 – Almerinda Cornacchione con il marito, Giuseppe Di Benedetto

Nonno Adolfo mi ha raccontato che quando sua mamma Almerinda era incinta del primo figlio (Marcello) sognò un bambino con i capelli rossi portato dalla Madonna di Pompei. Marcello nacque con i capelli rossi e questo la legò ancora più fortemente alla Madonna, alla quale fu devota per tutta la vita.

Almerinda era una donna felice, colta, molto religiosa e perbene.

Purtoppo, all’età di 37 anni, quando mio nonno Adolfo aveva solo 4 anni, Giuseppe morì e Almerinda si ritrovò sola con i 5 figli. Era il 1942, un momento storico difficile nel pieno della Seconda Guerra Mondiale, il più grande conflitto armato della storia, costato all’umanità sei anni di sofferenze, distruzioni e massacri con un totale di morti che oscilla tra i 55 e i 60 milioni di individui.

Le popolazioni civili si trovarono coinvolte nelle operazioni in una misura sino ad allora sconosciuta, e furono anzi bersaglio dichiarato di bombardamenti a tappeto, rappresaglie, stermini, persecuzioni e deportazioni, e della Shoah. Inoltre la II guerra mondiale, come già durante la Grande guerra, ha profondamente cambiato e inciso sulla vita delle donne italiane che hanno dovuto assumersi i compiti e le responsabilità che tradizionalmente spettavano agli uomini. Durante la Resistenza le donne partigiane inoltre lottavano quotidianamente per recuperare i beni di massima necessità, procuravano risorse ai gruppi di soldati e partigiani nascosti, poiché considerate più in grado di mimetizzarsi.

Almerinda cadde in miseria. Per lei, figlia di nobili, abituata ad una vita agiata, fu difficile affrontare il dolore, la povertà e la necessità di crescere i suoi figli in condizioni tanto dure. Strinse i denti e  cominciò a lavorare come cameriera.

Mio nonno Adolfo, mi racconta spesso che non sempre la sera avevano la cena e che spesso per poter cenare lui ad 8 anni andava in una taverna a lavare i bicchieri, per poi mangiare. Vissero per anni in una colombaia, al freddo. Pian piano, i figli di Almerinda cominciarono a crescere e Almerinda riuscì a mandarli tutti a scuola. Appena finita la scuola, Marcello, il primo figlio, vinse un concorso di impiegato in banca e cominciò a sostenere la famiglia.

Tutti i figli cominciarono a lavorare. Si imbarcavano sulle navi americane per vendere vestiti. Dal niente iniziarono a farsi apprezzare, finché non riuscirono ad aprire un negozio presso la base militare della NATO di Napoli. Poi, si espansero e riuscirono ad aprire negozi di alta moda al Vomero, a Napoli.

E così, cominciarono tutti a respirare. Ma Almerinda, stanca per la forza ed il coraggio che aveva dovuto avere, cominciò a cedere e cadde in depressione. Ecco una sua foto da anziana.

Figura 6 – Almerinda Cornacchione in vecchiaia

I figli, si strinsero intorno a lei, come lei aveva fatto per loro. E con l’amore di chi aveva sofferto insieme la fame, riuscirono a farla guarire.

Le donne in viaggio e l’emancipazione femminile, di Roberta Dal Fara

Le foto che ho trovato rovistando nel cassetto dei ricordi ritraggono alcune donne della mia famiglia in viaggio. Analizzando queste foto, oltre a scoprire quanto la mia famiglia in passato abbia viaggiato e quanto sia stato importante il lavoro al suo interno, ho avuto l’opportunità di capire come siano cambiate le donne nel corso del tempo. Inoltre ho potuto osservare le differenze tra le famiglie da cui provengo.

Viaggio in Grecia

La prima serie di foto che mostro è quella che ritrae il viaggio della famiglia di mio padre in Grecia. Ogni foto è descritta (naturalmente a mano)  sul retro da mio nonno, proprio come in un diario di bordo!

Ad esempio in una delle due foto seguenti sono ritratti mia nonna Angela e mio padre in campo medio, davanti all’entrata dello stadio di Olimpia nel 1990. Si può notare dai vestiti il forte caldo. Mia nonna indossava un vestito appena sotto il ginocchio color marroncino decorato con stampe floreali. Sicuramente questo vestito era stato creato proprio da lei. Infatti mia nonna essendo sarta amava creare vestiti su misura per lei.

A seguire, mio padre e mia nonna si trovano sempre ad Olimpia al laboratorio di Fidia, un famoso scultore dell’antica Grecia. Campo medio/lungo, dove è ben mostrato anche il contesto delle rovine archeologiche.

Nella prossima foto, mia nonna è ritratta, a mezzo busto, a Corfù nel 1990 durante il viaggio in Grecia. La nonna è raffigurata mentre guarda poeticamente l’orizzonte e lo splendido paesaggio marino. Indossa un vestito sui colori del verde acqua e del giallo. Infine crea dei punti luce con una collana d’oro e un paio di occhiali da sole che la proteggono dalla luce del caldo sole d’agosto.

foto 5 mia nonna a Corfù con il panorama sullo sfondo

Nella foto successiva mia nonna mio padre e mia zia sono seduti sulla parte più alta del Partenone, con alle loro spalle la vista dell’intera città di Atene. Possiamo notare l’abbigliamento di mia nonna, una maglietta nera e una gonna, e di mia zia, semplici pantaloncini e una maglietta nera per essere più comodi.

foto 6 papà, la nonna Angela e zia con dietro la città di Atene

Come descritto da mio nonno sul retro, la prossima foto ritrae mia nonna mentre cerca di arrampicarsi su una parete rocciosa molto ripida. Dopo poco infatti si ritira affaticata, probabilmente a causa delle scarpe poco adatte ad un’escursione poiché dei sandali con tacco. Inoltre si può notare come mia zia invece sia più facilitata grazie alle scarpe da ginnastica.

A seguire, invece, ci sono mia zia, mia nonna e mio padre mentre si rilassano in un albergo in riva al mare a Kato Ahia prima di rientrare in Italia. Sono vestiti in maniera molto comoda, pronti per ripartire!

La storia della famiglia di mio padre

La famiglia di mio padre può sembrare la tipica famiglia italiana degli anni ’90 ma come in tutte le famiglie dietro alla sua storia c’è un passato difficile che i nostri antenati hanno dovuto affrontare con coraggio e determinazione. Per questo ho deciso di raccontare la storia della mia bisnonna Giovanna (madre di mio nonno) che, nata nel 1914, ha vissuto sin da bambina, le due guerre più distruttive della storia del Novecento. La mia bisnonna, Giovanna Simkic, nacque in Jugoslavia per poi trasferirsi pochi anni dopo a Fiume (oggi situata in Croazia). Quando ancora era una ragazzina visse sulla sua pelle l’eccidio di Lippa, una strage nazifascista avvenuta il 30 aprile 1944, dove persero la vita i suoi genitori, che vide bruciare davanti ai suoi occhi in una Chiesa a causa dei tedeschi. Le foto che seguono sono state trovate sul web, all’interno della pagina di wikipedia dedicata alla storia di questo terribile massacro nazista.

Dopo la perdita dei genitori, rimase a Fiume, dove conobbe il mio bisnonno e dalla cui unione nacquero i suoi due figli, tra cui mio nonno. Dopo qualche anno dalla nascita di mio nonno, il marito morì in un incidente mentre lavorava all’Enel. La mia bisnonna fu costretta a crescere i figli da sola. Questo avvenimento segnò una vita già provata da un passato molto doloroso. Ecco un bellissimo ritratto in primissimo piano di profilo della mia bisnonna.

foto 11 la bisnonna giovanna da giovane

Un’altra serie di foto proviene dalla famiglia di mia madre, una famiglia completamente diversa da quella precedente. Le donne della parte materna hanno avuto l’opportunità di lavorare e di poter essere indipendenti.  A seguire propongo alcune cartoline che la mai bisnonna acquistò a Sorrento che però non sono state mai inviate. La prima ritrae la tarantella sorrentina, mentre la seconda una canzone o una poesia.

La seguente foto mi ha particolarmente colpito poiché inviata alla mia trisnonna da un’amica per salutare lei e i suoi bebè. La cosa che mi colpisce di più è che è stata inviata nel 1916 poco dopo la nascita del mio bisnonno (nel 1911), secondo di sette figli.

Questa invece è stata inviata alla mia trisnonna pochi anni dopo la cartolina precedente. Anche qui il mittente mandava saluti a tutta la sua famiglia.

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Nella foto seguente sono rappresentate le cugine di mia nonna affacciate al balcone della loro grande casa. Si può notare come, anche se adolescenti, le ragazze siano vestite in modo ordinato, con un’acconciatura raccolta. Le sorelle gemelle sono in compagnia del padre che si trova seduto in basso. La posizione in cu

i sono ritratte da una sensazione di spensieratezza e tranquillità anche se in quegli anni, appena dopo la Seconda Guerra Mondiale, l’Italia viveva un periodo di sconforto per aver dato la fiducia al Duce che aveva coinvolto il paese in una guerra che aveva portato solo sangue e vittime.

foto 17 le gemelle affacciate al balcone

Nella prossima immagine è rappresentata la famiglia della cugina di mia nonna vestita in modo elegante, durante una gita al Lago d’Averno a Pozzuoli, dove si recavano spesso per andare in vacanza. La foto era stata scattata in autunno poiché tutti i componenti hanno un cappotto lungo e soprattutto perché si possono intravedere le foglie cadute degli alberi sullo sfondo. Non conosco quasi nessuno delle persone presenti nella foto però conosco bene la ragazza in ginocchio al centro, la zia di mia madre, zia Marinella. Appartenendo ad una famiglia benestante, ha avuto l’opportunità di studiare e di laurearsi in matematica. Dopo qualche anno dalla sua laurea. si è sposata e ha messo su famiglia, per questo ha scelto di non lavorare. Dobbiamo ricordare però che ai tempi era molto insolito proseguire gli studi, soprattutto per una donna. Fino agli inizi degli anni ’70 era raro che una donna frequentasse il liceo e addirittura la maggior parte delle donne si fermavano alla quinta elementare. Fino agli inizi della Seconda Guerra Mondiale, le donne non potevano accedere a lavori come avvocato, medico, notaio e docente universitario. Durante la Seconda Guerra mondiale però le donne esercitarono un ruolo molto importante. Trovandosi da sole a gestire la famiglia, iniziarono a lavorare come conducenti di tram, postine, impiegate ecc. guadagnavano soldi autonomamente ma non potevano spenderli come volevano. Dovevano occuparsi degli anziani e dei bambini della casa acquistando i prodotti essenziali per cucire vestiti, realizzare medicine e ingegnarsi con pochi ingredienti per cucinare i pasti della giornata. Svolsero un ruolo importante anche per i partigiani, ai quali, per esempio portavano il cibo sulle montagne. Molte persero la vita.

foto 18 famiglia di zia Marinella in vacanza al lago

famiglia di zia Marinella in vacanza al lago

La foto successiva è una delle mie preferite. Ritrae le mie prozie, la cognata e la cugina di mia nonna in fila per andare al San Carlo. Hanno un abbigliamento molto particolare ed elegante. La ragazza a sinistra una pelliccia che copre un vestito molto semplice probabilmente tinta unita. Le mani sono coperte da un paio di guanti di velluto e l’acconciatura è molto ben sistemata e raccolta. Ad arricchire il volto ci sono un paio di orecchini ricoperti di pietre preziose. La ragazza a destra indossa anche lei una pelliccia che ricopre il vestito di tulle. Come accessorio indossa un paio d’occhiali da sole e tiene in mano una pochette.

foto 19 le mie prozie al San Carlo

Nella seguente foto invece c’è mia madre con un’amica e i suoi figli durante una crociera. È vestita in modo elegante con una camicetta con un fiocchetto nero e dei pantaloncini neri sopra un paio di calze bianche. La signora a sinistra è elegante con un bel vestito.

foto 20 mia madre in crociera

Qui sotto è ritratta mia nonna davanti al bus turistico in Grecia. Indossa una maglietta e dei pantaloni che arrivano al ginocchio. Ai piedi indossa un paio di espadrillas colorate e annodate alla caviglia con un cordino.

foto 21 mia nonna davanti al bus turistico in Grecia

A seguire, si vede mia nonna ritratta in posa su una roccia appena arrivata in Costa Smeralda. Tutta la serie di foto che mia nonna scattò in Costa Smeralda è stata stampata dalla azienda fotografica statunitense Kodak, legata alle macchine fotografiche.

foto 22 mia nonna sulla roccia in Costa Smeralda

Qui è ritratta mia nonna in Costa Smeralda in un negozio del posto che vende vestiti e souvenir molto particolari realizzate con stoffe floreali. Mia nonna amava e indossava molto questo genere di vestiti.

foto 23 mia nonna in un negozio di abbigliamento tipico in Costa Smeralda

A seguire c’è mia nonna, sempre in Costa Smeralda seduta su un muretto con il porto alle spalle e il paesaggio del golfo. La fotografia sembra quasi un quadro con tanti colori accesi e puri che si accostano tra di loro e ci danno la tipica tranquillità di un paesaggio di villeggiatura. Questi sono solo alcuni dei viaggi di mia nonna. Dopo essersi trovata in una situazione molto difficile a soli 27 anni, decise di rimboccarsi le maniche e di iniziare a lavorare duramente. Iniziò a lavorare nel settore ottico un lavoro che le permise di girare il mondo e di esplorare posti nuovi facendo sempre nuove esperienze.

foto 24 mia nonna in Costa Smeralda davanti al porto

La prossima foto invece è più recente. Ritrae mia madre a Sorrento in viaggio con mio padre. La foto è stata scattata su una scogliera con il mare alle spalle. Si può notare quanto l’abbigliamento sia cambiato. Mia madre indossa una gonna con uno spacco e un top che lascia la pancia scoperta. Ai piedi invece un paio di sandali.

foto 25 mia madre a Sorrento

A seguire una foto che risale al viaggio dei miei genitori a Parigi. Mia madre è ritratta davanti alla cattedrale di Notre-Dame. Come si può notare dall’abbigliamento, a Parigi quel giorno c’era molto vento

foto 26 mia madre davanti alla cattedrale di Notre-Dame

Nella prossima si può notare mia madre davanti al museo del Louvre riconoscibile per l’ingresso dalla piramide in vetro.

foto 27 mia madre davanti al museo del Louvre

Infine questa foto ritrae mia mamma in viaggio di nozze a Sharm el-Sheikh nell’hotel in cui alloggiavano nella città egiziana.

foto 28 mia madre a Sharm el-Sheikh

In tutte queste foto viene forse testimoniata, almeno in parte, l’evoluzione della donna nel corso di 100 anni. A partire dall’inizio del Novecento, le donne iniziarono a partecipare a movimenti femministi per difendere i propri diritti, per dimostrare che avevano parità di diritti con gli uomini e che avevano diritto di voto. Oggi non tutte le donne del mondo hanno gli stessi diritti degli uomini, ma con la loro determinazione riusciranno a portare a termine  quest’obbiettivo ovunque.

Le donne e lo sport, di Maria Vittoria De Maria

Oggi sono qui per parlarvi dei diritti sportivi delle donne e porterò come esempio la passione di mia madre quando era ancora una ragazzina: la danza.

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In questa foto, scattata da mia nonna, purtroppo molto sfocata, troviamo mia madre durante una  lezione di danza. Mia madre ha iniziato a praticare questa disciplina all’età di 11 anni e ha fatto di tutto per poterla continuare a esercitare. Dico così perché non solo mia madre era troppo grande per realizzare questo sogno, ma anche perché i miei nonni hanno dovuto fare grandi sacrifici per permettersi di pagare ogni singola lezione.

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Per una certa mentalità di una volta, una donna che praticava sport era vista come un qualcosa fuori dall’ordinario.

Gli uomini sono sempre stati abituati a vedere la donna come un essere curato, sensibile e che si prende cura soprattutto dei figli e delle faccende domestiche. Però nello sport la sensibilità si sposa con la tenacia  e la volontà di impegnarsi. Infatti, per eliminare questo pregiudizio sulle donne, queste hanno dovuto impegnarsi di più e negli sport esprimere al meglio le loro capacità. La danza è un’arte in cui le donne hanno espresso soprattutto la loro attitudine al bello. Comunque, oggi e nel passato hanno dimostrato di essere capaci di potersi impegnare al meglio in quasi tutte le attività sportive.

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Se mettiamo a confronto le donne di un tempo rispetto a quelle di oggi, possiamo notare che la situazione è più che migliorata.

Nell’antichità alle donne non era nemmeno concesso di partecipare ai Giochi Olimpici. Oggi, invece, le donne sono riuscite a far valere i loro diritti e possiamo anche trovare i campionati di calcio femminile, che un tempo era considerato uno scandalo. C’è da dire che però le donne di oggi trovano lo stesso difficoltà nel praticare alcuni sport considerati ancora maschili. Anche il timore  di esser definita un maschiaccio a volte condiziona ancora la donna…

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Però nel passato e ritengo anche oggi , se veramente vogliamo fare attività sportiva possiamo farlo usando la bici come faceva la mia nonna, ritratta nella foto. Questa immagine è stata  scattata quando mia nonna materna, Maria Rosaria Tutichiano, era ancora una ragazzina, e pur di fare attività fisica andava gironzolando per il paesino con la sua amata bicicletta, facendo lunghissime passeggiate. Per lei era un modo per divertirsi e per sfogarsi. A parte andare in bicicletta, mia nonna non praticava nessuno sport, tanto meno la mia bisnonna, ma una cosa che amava fare e che tuttora è il suo hobby preferito è dipingere. Infatti, a 38 anni è riuscita a realizzare il suo sogno: diventare un’insegnante di storia dell’arte. Possiamo dire che nella mia famiglia io mi riconosco nelle donne che hanno sempre dimostrato di essere tenaci, costanti nel voler perseguire i propri obiettivi, superando spesso gli ostacoli.

Tra Catania e Roma, tra il Carso e l’Etiopia. Tratti di una breve storia di famiglia, di Elena Musumeci

Raccontare la storia della mia famiglia paterna è molto difficile, perché ho solo dei vaghi ricordi della mia infanzia con loro.

Eppure, ripescando qui e là nelle poche immagini del passato, possono riaffiorare i volti di mia nonna Elda Mezzadri, di mio nonno Antonino Musumeci, e del mio bisnonno Leo Mezzadri che, seppur mai conosciuto, era una presenza costante in piccoli ritratti caricaturali di vari membri della famiglia, da lui effettuati.

Nelle ultime settimane questi volti hanno riacquisito una voce, colori, pensieri. Posso dire di aver avuto modo di conoscerli davvero riordinando le carte di famiglia recuperate dopo la loro scomparsa, e lasciate per molti anni all’umidità e alla muffa, in uno scatolone in cantina.

Questo lavoro è stato rivelatore di molte cose teoricamente note ma toccate veramente con mano ancora una volta: le carte rendono le storie vive, e questo viene incredibilmente amplificato nelle storie così vicine a noi. Storie familiari, ma che non conosciamo veramente mai a fondo. Assieme a questo ho capito anche il perché in pochi, anche tra gli archivisti,  riordinano le proprie memorie di famiglia.

Il passato a volte può essere molto più complicato del presente.

Nella foto qui sotto, in cattedra, è ritratto frontalmente mio nonno, Antonino Musumeci.

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Mio nonno era nato a Catania nel 1909 ed era un professore di matematica. Me lo ricordo in occasione di un solo incontro, in Sicilia, quando io avrò avuto all’incirca 9 anni e mia sorella Marina sarebbe nata da lì a poco. Nei miei ricordi è un signore alto e distinto, con un bastone da passeggio. Andammo a comprare il pane, dei panini col sesamo, e tutti lo chiamavano “professore”, il che mi fece sentire parte di una stirpe molto importante, anche se per me semisconosciuta.

Antonino Musumeci fu tenente dell’Esercito Regio in Africa. Aveva frequentato la scuola per allievi ufficiali ad Addis Abeba ed era a capo di combattenti àscari. Quando vi fu la conquista britannica dell’ Africa Orientale Italiana, fu fatto prigioniero e condotto in Kenya, dove rimase per molti anni, dal 1941 al 1947. A questo link un sito specifico ricostruisce la storia dei campi di prigionia inglesi in Kenya, ma non ho trovato il nome di mio nonno.

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Una parte importante delle sue carte è costituita da una serie di lettere inviate e ricevute in questo suo lungo periodo di prigionia.

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Per 6 anni le sue lettere riportano lamentele  per la sua salute cagionevole e alcuni interventi chirurgici subiti nel campo di detenzione, per il fatto di non ricevere notizie da casa, per il trattamento discriminante che diceva di ricevere in quanto italiano, e purtroppo a ciò si aggiunge una considerazione non sempre lusinghiera riguardo la popolazione locale, che credo fu frequente in chi ebbe parte in quell’esperienza, e che dunque deve essere stata comune di molti italiani – e non solo – in Africa, durante il colonialismo e la guerra.

Riuscì fortunatamente a tornare vivo a Catania nel 1947, e si riunì alle sue vecchie compagnie di gioventù. Qui incontrò mia nonna, Elda Mezzadri.

nonna

Mia nonna apparteneva a una famiglia della piccola borghesia catanese. Il padre, Leo Mezzadri, era stato anch’egli un soldato. Avevano vissuto qualche anno a Roma, in Viale delle Milizie – come risulta dalla corrispondenza degli anni del Fascismo – e poi erano tornati nella loro città natale durante gli anni della guerra. Mia nonna era abbastanza corteggiata, stando a quanto si può leggere nelle sue lettere.

Elda e Antonino si sposarono, nel 1951, e si trasferirono a Brescia, dove lui era stato inviato come insegnante.

nonna e nonno

Qui nel 1953 nacque mio padre, Mario Musumeci, e furono inviati molti telegrammi di auguri per la sua nascita.

mario musumeci

Tra questi spiccano i biglietti con le poesie del bisnonno Leo Mezzadri, con il quale mio padre Mario aveva un rapporto molto stretto e affettuoso.

bisnonno e mario

Il bisnonno Leo era stato dapprima un sottoufficiale degli Alpini, e come soldato aveva vissuto in molte città.

Aveva anche ricevuto delle onorificenze per aver combattuto sul fronte del Carso durante la Prima Guerra Mondiale.

attestato

Prima della guerra era stato direttore di un giornale locale “La Provincia di Mantova”, e aveva una spiccata inclinazione per la scrittura.

giornale

Era un uomo molto creativo, e ci sono moltissimi suoi componimenti scritti che venivano richiesti anche per propaganda pubblicitaria, oltre che turistica.

componimento

Poco dopo la famiglia lasciò Brescia e tornò a Catania, dove mio padre passò tutta la sua infanzia.

Purtroppo, il matrimonio tra mio nonno e mia nonna non ebbe l’esito sperato, e i due si separarono alla fine degli anni ’60.

Dopo qualche anno, nel 1971, mia nonna raggiunse a Roma mio padre che si era iscritto all’Università La Sapienza, e trovò una casa nel quartiere Cinecittà.

Da bambina io la conobbi abbastanza bene. Mi era molto simpatica anche se non mi dava troppa confidenza. Non era molto felice, e si rinchiuse per molti anni in casa senza uscire quasi mai. Ricordo però che partecipava da casa a moltissimi quiz televisivi, e ogni tanto vinceva gettoni d’oro. Inoltre era una lettrice compulsiva di cataloghi postalmarket, di cui restano moltissime testimonianze tra le sue carte a partire dagli anni ’70, assieme a copie di periodici di gossip e altre riviste di casalinghe e ricette.

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Mio nonno si risposò con una vecchia amica in comune delle comitive catanesi di gioventù, la “zia” Gemma, venuta a mancare di recente.

I miei nonni morirono in due città diverse, a tanti chilometri, ma a pochi anni di distanza, nel 1990 e nel 1993. I miei ricordi di loro sono molto vaghi. Ma Le foto e le carte di questo piccolo archivio di famiglia mi hanno permesso di conoscerli meglio, e sono il filo di una piccola narrazione tra tante, che attraversa tutto un secolo, il ‘900, e tramite cui si può ricostruire una parte della nostra storia comune.

Elena Musumeci, archivista, vive e lavora a Roma.

 

La nostra A!, di Filippo Greco e Francesca di Scala, III A

Salve a tutti, siamo Filippo e Francesca! Oggi vi racconteremo una storia molto speciale, quella della nostra classe, la III A.  Siamo sempre stati uniti, sia nel bene sia nel male, ed è per questo che non dimenticheremo mai la nostra classe. All’inizio eravamo tutti spaventati, dopotutto relazionarsi con persone nuove non è facile; però dopo i primi mesi ci siamo tutti ambientati alla perfezione (o così sembrava). E quindi eccoci subito pronti per la nostra prima uscita insieme, a Montecorvino!

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Dopo un po’di tempo, i legami formatisi in prima si sono rafforzati; ormai si iniziavano a formare le cosiddette (chiamate così dalla nostra insegnante di italiano a cui va un saluto speciale) “capannelle” ma dopotutto è normale, o no? Veramente è possibile essere tutti uniti? Per quanto possa essere bello, a nostro parere, è solo un sogno irrealizzabile, ma chissà magari un giorno… Adesso però lasciamo stare e passiamo ad altro, ricordiamo con emozione la visita all’Anfiteatro Campano dove, oltre alla bellezza del luogo, abbiamo assistito a incursioni teatrali che avevano lo scopo di farci capire i diritti dell’uomo, soprattutto quello alla libertà, anche se, diciamocelo, eravamo ancora troppo immaturi e per molti quella uscita era un bel modo per saltare le lezioni.

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La cosa che ci univa di più a quei tempi erano le feste; avere un momento al di fuori della scuola dove poter interagire con gli altri, ovviamente aiutava la socializzazione, ma una cosa che non riusciamo a non fare guardando queste foto è… ridere, ridere spensierati, pensando alle poche, se non nulle preoccupazioni, che avevamo, dopotutto pensiamo che ridere guardando una foto del genere sia più sano di qualunque medicina anche perché eravamo troppo carini.

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Alla fine dell’anno, purtroppo, abbiamo salutato alcune delle nostre care professoresse che andavano in pensione; a quei tempi un evento del genere ci sconvolse completamente, non sapevamo come sarebbero stati i nostri nuovi insegnanti e questo ci spaventava a morte; però poi siamo riusciti a farci forza grazie alle parole incoraggianti delle nostre prof, soprattutto ricordiamo le parole calde e affettuose della professoressa Mangraviti (a cui tutti noi facciamo un caloroso saluto) che dicendoci che la nuova professoressa sarebbe stata in gamba quanto lei, ed aveva ragione, (un saluto anche a lei cara prof.) ci fece passare ogni paura, ed è per questo che una delle poche foto che abbiamo con lei la custodiamo con gelosia.

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Un pensiero speciale rivolgiamo anche alla nostra carissima professoressa Spanò (che ovviamente salutiamo con affetto) che ci ha introdotti alle scuole medie con una gentilezza e tranquillità, doti che appartengono solo a lei. Il nuovo anno di scuola media iniziava con un grande vuoto… tornati dalle vacanze estive non sapevamo cosa ci aspettasse. Ovviamente, essendo più duro del precedente, il secondo anno  richiese un impegno maggiore nello studio ma questo non ci ha impedito di far germogliare i rapporti creati l’anno precedente, anzi avere una persona per noi speciale su cui contare era essenziale per non sprofondare nella solitudine, come è accaduto a molti di noi, per esempio alle nostre compagne.

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Adesso volevamo riprendere il discorso della classe perfetta, unita, senza litigi: psicologicamente è impossibile che questa perfezione si realizzi in quanto su una quantità indeterminata di personalità, necessariamente almeno due o più saranno in contrasto; ma superiamo i limiti della realtà ed immaginiamo una classe del genere, voi ci vorreste stare? Bella domanda, ma io credo proprio di no, una caratteristica principale di noi umani è quella di cambiare personalità per piacere alle persona e vi sfidiamo a incontrare qualcuno che non lo faccia, noi stessi  ammettiamo di essere così, ma è come una caratteristica genetica alla quale non possiamo opporci, quella (da noi chiamata) “riscrizione” cambia ogni parte della nostra personalità; quindi in questa classe perfetta più che essere tutti d’accordo dovevamo essere tutti uguali, tutti colpiti dalla “riscrizione” allo stesso modo, per questo era difficile essere in una classe del genere. E finalmente siamo arrivati all’ultima tappa del nostro viaggio, la terza media. Inutile ripetere, come già detto, che la difficoltà nello studio sono aumentate di anno in anno, ma una cosa importante da dire è che tutti noi siamo maturati molto, talmente tanto da poter finalmente comprendere un attività simile a quella dell’anfiteatro in prima media o alle Giornate FAI d’Autunno, un progetto grazie a cui abbiamo avuto l’occasione di parlare (ma soprattutto capire di che parlavamo) del Palazzo Borsa. E’ stata un’occasione unica per tutti noi che ci ha fatto capire che eravamo abbastanza responsabili da poter fare da guide senza alcun problema (escluso il perdersi) e senza farsi prendere dal panico di fronte a ragazzi della nostra età o più grandi. E quando ci siamo esibiti al San Carlo, in occasione della manifestazione finale del progetto di musica, abbiamo capito la grande opportunità che ci dava la scuola… ci siamo sentiti importanti. Finalmente eravamo cresciuti, sia dentro che fuori.

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Tra poco finirà la nostra esperienza nella scuola media, e tracciando un bilancio, possiamo dire quello che la nostra classe è adesso: semplicemente dei ragazzi, senza alcuna caratteristica rilevante, ma quello che ci differenzia dagli altri è l’essere riusciti a trasformare questa mancanza di particolarità nella particolarità stessa, quello che vogliamo dire, quello che pensiamo davvero dal profondo del cuore è che una classe come questa è impossibile da dimenticare tanto quanto lo è da ritrovare…

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…abbiamo capito che le difficoltà iniziali ci hanno aiutato a crescere. Prima di concludere il nostro racconto vogliamo salutare e ringraziare tutti i nostri professori che ci hanno trasmesso, non solo tante conoscenze, ma anche valori e idee fondamentali per il nostro futuro: prof. Buccino, Minervino, Mirra, Oriolo, De Luca, De Pasquale, De Rosa, Negrini, Ferraro, Iaccarino, Mangraviti, Spanò, Mazzotti. Vi salutiamo con tanto affetto!!! Ma principalmente vogliamo ringraziare i nostri compagni, poiché è solo grazie a loro se adesso siamo così,

 GRAZIE MILLE III A!!!