Tra Catania e Roma, tra il Carso e l’Etiopia. Tratti di una breve storia di famiglia, di Elena Musumeci

Raccontare la storia della mia famiglia paterna è molto difficile, perché ho solo dei vaghi ricordi della mia infanzia con loro.

Eppure, ripescando qui e là nelle poche immagini del passato, possono riaffiorare i volti di mia nonna Elda Mezzadri, di mio nonno Antonino Musumeci, e del mio bisnonno Leo Mezzadri che, seppur mai conosciuto, era una presenza costante in piccoli ritratti caricaturali di vari membri della famiglia, da lui effettuati.

Nelle ultime settimane questi volti hanno riacquisito una voce, colori, pensieri. Posso dire di aver avuto modo di conoscerli davvero riordinando le carte di famiglia recuperate dopo la loro scomparsa, e lasciate per molti anni all’umidità e alla muffa, in uno scatolone in cantina.

Questo lavoro è stato rivelatore di molte cose teoricamente note ma toccate veramente con mano ancora una volta: le carte rendono le storie vive, e questo viene incredibilmente amplificato nelle storie così vicine a noi. Storie familiari, ma che non conosciamo veramente mai a fondo. Assieme a questo ho capito anche il perché in pochi, anche tra gli archivisti,  riordinano le proprie memorie di famiglia.

Il passato a volte può essere molto più complicato del presente.

Nella foto qui sotto, in cattedra, è ritratto frontalmente mio nonno, Antonino Musumeci.

nonno

Mio nonno era nato a Catania nel 1909 ed era un professore di matematica. Me lo ricordo in occasione di un solo incontro, in Sicilia, quando io avrò avuto all’incirca 9 anni e mia sorella Marina sarebbe nata da lì a poco. Nei miei ricordi è un signore alto e distinto, con un bastone da passeggio. Andammo a comprare il pane, dei panini col sesamo, e tutti lo chiamavano “professore”, il che mi fece sentire parte di una stirpe molto importante, anche se per me semisconosciuta.

Antonino Musumeci fu tenente dell’Esercito Regio in Africa. Aveva frequentato la scuola per allievi ufficiali ad Addis Abeba ed era a capo di combattenti àscari. Quando vi fu la conquista britannica dell’ Africa Orientale Italiana, fu fatto prigioniero e condotto in Kenya, dove rimase per molti anni, dal 1941 al 1947. A questo link un sito specifico ricostruisce la storia dei campi di prigionia inglesi in Kenya, ma non ho trovato il nome di mio nonno.

nonno

Una parte importante delle sue carte è costituita da una serie di lettere inviate e ricevute in questo suo lungo periodo di prigionia.

lettera

Per 6 anni le sue lettere riportano lamentele  per la sua salute cagionevole e alcuni interventi chirurgici subiti nel campo di detenzione, per il fatto di non ricevere notizie da casa, per il trattamento discriminante che diceva di ricevere in quanto italiano, e purtroppo a ciò si aggiunge una considerazione non sempre lusinghiera riguardo la popolazione locale, che credo fu frequente in chi ebbe parte in quell’esperienza, e che dunque deve essere stata comune di molti italiani – e non solo – in Africa, durante il colonialismo e la guerra.

Riuscì fortunatamente a tornare vivo a Catania nel 1947, e si riunì alle sue vecchie compagnie di gioventù. Qui incontrò mia nonna, Elda Mezzadri.

nonna

Mia nonna apparteneva a una famiglia della piccola borghesia catanese. Il padre, Leo Mezzadri, era stato anch’egli un soldato. Avevano vissuto qualche anno a Roma, in Viale delle Milizie – come risulta dalla corrispondenza degli anni del Fascismo – e poi erano tornati nella loro città natale durante gli anni della guerra. Mia nonna era abbastanza corteggiata, stando a quanto si può leggere nelle sue lettere.

Elda e Antonino si sposarono, nel 1951, e si trasferirono a Brescia, dove lui era stato inviato come insegnante.

nonna e nonno

Qui nel 1953 nacque mio padre, Mario Musumeci, e furono inviati molti telegrammi di auguri per la sua nascita.

mario musumeci

Tra questi spiccano i biglietti con le poesie del bisnonno Leo Mezzadri, con il quale mio padre Mario aveva un rapporto molto stretto e affettuoso.

bisnonno e mario

Il bisnonno Leo era stato dapprima un sottoufficiale degli Alpini, e come soldato aveva vissuto in molte città.

Aveva anche ricevuto delle onorificenze per aver combattuto sul fronte del Carso durante la Prima Guerra Mondiale.

attestato

Prima della guerra era stato direttore di un giornale locale “La Provincia di Mantova”, e aveva una spiccata inclinazione per la scrittura.

giornale

Era un uomo molto creativo, e ci sono moltissimi suoi componimenti scritti che venivano richiesti anche per propaganda pubblicitaria, oltre che turistica.

componimento

Poco dopo la famiglia lasciò Brescia e tornò a Catania, dove mio padre passò tutta la sua infanzia.

Purtroppo, il matrimonio tra mio nonno e mia nonna non ebbe l’esito sperato, e i due si separarono alla fine degli anni ’60.

Dopo qualche anno, nel 1971, mia nonna raggiunse a Roma mio padre che si era iscritto all’Università La Sapienza, e trovò una casa nel quartiere Cinecittà.

Da bambina io la conobbi abbastanza bene. Mi era molto simpatica anche se non mi dava troppa confidenza. Non era molto felice, e si rinchiuse per molti anni in casa senza uscire quasi mai. Ricordo però che partecipava da casa a moltissimi quiz televisivi, e ogni tanto vinceva gettoni d’oro. Inoltre era una lettrice compulsiva di cataloghi postalmarket, di cui restano moltissime testimonianze tra le sue carte a partire dagli anni ’70, assieme a copie di periodici di gossip e altre riviste di casalinghe e ricette.

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Mio nonno si risposò con una vecchia amica in comune delle comitive catanesi di gioventù, la “zia” Gemma, venuta a mancare di recente.

I miei nonni morirono in due città diverse, a tanti chilometri, ma a pochi anni di distanza, nel 1990 e nel 1993. I miei ricordi di loro sono molto vaghi. Ma Le foto e le carte di questo piccolo archivio di famiglia mi hanno permesso di conoscerli meglio, e sono il filo di una piccola narrazione tra tante, che attraversa tutto un secolo, il ‘900, e tramite cui si può ricostruire una parte della nostra storia comune.

Elena Musumeci, archivista, vive e lavora a Roma.

 

Una FREDDA guerra… , di Matteo Vitale, III A

Quella che vi voglio raccontare è la storia del mio bisnonno materno. Ho trovato nei cassetti di un armadio dei miei nonni tanti ricordi… fotografie, lettere, cappelli e divise, giochi di altri tempi… Quello che mi ha più colpito è stato il racconto sulla vita del mio bisnonno Sabatino e della sua partecipazione alla Seconda Guerra Mondiale.

Si chiamava Sabatino Manfredi ed era nato il 23 gennaio del 1917, era il terzo di sei figli e i suoi genitori si chiamavano Amalia e Egidio (nome che poi fu dato al mio nonno materno, suo secondogenito).

FOTO 1

Il mio bisnonno, 1954, 10 cm x 15 cm

Eccolo qui, ritratto in una bella foto in primo piano in una occasione ufficiale. Sulla divisa sono visibili i simboli delle Campagne a cui prese parte, nonché i gradi.

Il suo papà morì molto presto e, a quei tempi, nelle famiglie così numerose, toccava ai figli maschi farsi carico della mamma e delle sorelle. Fu così che essendo il primo figlio maschio fu subito iniziato alla leva militare e, appena raggiunta la maggiore età si arruolò nell’esercito Italiano, siamo nel 1935.

Soltanto 5 anni dopo, ahimè, l’Italia entrò in guerra, nell’ambito del Secondo Conflitto Mondiale. Il mio bisnonno era arruolato nella sezione dell’Artiglieria Pesante e faceva parte delle truppe che si muovevano sui carri armati (i Panzer). Ebbe il suo battesimo di fuoco con la Campagna dei Balcani, prendendo parte all’invasione della Jugoslavia. Si registrò una vittoria per l’Asse e si spianò la strada per l’avanzata verso la Russia. Partirono dalle basi in Albania, a Zara e in Istria e scesero a mano a mano nel territorio del Regno di Jugoslavia con divisioni di fanteria, motorizzate e corazzate. Il mio bisnonno si occupava anche degli approvvigionamenti e quindi doveva procurare beni di primissima necessità e derrate alimentari per la sezione a cui era stato affidato.

Dopo poco, ebbe inizio la Campagna di Russia. Qui il racconto si fa più duro: raccontava di grandi sofferenze dovute al freddo, alla mancanza di viveri, alla perdita di tanti commilitoni ormai diventati suoi amici. L’evento più drammatico corrisponde al racconto della Battaglia soprannominata della “Sacca del Don”. È il 26 gennaio del 1943 e mentre il grande inverno russo sferza le truppe, le residue forze dell’Asse cercano caoticamente di ripiegare nella parte meridionale del fronte orientale, a seguito del crollo del fronte sul fiume Don. Gli ultimi resti delle forze italo-tedesche-ungheresi, si trovano a dover affrontare alcuni reparti dell’Armata Rossa che si era stabilita nella cittadina di Nikolaevka per impedire la loro fuga. Di fatto, si ritrovarono accerchiati nella cosiddetta Sacca del Don.

 Il mio bisnonno Sabatino, insieme ad altri commilitoni che lo aiutarono nell’impresa, riuscì a salvare molti soldati, nonché il suo capitano, svuotando i camion che erano destinati al trasporto di viveri, armi, benzina e altri mezzi di sostentamento e riempiendoli di uomini, permettendogli in questo modo di superare l’accerchiamento e sfuggire a morte certa. In quella battaglia persero la vita 3.000 soldati, ma se ne salvarono in questo modo più del doppio.

Riuscito a sopravvivere a questa atroce esperienza, che lo segnò per sempre, rientrò in Patria e fu mandato prima a Bologna, poi a Firenze. In questo periodo andava e veniva da Napoli con il treno, che allora ci metteva tantissimo tempo a compiere i tragitti.

Ebbe anche la fortuna di incontrare l’amore della sua vita nella sua città natale e dopo un lungo fidanzamento, rigorosamente “in casa” (non poteva uscire da solo con la fidanzata, ma sempre accompagnato dalla mamma di lei!!!) finalmente il 5 gennaio del 1948 si sposò con la mia bisnonna Immacolata Esposito (per noi tutti in famiglia, Titina). Nel 1951 e nel 1954 ebbero due figli maschi il primo, Pio, il secondo Egidio, che poi sarebbe diventato papà della mia mamma.

FOTO 2

Titina a Napoli, 1945, 12 cm x 18 cm

Ecco la giovane Immacolata, è il 1945, ritratta a via Toledo nei pressi dell’edificio storico del Banco di Napoli, con alle spalle un gruppo di militari. Era normale, in quegli anni, vedere soldati per le strade delle città.

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Titina e suo figlio Pio, Napoli, 1949, 10 cm x 15 cm

Ed eccola sfoggiare con orgoglio il suo primogenito.

Quando finalmente fu definitivamente stanziato a Napoli, faceva parte della 10° SEZIONE O.R.M.E. Officina Riparazioni Mezzi Esercito come Furiere cioè addetto al controllo anche amministrativo dei pezzi di ricambio dei mezzi e delle derrate alimentari per la sezione.

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Sabatino in caserma con i suoi Commilitoni, 1962, 12 cm x 12 cm

Eccolo qui in una foto degli anni sessanta che lo ritrae in Caserma coi suoi commilitoni.

Andò in pensione nel 1978 e fu congedato con la Medaglia a Croce alla carriera militare con il Titolo di Aiutante Maresciallo Maggiore con l’onorificenza di Cavaliere della Repubblica datagli dall’allora Presidente Pertini.

Mia mamma mi racconta che era un ottimo cuoco, un papà, un nonno e un marito affettuosissimo, rigido nelle regole ma estremamente legato ai suoi affetti, forse proprio perché aveva rischiato più e più volte di perderli o di non avere la possibilità di avere una famiglia tutta sua.

Un aneddoto che da sempre accompagna il ricordo del mio bisnonno è che ogni volta che la famiglia si riuniva a casa sua per il Natale, la Pasqua o altre ricorrenze…si diceva che lui cucinasse “per un reggimento”, ma senza mai sprecare neppure una briciola!!! Forse proprio perché quel suo dover sostentare e procurare cibo per i suoi compagni di guerra lo aveva profondamente coinvolto.

Purtroppo non ho avuto la possibilità di conoscerlo perché è morto prima che io nascessi, il 2 novembre del 1997, ma in compenso eccomi qui in una bella foto del 3 novembre 2005, che mi ritrae appena nato accanto alla mia ormai novantenne bisnonna Titina, sua moglie, visibilmente euforica, molto orgogliosa ed emozionata per l’arrivo del suo primo pronipote.

FOTO 5

Io e la mia bisnonna; 3 novembre 2005, 9 cm x 16 cm

Per sempre, di Laura Capone, III E

Ho deciso di costruire la mia narrazione raccontando del matrimonio dei miei nonni materni e di quello dei miei genitori. In realtà dietro questa scelta c’è un motivo più profondo e personale. I miei genitori si sono separati due anni fa ed è stato difficile per me affrontare questo cambiamento. Confrontando questi due matrimoni voglio mettere in risalto la solidità delle unioni di una volta e il mio desiderio che un amore duri per sempre.

I miei nonni materni, Aldo Spina e Silvana Angelino, sono nati a Napoli, rispettivamente nel 1942 e nel 1944. Il nonno ha lavorato fin da piccolo nel negozio di abbigliamento del padre che, alla sua morte per un cancro ai polmoni, lasciò in eredità al figlio questa attività. Mia nonna invece ha lavorato per alcuni anni al Centro Direzionale di Napoli.

Aldo e Silvana si fidanzarono nel 1964. Erano innamoratissimi, inseparabili e certi di aver trovato incontrandosi l’amore di una vita.

Silvana e Aldo, Chiesa di Sant’Antonio a Posillipo, Napoli 4 settembre 1969 (cm 36 x 24)

Si sposarono il 4 settembre del 1969. Questa prima foto, a colori, fa parte dell’album fotografico che mia nonna conserva con cura.

Il matrimonio si svolse nella bella chiesa di Sant’Antonio a Posillipo, in una delle zone più panoramiche della città. Qui gli sposi sono rappresentati a figura intera: la nonna guarda in macchina mentre il nonno sposta lo sguardo a sinistra. Sono in chiesa e attendono il momento dello scambio delle fedi. Sullo sfondo si vedono gli invitati alla cerimonia.

Silvana e Aldo, Chiesa di Sant’Antonio a Posillipo, Napoli 4 settembre 1969

In questa seconda foto ci sono i miei nonni ritratti in piano americano sorridenti, mentre tagliano la torta nuziale. Non tutti in quegli anni organizzavano un ricevimento in un locale; i miei nonni preferirono, dopo la cerimonia religiosa, accogliere gli invitati in alcuni locali della chiesa dove tagliarono la torta e scattarono alcune foto con gli invitati. Si concessero invece un breve viaggio di nozze in Italia.

In questa come nell’altra foto, si possono notare i vestiti degli sposi. La nonna indossava un abito molto semplice, estivo in seta bianca, e un cappello. Lei adora truccarsi, infatti nella foto si intravede l’ombretto color azzurro, secondo la moda del tempo che suggeriva colori vivaci. Il vestito dello sposo è quello classico.

Sono una coppia molto unita ancora oggi; il loro amore è indescrivibile. Prima si dava molta importanza al matrimonio e la separazione era poco frequente.

La legge sul divorzio fu introdotta in Italia il 10 dicembre del 1970 sostenuta dai partiti di di sinistra mentre era osteggiata dai democristiani, dalla destra e da altre forze politiche di quell’area. La polemica infuriò subito e anche gli italiani erano divisi su questa questione: soprattutto tra i cattolici (quindi la maggioranza della popolazione) era una questione molto sentita per l’indissolubilità del vincolo matrimoniale ritenuto inviolabile dalla Chiesa. Fu indetto un referendum per l’abrogazione della legge, il 12 e il 13 maggio del 1974, e gli italiani votarono per il permanere della legge sul divorzio. Nel sito Fare gli italiani, curato dall’Istituto Luce, ci sono video molto interessanti sia sulla legge che sul referendum.

Per il referendum ci fu una grande propaganda anche attraverso la televisione, che coinvolse pure personaggi dello spettacolo a favore di uno schieramento o dell’altro.

Questa legge è sicuramente un importante diritto civile conquistato ma penso che abbia modificato molto la società e mi chiedo se il grande numero di separazioni che ci sono oggi, e che sicuramente dipendono da cambiamenti culturali e sociali più vasti, non siano anche favorite dalla facilità con cui si può sciogliere il legame matrimoniale. Ho l’impressione che mentre ai tempi dei miei nonni un’unione si affrontava con impegno e cercando di farla durare nel tempo, oggi, di fronte ad una crisi, le coppie scelgono nella maggior parte dei casi la separazione senza considerare a fondo le possibilità di una riconciliazione. Forse dietro questa mia osservazione ci sono soprattutto la sofferenza che ho dovuto affrontare per la separazione dei miei genitori e il mio sogno di un amore che sia per sempre, come è per i miei nonni. Magari, con il tempo, cambierò idea.

I miei genitori, Paolo Capone e Giuliana Spina, si sono fidanzati nel 2001. Papà è nato a Pomigliano d’Arco, il 21 febbraio del 1972 e mamma a Napoli, il 21 marzo del 1974. Lui lavora nel campo delle assicurazioni e lei è un’insegnante.

Giuliana e Paolo, Chiesa di San Francesco di Paola, Napoli 3 dicembre 2003 (cm 36 x 24)

Si sono sposati il 3 dicembre del 2003 ed erano contenti della loro scelta. La cerimonia religiosa si è svolta nella Chiesa di San Francesco di Paola, in Piazza Plebiscito. In questa foto, conservata in un album di mamma qui a casa, i miei genitori sono ritratti, in campo medio all’interno della basilica, dopo lo scambio della fede.  

Il vestito della sposa è  di seta, più scollato e completato da un lungo velo; quello dello sposo è il tradizionale abito scuro con giacca e cravatta.

Giuliana e Paolo, Napoli 2003

In questa foto è rappresentato il taglio della torta durante il ricevimento per i parenti. Ci fu poi un’altra grande festa solo per gli amici. E’ un piano americano in cui entrambi appaiono sorridenti davanti alla torta nuziale a tre piani.

Festa con amici, Napoli 2003

In quest’ultima foto invece viene rappresentata la festa dedicata agli amici. C’erano tanti invitati e si divertirono tutti. Si facevano giochi, si ballava, c’era il karaoke. Infatti in quegli anni i festeggiamenti per i matrimoni erano diventati molto più spettacolari.

Qualche giorno dopo i miei genitori partirono per il viaggio di nozze diretti in America.

Mia nonna, “La signora marchesa”, di Vittoria Violante, III E

Non mi sarei mai aspettata di ritrovarmi in questa situazione.

Come ogni anno, il giorno del compleanno di mio nonno, tutta la famiglia si è riunita per un grande pranzo, fino a quando non è arrivato il “momento dei ricordi”. Mi spiego meglio. In questa particolare fase dei festeggiamenti mio nonno recupera alcune fotografie speciali, un po’ rovinate e in bianco e nero, appartenenti al passato: stavolta ha voluto ricordare la nonna. Mai avrei immaginato che il recupero della memoria mi avrebbe poi spinta a raccontarvi la storia di mia nonna paterna, Rosalia Ruggi d’Aragona.

Ricevimento a casa Rispoli, Corso Vittorio Emanuele, Napoli, 1924-1925

Nella foto di gruppo, tratta da un album fotografico, possiamo ammirare un ricevimento in maschera a casa Rispoli, la famiglia materna di mia nonna, cioè la dimora del mio trisavolo Francesco Rispoli, situata a Napoli, in Corso Vittorio Emanuele. Mia nonna non vi appare, probabilmente perché all’epoca troppo piccola. La ripresa fotografica può infatti collocarsi nella prima metà degli anni ’20 del secolo scorso e, per quanto sfocata, consente di intuire un contesto sontuoso, con le pareti ed il soffitto affrescato e illuminazione affidata ad eleganti appliquesi. La famiglia, infatti, apparteneva all’alta borghesia napoletana. Il capostipite, ingegnere, era titolare di un’importante impresa di costruzioni e si occupava di grandi opere, come quella della ristrutturazione del Teatro San Carlo.

Rosalia nacque a Napoli -il 2 luglio 1921 ed è venuta a mancare il 23 dicembre 2013, il giorno del mio ottavo onomastico – da Emma Rispoli ed Enrico Ruggi d’Aragona. Mia nonna per esaudire una promessa fatta a suo padre – il quale, attesa l’assenza di discendenti maschi, non voleva che il proprio ramo familiare perdesse la memoria delle proprie origini – nel 2006 ottenne che i propri figli potessero affiancare a quello paterno il cognome nobiliare Ruggi d’Aragona. È proprio per questa promessa che io oggi porto il cognome “Violante Ruggi d’Aragona”.

La famiglia Ruggi ha origini antichissime. Probabilmente il cognome è derivato dal Rouge bretone o normanno o, forse, da un Roux longobardo. Ciò che è certo è la presenza alle origini dell’albero genealogico familiare di un latinizzato Rugius. Lo stemma originale, talvolta raffigura un leone dorato in banda argentea in uno scudo rosso. È plausibile che si tratti di conquistatori arrivati nel Mezzogiorno d’Italia, che seppero stringere, quali nobili di spada, rapporti con le diverse dinastie, che si succedettero nel governo del territorio. Esistono due rami della famiglia, quello originario di Salerno e uno napoletano, sebbene la questione sia un po’ controversa.

Stemma originale della famiglia Ruggi d’Aragona

A partire dal 1522 la famiglia, che si era distinta nella difesa di Rodi durante l’assalto ottomano, acquisì per concessione dei sovrani di Spagna il titolo di d’Aragona e la legittimazione ad inserire nel proprio stemma i pali gialli e rossi del casato aragonese.

Stemma della famiglia Ruggi d’Aragona dopo il 1522

Inoltre, sembra che i rapporti con il ceppo originario non dovettero mai cessare.

La Repubblica Napoletana del 1799 costituì un evento sconvolgente : alcuni esponenti che vi aderirono pagarono poi con la vita e la privazione del titolo nobiliare questa scelta: altri assunsero una posizione più ambigua, mentre altri ancora rimasero fedeli ai Borbone. Questo episodio glorioso e triste della città di Napoli è raccontato da un famoso romanzo di Enzo Striano, Il resto di niente, da cui sono tratte queste scene di un film molto bello della regista napoletana Antonietta De Lillo.

In quei drammatici eventi si ebbe una frattura interna alla famiglia, che rese i legami molto più confusi, in particolare quelli con il ramo partenopeo, che maggiormente si era esposto. Il ramo napoletano, a cui appartengo, solo dopo l’Unità d’Italia ha ottenuto la riabilitazione, alla stregua di “martiri”, degli avvocati Antonio e Ferdinando che erano coinvolti nella Repubblica Napoletana e la restituzione del titolo di “d’Aragona”.

Nel corso dell’Ottocento l’antica residenza familiare salernitana venne inoltre donata al Comune di Salerno. Tale edificio poi divenne un ospedale, che ancora oggi porta il nome di “San Giovanni di Dio e Ruggi d’Aragona”.

È quindi da una unione tra aristocrazia di derivazione feudale e ricca borghesia cittadina che nacque mia nonna, la cui madre aveva seguito – cosa rarissima per l’epoca – il percorso di studi fino al conseguimento del diploma di scuola media superiore, nonostante il padre le avesse, poi, proibito di impegnarsi nel mondo del lavoro, perché convinto che il lavoro non fosse adatto a una ragazza di buona famiglia.

Emma Rispoli, Studio fotografico Marvuglia, Napoli 1905-1910

Nella foto in bianco e nero è ritratta, in primo piano, la madre di mia nonna, Emma Rispoli. La fotografia fu scattata a Napoli dal fotografo Marvuglia, in via Roma 305. Mi colpisce l’eleganza della cornice con disegni in rilevo a tema floreale.

Ricevimento in casa Rispoli, Via Tarantino, Napoli 1936 (cm 16,5 x 23)

Questa foto, scattata nell’appartamento vomerese di famiglia, risale a quando mia nonna aveva circa quindici anni (1936), sempre in occasione di una festa di Carnevale, come possiamo notare dall’abbigliamento dei presenti. Il contesto è sicuramente meno sontuoso, avendo la famiglia subito nel frattempo notevoli rovesci finanziari. Le persone riconoscibili in questa foto sono solo tre: la mia pro-zia, Vittoria; la sorella di mia nonna, Maria; mia nonna (la ragazza il cui volto, purtroppo, è scarsamente visibile in alto a destra). L’atmosfera che traspare da questa immagine è leggera e gioiosa, come ci si aspetta in una festa in maschera.

Posso, inoltre, aggiungere che nella fotografia sono presenti solo donne, fatta eccezione per un uomo in piedi sulla destra.

Ciò che caratterizza questa fotografia rispetto alla precedente, è che nonostante le vicissitudini, cui ho fatto riferimento, la famiglia non avesse abbandonato le proprie consuetudini. La foto assume più il carattere del “ricordo” personale”, che non quello di rappresentazione di un “evento”.

Come sua madre, anche mia nonna ebbe presto ambizioni culturali e lavorative non comuni in quel periodo per una donna. Infatti Rosalia, dopo aver preso la maturità classica, ottenne di frequentare l’Università, arrivando a conseguire, nel pieno degli eventi bellici, la laurea in lettere che le aprì, poi, le porte del mondo del lavoro in un’epoca in cui ancora limitatissimi erano gli sbocchi consentiti alle donne. A soli 22 anni, cominciò ad insegnare Lettere classiche in una scuola di Sapri, nel 1943 quando dopo lo sbarco degli alleati in Sicilia, fu chiamata per un incarico di pochi mesi. In questo video dell’istituto Luce sono registrati diversi momenti dell’evento che diede inizio alla liberazione del nostro paese.


La lunga carriera di Rosalia l’ha vista in cattedra fino all’età di 67 anni. In verità, mia nonna avrebbe, addirittura, voluto iscriversi a medicina, ma suo padre si oppose fermamente, convinto che il lavoro di medico non si addicesse ad una donna.

Primo piano Rosalia, Napoli, 1941. (cm 8,3 x 13)

Questa foto, in bianco e nero (scattata nel 1941 circa), è un primo piano di mia nonna, all’epoca ventenne, che, in una posa suggerita dal fotografo, guarda verso l’obiettivo della macchina fotografica. Osservandola ho potuto constatare la forte rassomiglianza di mia nonna sia con mia sorella, Alessandra, che con mia zia Piera, mentre nello sguardo ritengo di poter riconoscere alcuni tratti di mio padre Giancarlo.

In occasione delle quattro giornate di Napoli (27 settembre-30 settembre 1943), la nonna diede un importante aiuto ai partigiani. Difatti insieme ad una parente si dedicò alla raccolta ed al trasporto presso il liceo Sannazaro – dove i partigiani stabilirono la loro “base” – di bende e quanto necessario per la cura dei feriti nei combattimenti.

Fu durante questi avvenimenti che Rosalia conobbe Aedo Violante (Napoli 1925-2019), suo futuro sposo. In questo video ci sono interessanti testimonianze di chi ha partecipato alle quattro giornate.

Foto di classe, Liceo Classico Garibaldi, Napoli, 1958-1962 ( cm 12,9 x 17,7)

Come già raccontavo, la nonna era un’insegnante: lei amava insegnare e formare altre giovani menti per indirizzarle verso il proprio futuro. Questa foto, in bianco e nero, venne scattata a Napoli, probabilmente nel liceo classico Garibaldi, tra il 1958 e il 1962 a giudicare dalle acconciature super cotonate e dal modo di vestirsi. Mia nonna è, ovviamente, la donna adulta con il soprabito seduta tra le alunne (una classe evidentemente di sole donne); tutte indossavano, come si usava all’epoca, anche negli istituti superiori, il grembiule.

Dopo aver insegnato per diversi anni al Garibaldi, mia nonna ha insegnato anche al liceo scientifico di Fuorigrotta, per poi chiudere la sua carriera al liceo classico Jacopo Sannazaro.

Quello che mi sembra più opportuno sottolineare è che ancora oggi numerosi ex allievi ne parlano con devozione e rispetto. In particolare una allieva, a sua volta insegnante, poco prima che mia nonna morisse, le inviò, attraverso mia zia, anche lei insegnante, un brillante elaborato scritto da una sua studentessa, dicendo di riferirle “vorrei sapesse che se oggi c’è una studentessa che scrive in questo modo è perché io sono riuscita a trasferirle, a mia volta, solo in minima parte ciò che lei mi ha insegnato”.

Credo perciò che mia nonna abbia contribuito, a suo modo ed in un’epoca in cui molti lavori – quale ad es. quello di magistrato – erano preclusi alle donne, a dimostrare nei fatti la piena parità tra donne ed uomini.

Aedo e Rosalia, Napoli, 2012

Ecco qui invece una foto a colori più recente di mia nonna, insieme a suo marito, Silio Italico Aedo (a sua volta protagonista di una vita intensa, caratterizzata dal riconoscimento del titolo di Commendatore della Repubblica, per meriti partigiani, ma questa è un’altra storia), scattata nel 2012 a casa di mia zia, l’autrice dello scatto. Mio nonno e mia nonna guardano l’obiettivo sorridenti, mentre stringono tra le mani un bicchiere di champagne, molto probabilmente in occasione di una festa di compleanno.

Mia nonna inoltre, già anziana, ha recitato assieme ad Ennio Fantastichini , nel ruolo della “Signora Marchesa”, in un corto del regista Pappi Corsicato, prodotto dal pastificio Garofalo, dal titolo “Questioni di gusto”. Ho scelto questo video ridotto in cui mia nonna compare nelle ultime scene.

Ed è così che si conclude il nostro breve, ma intenso viaggio nella vita di una donna intelligente e diversa da molte altre sue coetanee, appunto un’eccezione.

La mia bisnonna Luisa e il suo grande cuore, di Antonio Garzillo, I M

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Formato 14×20 Foto che rappresenta la mia bisnonna nel cortile dell’ospedale Annunziata, trovata in album di mia nonna.

Questa è una foto della mia bisnonna Luisa la madre di mia nonna… Purtroppo non ho avuto l’occasione di conoscerla perché è morta a 70 anni insieme al mio bisnonno. Con lui (il mio bisnonno) ha avuto la bellezza di sette figli tra cui mia nonna Assunta Castellano. La mia bisnonna lavorava all’Ospedale Annunziata dove, all’epoca, venivano accolti i bambini abbandonati e, poiché nonna Luisa aveva un animo buono,  quando trovava un bambino superstite della guerra coglieva l’attimo per portarlo in ospedale, insieme a lei.

In ospedale lavorava anche sua sorella Anna che aiutava Luisa a raccogliere quanti più feriti e bambini poteva. Finita la guerra nonna Luisa si dedica di più alla famiglia, che in quel periodo si trasferisce restando sempre al Vomero.

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Formato 19×12 Anno 1950 circa

Questa è la foto del mio bisnonno Salvatore. A quei tempi,  lavorava come attore di fotoromanzi (parliamo del periodo subito dopo la II Guerra Mondiale). Da piccolo il mio bisnonno aveva poca fiducia in sé stesso, perché il padre gli diceva sempre che non avrebbe mai avuto un futuro, ma c’era una sola persona che lo incoraggiava sempre: suo fratello Antonio. Quando il padre si comportava in maniera dura con Salvatore, Antonio consolava il fratello pieno di lacrime che si nascondeva sotto le coperte (forse è da lui che ho preso il mio carattere e il mio nome). Nonno Salvatore è cresciuto con suo fratello che gli è stato d’appoggio finché i loro genitori si separarono e di Antonio non si ebbero più notizie.

Una volta adulto nonno Salvatore sposò Luisa e (come ho detto prima) hanno avuto la bellezza di 7 figli compresa mia nonna.

Nonno Salvatore partì, per un paio di mesi, per la guerra. Una volta tornato aprì un scuola di recitazione… Faccio le mie più sentite scuse per non essere riuscito a trovare il nome della scuola aperta dal mio bis nonno.

Frammenti di storia della mia famiglia, di Marta Tuccillo, I M

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11,5×16 foto trovata in un album da ricordi a casa dei miei nonni materni

Nella foto è ritratta la mia bisnonna Marcella al centro con le due sorelle maggiori, Maria e Antonina. Però manca il fratello primogenito Stefano. Vivevano in Sicilia a Messina. Questa è l’ultima foto scattata prima del terremoto di Messina. Quando avvenne il terremoto, il 28 dicembre 1908, Marcella era da poco andata a Napoli dagli zii per Natale, con l’intenzione di rimanerci un mese. Ma durante il terremoto perì l’intera famiglia. Rimase a vivere con gli zii a Napoli. Quando accadde aveva appena sei anni, e crebbe pensando che quelli fossero i suoi genitori.

marta 2

6×7,5 foto trovata in un album da ricordi a casa dei miei nonni materni

Qui c’è la mia bisnonna Marcella con sua zia Anna e il marito Alcibiade, divenuti di fatto genitori adottivi. Da notare è l’eleganza dell’abbigliamento, in particolare l’ampio cappello della zia, il colletto rigido dello zio e la veste della mia bisnonna Marcella. Alcibiade era un farmacista, quindi potevano permettersi abiti costosi.

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6×10 foto trovata in un album da ricordi a casa dei miei nonni materni

Qui Marcella in abiti tipici siciliani, probabilmente in occasione di un carnevale. La zia conservava gli abiti tradizionali siciliani in ricordo della sua terra di origine e della sua famiglia.

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6×9 foto conservata in un cassetto a casa dei miei nonni materni

Questo invece è il mio bisnonno Peter. Lui, nato in Ungheria e laureato in medicina a Seged, innamorato dell’Italia volle trasferirsi a Napoli dove dovette riprendere gli studi poiché non gli venne riconosciuta la laurea ungherese, per laurearsi nuovamente in medicina e chirurgia nell’Università di Napoli Federico II. Durante il periodo degli studi conobbe Marcella e se ne innamorò. Il mio bisnonno decise di svolgere la specialità di odontoiatria. Successivamente si è sposato e si è trasferito a Sorrento dove sono nati tre figli, Giorgio, Gerardo e mio nonno Fernando.

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8×5,5 foto conservata in un cassetto a casa dei miei nonni materni 1941

Questa foto è del natale 1941. L’Italia è in guerra ed anche i giochi dei ragazzi riflettono l’atmosfera bellica. Mio nonno Fernando ha 5 anni e indossa un berretto dei cavalieri di Sardegna, mentre suo fratello Giorgio indossa un elmetto e suo fratello Gerardo suona il tamburo come i tamburini che incitavano i soldati alla battaglia.

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5,5×8,5 foto conservate in un cassetto dei miei nonni materni

marta 7

5,5×8,5 foto conservate in un cassetto dei miei nonni materni

Queste foto sono del 1942. L’Italia è in guerra e tutti i bambini e adulti sono inquadrati militarmente. Mio nonno Fernando e suo fratello Giorgio erano figli della lupa. Era il grado militare dei bambini dai 6 agli 8 anni. Nella prima immagine mio nonno di anni sei è sull’attenti. Nella seconda foto i due fratelli fanno il saluto romano ovvero il saluto fascista.

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11×18 agenda conservata in un armadio a casa dei miei nonni materni

Durante il regime fascista venivano riprodotti i simboli del fascismo anche sugli oggetti di uso comune, come sull’agenda di mio nonno riportata nella foto.

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13×8 foto conservata in un cassetto dei miei nonni materni

Foto del 1941. Mio nonno, visto di spalle, e suo fratello Giorgio mentre ballano in costume tradizionale popolare la tarantella. I ragazzi delle scuole elementari dovevano dare spettacolo del ballo tradizionale Sorrentino ai militari che venivano a Sorrento in convalescenza dalle ferite riportate in guerra.

Nel marzo del 1944 ci fu una violenta eruzione del Vesuvio. A Sorrento cadde una quantità notevole di cenere. Il mio bisnonno Peter temendo che il soffitto della casa potesse cedere sotto il peso della cenere, incurante del pericolo, si recò sul tetto e con una pala rimosse una quantità notevole di cenere. Lo aiutarono i figli Giorgio, di anni 10, e mio nonno, di anni 8. Essi lavorarono con un velo applicato sulla bocca per non ingerire la cenere che incessantemente cadeva dal cielo.

Un episodio grottesco è quello vissuto da mio nonno a scuola durante quei giorni di pioggia di cenere. La sua maestra invece di rassicurare i bambini in attesa che i genitori li venissero a prendere, parlò dell’eruzione del Vesuvio del 79 d.C. che seppellì Pompei ed Ercolano. Alcuni anni dopo il mio bisnonno Peter, mio nonno Fernando, suo fratello Giorgio ed alcuni amici, scalarono le pendici del cratere del Vesuvio legati tra loro con una fune, come si vede nella foto sotto.

marta 10

14×9 foto trovata in un album da ricordi a casa dei miei nonni materni

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9×13 foto trovata in un album da ricordi a casa dei miei nonni materni

marta 12

20×20 foto conservata in un cassetto a casa dei miei nonni materni

Infine mio nonno Fernando e mia nonna Luciana nel giorno del matrimonio, il 1° dicembre del 1965. Hanno avuto quattro figli, tra cui mia mamma Valentina, l’ultima figlia. Il loro matrimonio dura ormai da 54 anni.

Il mio caro nonno Giovanni!, di Noemi Agnino, III M

noemi 1

Nonno Pasquale nel giorno della sua prima comunione insieme al suo padrino Peppino e suo cugino Giovanni. 1956. Foto trovata nel cassetto dei ricordi di mia nonna. 12,6×17,5 cm

In questa foto è rappresentato mio nonno Pasquale nel giorno della sua prima comunione, aveva nove anni ed era intorno al 1956.

Questo uomo alla sinistra di mio nonno è Peppino, il suo padrino, mentre invece il ragazzo alla sua destra è Giovanni, suo cugino.

Fortunatamente lui ha sempre vissuto in una famiglia benestante perché a quell’epoca riuscire a festeggiare una comunione o anche comprarsi un vestito bello per l’occasione era tanto.

noemi 2

Sempre mio nonno nel giorno del suo compleanno. Foto trovata nel cassetto di nonna,19/05/1963. 7,9×10,3 cm

In questa foto è ritratto mio nonno nel giorno del suo sedicesimo compleanno, con la camicia e il maglioncino, ancora da lui conservato, regalato dalla madre. Per ricordare quel momento, ovviamente importante, gli fu scattata una foto.

noemi 3

Foto scattata nella concessionaria Fiore dove lavorava. 1967, trovata nel cassetto di nonna.18,4x9cm

Mio nonno in questa foto si trova nella concessionaria Fiore situata a San Giovanni, dove lavorò per molti anni. In questa foto lui sta bevendo in una coppa per festeggiare i 10 anni di apertura.

noemi 4

Mio nonno e mia nonna Anna insieme sul Vesuvio. 1975 circa. Foto trovata nel cassetto di 9,8×12,4cm

In queste due foto mio nonno aveva 28 anni invece mia nonna Anna ne aveva 24 anni e già all’epoca erano sposati come tutt’oggi.

Queste foto sono state scattate durante una gita sul Vesuvio.