Essere o apparire, di Sara Buonomo

In un pomeriggio di pioggia, a casa di mia nonna, riordinando un armadio abbiamo trovato una scatola di latta piena di fotografie in bianco e nero. Sono saltati fuori scorci di vita di un’altra epoca. Prendendo gli scatti ho cercato di immaginare la loro storia… erano gli anni 30…..

Per il mondo intero  quegli anni  hanno costituito  un periodo caratterizzato dalla repressione del dissenso politico, dall’intervento del governo fascista nell’economia e dalle leggi razziste, anti-ebraiche.

La grave crisi economica cominciata nel 1929 negli Stati uniti, che si prolungò fino alla fine del decennio, segnò profondamente la storia di tutta l’Europa fino allo scoppio della II guerra mondiale. In Italia, il regime fascista consolidò il proprio potere con un progressivo annullamento di tutto ciò che era alternativo politicamente, determinando di fatto il passaggio da un regime democratico ad un regime dittatoriale emanando leggi che trasformarono il rapporto tra le istituzioni politiche ed economiche.

Sul piano sociale Mussolini costruì un consenso di massa sempre più solido. Il regime favoriva la diffusione delle proprie idee agendo fin dall’infanzia. A partire dal 1926 tutti i giovani dovevano iscriversi all’Opera Nazionale Balilla e nei Fasci Giovanili; i lavoratori invece partecipavano all’Opera Nazionale Dopolavoro che aveva lo scopo di organizzare il tempo libero. I nuovi mezzi di comunicazione di massa venivano utilizzati ai fini della propaganda del regime: il cinema con i notiziari di parte (i “film Luce”) e la radio impiegata per trasmettere i principali discorsi del Duce agli italiani, la scuola e la stampa dovevano servire alla formazione di una cultura fascista.

Altro fenomeno di controllo della società era l’annullamento delle logiche democratiche, con l’abolizione dei sindacati sostituiti dal corporativismo, che assicurava la salvaguardia degli ideali fascisti anche nel mondo economico. La politica estera fu espressione di un comportamento  imperialista che si concretizzò con la conquista dell’Etiopia e il progressivo avvicinamento alla Germania nazista. A partire dal 1938 Mussolini decise di introdurre in Italia le leggi razziali e di firmare, l’anno seguente, il “patto d’acciaio” con Hitler. Si preparavano così le alleanze che avrebbero portato, nel giro di pochi mesi, allo scoppio del secondo conflitto mondiale.

bisnonna

In questa immagine è ritratta la mia bisnonna materna, Amalia Pinto, a piazza Municipio a Napoli. Dai racconti di mia mamma e di mia nonna, la bisnonna era una donna molto allegra e solare, infatti come si può notare dalla foto, che la ritrae a figura intera, in campo medio, sfoggia uno dei suoi più raggianti sorrisi. Indossa un completo molto elegante e raffinato, bianco, guanti e cappello, come prevedeva l’usanza del tempo, e una piccola pochette. La foto è stata scattata da un fotografo professionista nel 1930, la bisnonna era in posa e mostra il suo aspetto migliore! E nello stesso tempo è se stessa, senza “filtri” o “effetti speciali”.

bisonnna retro

Girando la foto per vedere il nome del fotografo il mio sguardo si è soffermato su alcuni caratteri scritti a mano, in bella grafia, con inchiostro fine, una manciata di semplici parole che però personalizza la cartolina rendendola unica. Si tratta di una dedica che la bisnonna Amalia aveva scritto al suo amoroso, il bisnonno Biagio: “Affinché sia ricordata nei momenti di solitudine. Al mio Biagino, Amalia tua”. Tali parole hanno suscitato in me diverse riflessioni. In effetti oggi questo tipo di usanza non è più così diffusa.  Le dinamiche che regolano il corteggiamento e le relazioni sono molto cambiate. Le modalità di comunicazione sono più dirette, ci si può “sentire” con grande facilità grazie alle nuove tecnologie e si sta raggiungendo una maggiore parità relazionale tra i sessi, anche se, forse, con meno romanticismo. Più nessuno regalerebbe una foto stampata quando su internet se ne possono trovare tante.

A quei tempi la foto era un’immagine intima e privata da mostrare con amore ad una sola persona. Oggi gli scatti sono una vetrina per costruire e diffondere la nostra immagine sui social, li postiamo a volte solo per apparire e non sempre per mostrare ciò che siamo o ciò che proviamo, ma per avere il consenso, il cosiddetto “like”.

Anche i momenti più intimi diventano occasione di condivisone al punto che la socializzazione di un evento può diventare più importante dell’emozione vissuta. Questa modalità di comunicazione limita la sfera privata che da sempre ha caratterizzato il microcosmo familiare, ma nello stesso tempo consente di azzerare le distanze, di ampliare le relazioni, sebbene più effimere e fornisce nuovi punti di vista.

chiaraferragni

Foto di Chiara Ferragni

Credo di aver capito quindi che nel mondo dei social, come in tutte le cose, coesistono aspetti positivi e negativi, esso non costituisce di per sé un male, ma dipende dall’uso che se ne fa. Forse il segreto sta proprio nell’utilizzarli con uno sguardo al passato, senza che invadano la nostra vita cancellando totalmente la dimensione più intima e vera di noi stessi.

Tra Catania e Roma, tra il Carso e l’Etiopia. Tratti di una breve storia di famiglia, di Elena Musumeci

Raccontare la storia della mia famiglia paterna è molto difficile, perché ho solo dei vaghi ricordi della mia infanzia con loro.

Eppure, ripescando qui e là nelle poche immagini del passato, possono riaffiorare i volti di mia nonna Elda Mezzadri, di mio nonno Antonino Musumeci, e del mio bisnonno Leo Mezzadri che, seppur mai conosciuto, era una presenza costante in piccoli ritratti caricaturali di vari membri della famiglia, da lui effettuati.

Nelle ultime settimane questi volti hanno riacquisito una voce, colori, pensieri. Posso dire di aver avuto modo di conoscerli davvero riordinando le carte di famiglia recuperate dopo la loro scomparsa, e lasciate per molti anni all’umidità e alla muffa, in uno scatolone in cantina.

Questo lavoro è stato rivelatore di molte cose teoricamente note ma toccate veramente con mano ancora una volta: le carte rendono le storie vive, e questo viene incredibilmente amplificato nelle storie così vicine a noi. Storie familiari, ma che non conosciamo veramente mai a fondo. Assieme a questo ho capito anche il perché in pochi, anche tra gli archivisti,  riordinano le proprie memorie di famiglia.

Il passato a volte può essere molto più complicato del presente.

Nella foto qui sotto, in cattedra, è ritratto frontalmente mio nonno, Antonino Musumeci.

nonno

Mio nonno era nato a Catania nel 1909 ed era un professore di matematica. Me lo ricordo in occasione di un solo incontro, in Sicilia, quando io avrò avuto all’incirca 9 anni e mia sorella Marina sarebbe nata da lì a poco. Nei miei ricordi è un signore alto e distinto, con un bastone da passeggio. Andammo a comprare il pane, dei panini col sesamo, e tutti lo chiamavano “professore”, il che mi fece sentire parte di una stirpe molto importante, anche se per me semisconosciuta.

Antonino Musumeci fu tenente dell’Esercito Regio in Africa. Aveva frequentato la scuola per allievi ufficiali ad Addis Abeba ed era a capo di combattenti àscari. Quando vi fu la conquista britannica dell’ Africa Orientale Italiana, fu fatto prigioniero e condotto in Kenya, dove rimase per molti anni, dal 1941 al 1947. A questo link un sito specifico ricostruisce la storia dei campi di prigionia inglesi in Kenya, ma non ho trovato il nome di mio nonno.

nonno

Una parte importante delle sue carte è costituita da una serie di lettere inviate e ricevute in questo suo lungo periodo di prigionia.

lettera

Per 6 anni le sue lettere riportano lamentele  per la sua salute cagionevole e alcuni interventi chirurgici subiti nel campo di detenzione, per il fatto di non ricevere notizie da casa, per il trattamento discriminante che diceva di ricevere in quanto italiano, e purtroppo a ciò si aggiunge una considerazione non sempre lusinghiera riguardo la popolazione locale, che credo fu frequente in chi ebbe parte in quell’esperienza, e che dunque deve essere stata comune di molti italiani – e non solo – in Africa, durante il colonialismo e la guerra.

Riuscì fortunatamente a tornare vivo a Catania nel 1947, e si riunì alle sue vecchie compagnie di gioventù. Qui incontrò mia nonna, Elda Mezzadri.

nonna

Mia nonna apparteneva a una famiglia della piccola borghesia catanese. Il padre, Leo Mezzadri, era stato anch’egli un soldato. Avevano vissuto qualche anno a Roma, in Viale delle Milizie – come risulta dalla corrispondenza degli anni del Fascismo – e poi erano tornati nella loro città natale durante gli anni della guerra. Mia nonna era abbastanza corteggiata, stando a quanto si può leggere nelle sue lettere.

Elda e Antonino si sposarono, nel 1951, e si trasferirono a Brescia, dove lui era stato inviato come insegnante.

nonna e nonno

Qui nel 1953 nacque mio padre, Mario Musumeci, e furono inviati molti telegrammi di auguri per la sua nascita.

mario musumeci

Tra questi spiccano i biglietti con le poesie del bisnonno Leo Mezzadri, con il quale mio padre Mario aveva un rapporto molto stretto e affettuoso.

bisnonno e mario

Il bisnonno Leo era stato dapprima un sottoufficiale degli Alpini, e come soldato aveva vissuto in molte città.

Aveva anche ricevuto delle onorificenze per aver combattuto sul fronte del Carso durante la Prima Guerra Mondiale.

attestato

Prima della guerra era stato direttore di un giornale locale “La Provincia di Mantova”, e aveva una spiccata inclinazione per la scrittura.

giornale

Era un uomo molto creativo, e ci sono moltissimi suoi componimenti scritti che venivano richiesti anche per propaganda pubblicitaria, oltre che turistica.

componimento

Poco dopo la famiglia lasciò Brescia e tornò a Catania, dove mio padre passò tutta la sua infanzia.

Purtroppo, il matrimonio tra mio nonno e mia nonna non ebbe l’esito sperato, e i due si separarono alla fine degli anni ’60.

Dopo qualche anno, nel 1971, mia nonna raggiunse a Roma mio padre che si era iscritto all’Università La Sapienza, e trovò una casa nel quartiere Cinecittà.

Da bambina io la conobbi abbastanza bene. Mi era molto simpatica anche se non mi dava troppa confidenza. Non era molto felice, e si rinchiuse per molti anni in casa senza uscire quasi mai. Ricordo però che partecipava da casa a moltissimi quiz televisivi, e ogni tanto vinceva gettoni d’oro. Inoltre era una lettrice compulsiva di cataloghi postalmarket, di cui restano moltissime testimonianze tra le sue carte a partire dagli anni ’70, assieme a copie di periodici di gossip e altre riviste di casalinghe e ricette.

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Mio nonno si risposò con una vecchia amica in comune delle comitive catanesi di gioventù, la “zia” Gemma, venuta a mancare di recente.

I miei nonni morirono in due città diverse, a tanti chilometri, ma a pochi anni di distanza, nel 1990 e nel 1993. I miei ricordi di loro sono molto vaghi. Ma Le foto e le carte di questo piccolo archivio di famiglia mi hanno permesso di conoscerli meglio, e sono il filo di una piccola narrazione tra tante, che attraversa tutto un secolo, il ‘900, e tramite cui si può ricostruire una parte della nostra storia comune.

Elena Musumeci, archivista, vive e lavora a Roma.

 

Una foto e un racconto, di Tommaso Oncia, III E

Cercavo delle foto per la mia narrazione, ma non ho trovato molto materiale in casa. Allora sono andato da mio nonno; insieme abbiamo scelto una foto a cui è molto affezionato e da lì ha iniziato a raccontarmi una storia di famiglia.

Pasquale Pugliese a cavallo con il nonno, Napoli 1953

In questa foto, del 1953, è ritratto mio nonno, Pasquale Pugliese, che è nato a Napoli nel 1949. È il bambino sorridente a cavallo con il nonno, Giuseppe Sernia che era nato nel 1898. Sono inquadrati dal basso, a piedi nudi e in canottiera, in una strada cittadina mentre, sulla destra, un signore di una certa età tiene fermo il cavallo per la cavezza.

Il mio trisavolo, prima del periodo fascista, era un proprietario terriero. Le sue proprietà si estendevano per gran parte dell’attuale Corso Vittorio Emanuele, quindi in città (quando però la città era meno edificata), dove c’era la villa di campagna della famiglia. Allevavano mucche, cavalli, maiali, conigli, galline e pecore. La moglie si occupava di portare il latte casa per casa, utilizzando i contenitori di alluminio di una volta.

La sua attività era molto redditizia, infatti riusciva a provvedere dal punto di vista alimentare al fabbisogno della sua famiglia e poteva, vendendo il restante dei prodotti, far fronte alle altre esigenze della famiglia.

Con l’avvento del regime fascista, cambiarono le leggi e ci furono una serie di restrizioni che in alcune circostanze diventarono vere e proprie prepotenze. Uno dei nuovi provvedimenti colpì direttamente il mio trisavolo. Infatti una nuova legge fascista prevedeva che l’agricoltura e l’allevamento degli animali non potesse essere praticato più in città ma solo in provincia.

Il fascismo, per fini di propaganda, da un lato esaltava l’attività agricola e definiva una sua politica agraria, ma nella realtà portò a un peggioramento netto delle condizioni dei contadini favorendo i grandi proprietari terrieri. In questo video dell’Istituto Luce è ripresa la mietitura del grano in Sardegna con evidenti scopi propagandistici del regime.

Le conseguenze della legge sulla soppressione delle attività agrarie cittadine non tardarono ad arrivare. Infatti un giorno la polizia arrivò alla tenuta dei miei antenati e sequestrò sia la terra sia gli animali. Mio nonno racconta che arrivarono con le “tummarelle”, cioè delle carrette con sponde laterali trainate da buoi e adibite al trasporto, su cui caricarono tutti gli animali sottoposti a sequestro. Da quel momento il mio trisavolo e la sua famiglia, privati di tutto, dovettero affrontare delle grandissime difficoltà economiche, considerato anche il particolare momento storico che non permetteva di iniziare nuove attività o trovare facilmente un posto di lavoro. Per compensare la perdita gli fu offerta la possibilità di lavorare in una famosa fonderia, sempre al Corso Vittorio Emanuele, dove era addetto agli altoforni per la fusione del bronzo che serviva per le sculture e altri prodotti artistici.

Ascoltare questa storia raccontata dal nonno è stato interessante e ho capito cosa ha significato vivere durante il fascismo quando dovevi sottostare a leggi e piegarti a ingiunzioni autoritarie.

Una FREDDA guerra… , di Matteo Vitale, III A

Quella che vi voglio raccontare è la storia del mio bisnonno materno. Ho trovato nei cassetti di un armadio dei miei nonni tanti ricordi… fotografie, lettere, cappelli e divise, giochi di altri tempi… Quello che mi ha più colpito è stato il racconto sulla vita del mio bisnonno Sabatino e della sua partecipazione alla Seconda Guerra Mondiale.

Si chiamava Sabatino Manfredi ed era nato il 23 gennaio del 1917, era il terzo di sei figli e i suoi genitori si chiamavano Amalia e Egidio (nome che poi fu dato al mio nonno materno, suo secondogenito).

FOTO 1

Il mio bisnonno, 1954, 10 cm x 15 cm

Eccolo qui, ritratto in una bella foto in primo piano in una occasione ufficiale. Sulla divisa sono visibili i simboli delle Campagne a cui prese parte, nonché i gradi.

Il suo papà morì molto presto e, a quei tempi, nelle famiglie così numerose, toccava ai figli maschi farsi carico della mamma e delle sorelle. Fu così che essendo il primo figlio maschio fu subito iniziato alla leva militare e, appena raggiunta la maggiore età si arruolò nell’esercito Italiano, siamo nel 1935.

Soltanto 5 anni dopo, ahimè, l’Italia entrò in guerra, nell’ambito del Secondo Conflitto Mondiale. Il mio bisnonno era arruolato nella sezione dell’Artiglieria Pesante e faceva parte delle truppe che si muovevano sui carri armati (i Panzer). Ebbe il suo battesimo di fuoco con la Campagna dei Balcani, prendendo parte all’invasione della Jugoslavia. Si registrò una vittoria per l’Asse e si spianò la strada per l’avanzata verso la Russia. Partirono dalle basi in Albania, a Zara e in Istria e scesero a mano a mano nel territorio del Regno di Jugoslavia con divisioni di fanteria, motorizzate e corazzate. Il mio bisnonno si occupava anche degli approvvigionamenti e quindi doveva procurare beni di primissima necessità e derrate alimentari per la sezione a cui era stato affidato.

Dopo poco, ebbe inizio la Campagna di Russia. Qui il racconto si fa più duro: raccontava di grandi sofferenze dovute al freddo, alla mancanza di viveri, alla perdita di tanti commilitoni ormai diventati suoi amici. L’evento più drammatico corrisponde al racconto della Battaglia soprannominata della “Sacca del Don”. È il 26 gennaio del 1943 e mentre il grande inverno russo sferza le truppe, le residue forze dell’Asse cercano caoticamente di ripiegare nella parte meridionale del fronte orientale, a seguito del crollo del fronte sul fiume Don. Gli ultimi resti delle forze italo-tedesche-ungheresi, si trovano a dover affrontare alcuni reparti dell’Armata Rossa che si era stabilita nella cittadina di Nikolaevka per impedire la loro fuga. Di fatto, si ritrovarono accerchiati nella cosiddetta Sacca del Don.

 Il mio bisnonno Sabatino, insieme ad altri commilitoni che lo aiutarono nell’impresa, riuscì a salvare molti soldati, nonché il suo capitano, svuotando i camion che erano destinati al trasporto di viveri, armi, benzina e altri mezzi di sostentamento e riempiendoli di uomini, permettendogli in questo modo di superare l’accerchiamento e sfuggire a morte certa. In quella battaglia persero la vita 3.000 soldati, ma se ne salvarono in questo modo più del doppio.

Riuscito a sopravvivere a questa atroce esperienza, che lo segnò per sempre, rientrò in Patria e fu mandato prima a Bologna, poi a Firenze. In questo periodo andava e veniva da Napoli con il treno, che allora ci metteva tantissimo tempo a compiere i tragitti.

Ebbe anche la fortuna di incontrare l’amore della sua vita nella sua città natale e dopo un lungo fidanzamento, rigorosamente “in casa” (non poteva uscire da solo con la fidanzata, ma sempre accompagnato dalla mamma di lei!!!) finalmente il 5 gennaio del 1948 si sposò con la mia bisnonna Immacolata Esposito (per noi tutti in famiglia, Titina). Nel 1951 e nel 1954 ebbero due figli maschi il primo, Pio, il secondo Egidio, che poi sarebbe diventato papà della mia mamma.

FOTO 2

Titina a Napoli, 1945, 12 cm x 18 cm

Ecco la giovane Immacolata, è il 1945, ritratta a via Toledo nei pressi dell’edificio storico del Banco di Napoli, con alle spalle un gruppo di militari. Era normale, in quegli anni, vedere soldati per le strade delle città.

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Titina e suo figlio Pio, Napoli, 1949, 10 cm x 15 cm

Ed eccola sfoggiare con orgoglio il suo primogenito.

Quando finalmente fu definitivamente stanziato a Napoli, faceva parte della 10° SEZIONE O.R.M.E. Officina Riparazioni Mezzi Esercito come Furiere cioè addetto al controllo anche amministrativo dei pezzi di ricambio dei mezzi e delle derrate alimentari per la sezione.

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Sabatino in caserma con i suoi Commilitoni, 1962, 12 cm x 12 cm

Eccolo qui in una foto degli anni sessanta che lo ritrae in Caserma coi suoi commilitoni.

Andò in pensione nel 1978 e fu congedato con la Medaglia a Croce alla carriera militare con il Titolo di Aiutante Maresciallo Maggiore con l’onorificenza di Cavaliere della Repubblica datagli dall’allora Presidente Pertini.

Mia mamma mi racconta che era un ottimo cuoco, un papà, un nonno e un marito affettuosissimo, rigido nelle regole ma estremamente legato ai suoi affetti, forse proprio perché aveva rischiato più e più volte di perderli o di non avere la possibilità di avere una famiglia tutta sua.

Un aneddoto che da sempre accompagna il ricordo del mio bisnonno è che ogni volta che la famiglia si riuniva a casa sua per il Natale, la Pasqua o altre ricorrenze…si diceva che lui cucinasse “per un reggimento”, ma senza mai sprecare neppure una briciola!!! Forse proprio perché quel suo dover sostentare e procurare cibo per i suoi compagni di guerra lo aveva profondamente coinvolto.

Purtroppo non ho avuto la possibilità di conoscerlo perché è morto prima che io nascessi, il 2 novembre del 1997, ma in compenso eccomi qui in una bella foto del 3 novembre 2005, che mi ritrae appena nato accanto alla mia ormai novantenne bisnonna Titina, sua moglie, visibilmente euforica, molto orgogliosa ed emozionata per l’arrivo del suo primo pronipote.

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Io e la mia bisnonna; 3 novembre 2005, 9 cm x 16 cm

Frammenti di storia della mia famiglia, di Marta Tuccillo, I M

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11,5×16 foto trovata in un album da ricordi a casa dei miei nonni materni

Nella foto è ritratta la mia bisnonna Marcella al centro con le due sorelle maggiori, Maria e Antonina. Però manca il fratello primogenito Stefano. Vivevano in Sicilia a Messina. Questa è l’ultima foto scattata prima del terremoto di Messina. Quando avvenne il terremoto, il 28 dicembre 1908, Marcella era da poco andata a Napoli dagli zii per Natale, con l’intenzione di rimanerci un mese. Ma durante il terremoto perì l’intera famiglia. Rimase a vivere con gli zii a Napoli. Quando accadde aveva appena sei anni, e crebbe pensando che quelli fossero i suoi genitori.

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6×7,5 foto trovata in un album da ricordi a casa dei miei nonni materni

Qui c’è la mia bisnonna Marcella con sua zia Anna e il marito Alcibiade, divenuti di fatto genitori adottivi. Da notare è l’eleganza dell’abbigliamento, in particolare l’ampio cappello della zia, il colletto rigido dello zio e la veste della mia bisnonna Marcella. Alcibiade era un farmacista, quindi potevano permettersi abiti costosi.

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6×10 foto trovata in un album da ricordi a casa dei miei nonni materni

Qui Marcella in abiti tipici siciliani, probabilmente in occasione di un carnevale. La zia conservava gli abiti tradizionali siciliani in ricordo della sua terra di origine e della sua famiglia.

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6×9 foto conservata in un cassetto a casa dei miei nonni materni

Questo invece è il mio bisnonno Peter. Lui, nato in Ungheria e laureato in medicina a Seged, innamorato dell’Italia volle trasferirsi a Napoli dove dovette riprendere gli studi poiché non gli venne riconosciuta la laurea ungherese, per laurearsi nuovamente in medicina e chirurgia nell’Università di Napoli Federico II. Durante il periodo degli studi conobbe Marcella e se ne innamorò. Il mio bisnonno decise di svolgere la specialità di odontoiatria. Successivamente si è sposato e si è trasferito a Sorrento dove sono nati tre figli, Giorgio, Gerardo e mio nonno Fernando.

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8×5,5 foto conservata in un cassetto a casa dei miei nonni materni 1941

Questa foto è del natale 1941. L’Italia è in guerra ed anche i giochi dei ragazzi riflettono l’atmosfera bellica. Mio nonno Fernando ha 5 anni e indossa un berretto dei cavalieri di Sardegna, mentre suo fratello Giorgio indossa un elmetto e suo fratello Gerardo suona il tamburo come i tamburini che incitavano i soldati alla battaglia.

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5,5×8,5 foto conservate in un cassetto dei miei nonni materni

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5,5×8,5 foto conservate in un cassetto dei miei nonni materni

Queste foto sono del 1942. L’Italia è in guerra e tutti i bambini e adulti sono inquadrati militarmente. Mio nonno Fernando e suo fratello Giorgio erano figli della lupa. Era il grado militare dei bambini dai 6 agli 8 anni. Nella prima immagine mio nonno di anni sei è sull’attenti. Nella seconda foto i due fratelli fanno il saluto romano ovvero il saluto fascista.

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11×18 agenda conservata in un armadio a casa dei miei nonni materni

Durante il regime fascista venivano riprodotti i simboli del fascismo anche sugli oggetti di uso comune, come sull’agenda di mio nonno riportata nella foto.

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13×8 foto conservata in un cassetto dei miei nonni materni

Foto del 1941. Mio nonno, visto di spalle, e suo fratello Giorgio mentre ballano in costume tradizionale popolare la tarantella. I ragazzi delle scuole elementari dovevano dare spettacolo del ballo tradizionale Sorrentino ai militari che venivano a Sorrento in convalescenza dalle ferite riportate in guerra.

Nel marzo del 1944 ci fu una violenta eruzione del Vesuvio. A Sorrento cadde una quantità notevole di cenere. Il mio bisnonno Peter temendo che il soffitto della casa potesse cedere sotto il peso della cenere, incurante del pericolo, si recò sul tetto e con una pala rimosse una quantità notevole di cenere. Lo aiutarono i figli Giorgio, di anni 10, e mio nonno, di anni 8. Essi lavorarono con un velo applicato sulla bocca per non ingerire la cenere che incessantemente cadeva dal cielo.

Un episodio grottesco è quello vissuto da mio nonno a scuola durante quei giorni di pioggia di cenere. La sua maestra invece di rassicurare i bambini in attesa che i genitori li venissero a prendere, parlò dell’eruzione del Vesuvio del 79 d.C. che seppellì Pompei ed Ercolano. Alcuni anni dopo il mio bisnonno Peter, mio nonno Fernando, suo fratello Giorgio ed alcuni amici, scalarono le pendici del cratere del Vesuvio legati tra loro con una fune, come si vede nella foto sotto.

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14×9 foto trovata in un album da ricordi a casa dei miei nonni materni

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9×13 foto trovata in un album da ricordi a casa dei miei nonni materni

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20×20 foto conservata in un cassetto a casa dei miei nonni materni

Infine mio nonno Fernando e mia nonna Luciana nel giorno del matrimonio, il 1° dicembre del 1965. Hanno avuto quattro figli, tra cui mia mamma Valentina, l’ultima figlia. Il loro matrimonio dura ormai da 54 anni.

Il mio bisnonno in Albania, di Federica Buccino, III E

Francesco Paolo Gentile, il mio bisnonno paterno, nacque a Palermo nel 1915 ed era il primo di nove figli (in totale erano tre maschi e sei femmine) che si chiamavano Mimmo, Nino, Sara, Gina, Elvira,  Franca, Irene ed infine Francesco Paolo. Frequentò la scuola degli ufficiali e fece parte, per quattro mesi, della prima linea. In prima linea c’erano i soldati addestrati a combattere e si trovavano faccia a faccia col nemico, invece nelle retrovie aspettavano i comandi dei superiori a seconda delle esigenze. A venticinque anni fu chiamato a combattere per l’Italia durante la seconda guerra mondiale. Ha partecipato all’occupazione in Albania, Grecia e Jugoslavia da parte degli italiani negli anni dal 1940 al 1943. La seconda guerra mondiale è costata all’umanità sei anni di sofferenze con un totale di morti che oscilla tra i 55 e 60 milioni. Per fortuna il mio bisnonno alla fine della guerra riuscì a tornare dai suoi familiari a piedi e con mezzi di fortuna. Tornò sano e salvo nascondendosi  in un camion di patate. Le orribili immagini della guerra gli rimasero impresse fino all’ultimo giorno di vita. In questa narrazione mi sono concentrata su alcune foto che lo ritraggono in Albania nel 1938 e nel 1939.

Francesco Paolo Gentile, Venezia 1938

In questa foto Francesco Paolo Gentile, è ritratto in primo piano. Si trova a Venezia, prima della guerra, durante il viaggio di nozze nel 1938. In questa foto il soggetto guarda l’obbiettivo e accenna un sorriso. E’ stata stampata in bianco e nero e spillata su un cartoncino; è conservata nel cassetto dello studio di mia madre. L’autore dello scatto è un suo amico,Giuseppe Jaquinta. Il bisnonno si sposò con Maria De Paola, la quale aveva 21 anni e, dopo 9 mesi, nacque il primo figlio, Salvatore, fratello di mia nonna. Non si capisce bene cosa ci sia sullo sfondo ma si notano bene i particolari della divisa e soprattutto il cappello. Era un bersagliere.

Francesco Paolo Gentile, Tirana 1938

In questa foto, campo medio, il mio bisnonno è accovacciato con accanto un magnifico falco che veniva addestrato per studiare le mosse del nemico e portare messaggi. Quest’immagine è stata scattata da un collega nel 1938 ed è stata stampata in bianco e nero. Si trovava in Albania, più precisamente a Tirana. Sullo sfondo si vede il campo militare, a sinistra e alle sue spalle  si possono notare delle porzioni di tenda. Francesco Paolo, guarda fisso nell’obbiettivo Indossa una camicia, un pantalone, degli stivali e il cappello piumato caratteristico dell’ arma dei bersaglieri. Andava molto fiero di questa sua appartenenza.

Questa foto, come le seguenti sono precedenti all’entrata in guerra dell’Italia nel secondo conflitto mondiale. In particolare con l’Albania, il governo italiano aveva stretto rapporti dalla metà degli anni 20. “Sono questi, infatti, gli anni nei quali l’Italia fascista – interessata ad esercitare controllo economico, finanziario e politico sull’area ed al mantenimento di buone relazioni con re Zog – accresce il condizionamento sul commercio estero albanese; promuove, sotto l’egida della Banca d’Italia, la creazione della Banca Nazionale Albanese; favorisce iniziative diverse in campo agricolo, minerario ed industriale tramite la costituzione di società italiane o italo-albanesi. È il preludio diplomatico a quella che sarà la scelta politico-militare di occupare il paese. Il 7 aprile 1939 lo sbarco a Durazzo di un Corpo di spedizione militare italiano segna di fatto l’occupazione dell’Albania.” Queste informazioni le ho tratte da una sezione del sito dell’Istituto Luce dedicata agli archivi fotografici del Reparto Albania (1939-1943). Sul territorio dei Balcani (incluse anche Grecia e Jugoslavia) si giocò la contesa tra Germania e Italia, nel tentativo, che registrò diversi momenti di tensione, di controllare il Mediterraneo. Questo video dell’Istituto Luce presenta, con chiari intenti propagandistici, l’occupazione del paese.

Francesco Paolo Gentile, valle del Devoli, Albania, 1938

Qui il bisnonno si trova ancora in Albania, in una località sul fiume Devoli ed è stata scattata nel 1938 da un collega. E’ stata stampata in bianco e nero e conservata in un album. Indossa la sua divisa con degli stivali alti e neri. In questa foto è ripreso in campo medio e nello sfondo ci sono molte piante e lampioni. Passeggia in un parco e lungo un viale. Ha la divisa ma è un uniforme per la libera uscita; per un preciso lasso di tempo, dopo studi o esercitazioni, si aveva del tempo per uscire. Nel caso in cui un militare non aveva un comportamento adeguato, non poteva andare in libera uscita, rimanendo in caserma. Quando andavano in libera uscita, dovevano essere impeccabili e ordinati dato che rappresentavano l’Italia. La guerra è ancora lontana e nella valle del Devoli, il governo fascista aveva costituito un’ azienda per l’estrazione del petrolio (1935-1943), l’A.I.P.A. (Azienda Italiana Petroli Albania), voluta da Costanzo Ciano, ministro delle colonie. Questo video documenta la visita di Galeazzo Ciano all’azienda nel 1937.

Degli anni in cui fu in prima linea nei Balcani, a conflitto scoppiato, non conserviamo foto in famiglia, ma dai suoi racconti sappiamo della fame sofferta tanto che alcuni suoi commilitoni mangiavano animali e topi. Sempre per fame, il mio bisnonno, autorizzò l’autista di una camionetta a sfondare la saracinesca di un negozio di dolci per poter sfamare tutto il plotone. Poiché erano diversi giorni che non mangiavano, dopo stettero male per l’ingente quantità di dolci ingeriti.
A fine conflitto, la mia bisnonna risultava presunta vedova di guerra in quanto non si avevano più notizie di Francesco Paolo che a causa di una ferita alla testa perse la memoria. Riuscì poi a tornare a casa, come ho scritto all’inizio di questa narrazione, grazie ad un camion che trasportava patate e fu congedato con il grado di colonnello, non senza aver ricevuto diverse medaglie al valore militare. Quando finalmente riuscì a ricongiungersi con la sua famiglia, ebbe altri due figli: Maria Rosaria e Silvana, la più piccola. Nonostante tutti gli ostacoli, Francesco Paolo Gentile ha vissuto fino all’età di 92 anni.