Gwen e Lucia, di Maurizio Splendore

lucia_Gwendolyn

Si chiamano Lucia e Gwendolyn,
Napoli, Via Milano, corre l’anno 1948.
Sono sul balcone della casa dei miei nonni, il fotografo è mio padre, molto innamorato di Lucia e suo futuro sposo.
Non sono tanti i tre anni trascorsi dal più che tumultuoso evento che sfregiò il mondo e l’umanità intera, eppure pare non vi sia più traccia di ciò che entrambe avevano patito soltanto ieri.
E le bianche lenzuola distese fuori dai balconi della città sono la bandiera bianca che si arrende finalmente alla vita e, perché no, alla spensieratezza.
La Guerra… che follia.
Questa immagine farebbe mai pensare che le due giovani donne solo poco tempo prima erano su fronti opposti, inconsapevoli nemiche?
Gwendolyn (lei però si faceva chiamare Gwen), infatti, è appena arrivata dal Galles dove aveva incontrato un bellissimo giovane italiano, un prigioniero di guerra, zio Franco. Si innamorarono.
Si narra che quando lei arrivò finalmente a Napoli, appena scesa dal treno zio Franco si lanciò verso di lei ed entrambi si strinsero in un bacio appassionato creando uno scompiglio oggi difficile da immaginare. Gli avventori del momento assistettero dal vero a ciò che avevano forse solo visto in qualche film americano, strappando applausi, risate, stupore, meraviglia e, chissà, forse anche vergogna o addirittura sdegno, in qualcuno un po’ più timorato.
Se li aveste conosciuti avreste compreso subito che non poteva accadere diversamente.
Zio Franco non era propriamente mio zio, ma l’amicizia con mio papà Ulio è stato il più prezioso e inestimabile esempio di amicizia a cui abbia assistito e dunque, come minimo, lui doveva essere mio zio.
Senza questa piccola cornice avreste mai immaginato una cosa del genere? in fondo è solo la foto di due bellissime ragazze eppure sono l’immagine di due luccicanti mondi che si incontrano sul vasto oceano dell’amore.
Vi prego, non storcete il naso, perché credo che si tratti proprio di questo e non altro.
L’amicizia di Lucia e Gwen divenne da subito pari a quella tra mio padre Ulio e mio zio Franco.
Lucia non conosceva una sola parola di inglese e tanto meno Gwen l’italiano.
Ma non serviva.
Tirate voi ora la somma di questa storia, che sennò divento ancora più stucchevole.
Enjoy!
Napoli, 21 dicembre 2019

Le riflessioni conclusive dei ragazzi della III E, a cura di Valeria De Laurentiis

Dalle risposte all’esercizio_conclusivo somministrato ai ragazzi della 3 E, al termine della II edizione del progetto “Sguardi e storie”, si possono rilevare dati e proposte.

Quasi tutti i ragazzi vedono nella fotografia un modo per fermare, immortalare il presente; riconoscono il valore del ricordo e sono preoccupati della perdita della memoria sia di famiglia sia storica. Qualcuno sente più forte il valore emotivo dello scatto o il suo legame con la storia, come fonte e documentazione.

Scrivono della fotografia:

“Rende il soggetto ritratto un pezzo di storia” (Benedetta)

“E’ un modo di “affermarsi” nel tempo attraverso un’immagine anziché delle parole” (Vittorio)

“(…) uno scatto è una data sulla linea del tempo della nostra vita” (Karola)

“Per me la fotografia è il modo per conservare un’emozione” (Adriano)

“la fotografia mi piace perché attraverso uno scatto riesco a far vivere alle persone molte emozioni” (Aurelio)

“La fotografia per me è aperta quasi a tutti ed è un modo efficiente di documentare” (Lorenzo)

“La fotografia è il mezzo attraverso il quale catturiamo momenti (belli o brutti) che vogliamo conservare per sempre” (Sara P.)

Al cinema vanno poco sebbene ne riconoscano l’importanza. Vedono più spesso film in casa, ma soprattutto serie di cui raccontano nel dettaglio le trame.

Del cinema scrivono:

“Il cinema per me è uno strumento che ci permette di vedere altre vite ma soprattutto altri modi di vivere” (Chiara)

“Il cinema per me è come un libro in movimento. Ti riesce a far vivere più vite, anche solo attraverso l’osservazione” (Francesca)

“Per me il cinema può essere definito “la rappresentazione della vita “di ognuno di noi e spesso ci dà insegnamenti”. (Karola)

“E’ il modo in cui gli uomini provano a trasmettere emozioni vere anche su fatti inventati”

(Sara P.)

“Il cinema è un importantissimo mezzo per far passare messaggi che il regista pensa siano importanti, ma è anche importante per la propaganda; infatti fu utilizzato durante il fascismo” (Vera)

“Il cinema è un modo per aprire la mente a nuove conoscenze mediante l’uso dello schermo “(Benedetta)

Fotografano spesso: paesaggi, facce buffe, persone di famiglia, amici, animali. Grazie al progetto Sguardi e storie, descrivono i loro scatti quasi tutti indicando i termini del linguaggio specifico fotografico. Si pongono il problema di come salvare le foto: alcuni su cloud, altri le salvano su pc e ipotizzano anche di stamparne alcune (ma lo avranno già fatto o è solo un proposito? Temo che con il tempo ci troveremo in un deserto digitale se alcuni formati non saranno più compatibili con i pc di nuova generazione)

Non prendono in giro gli amici con le foto, scherzano qualche volta ma solo se l’altro accetta lo scherzo. Non tutti condividono la moda dei social (o forse non lo confessano); qualcuno riconosce l’importanza dell’intimità e segnala i rischi di un uso superficiale della rete.

Sui cellulari archiviano tantissime foto e video (addirittura 7000 foto in un caso!) ma non molti dichiarano di avere grande passione per la fotografia e di preferirla come mezzo espressivo. Sarebbe interessante capire quindi perché fotografano tanto o meglio l’atto del fotografare quali significati assume. Uno spunto per ulteriori ricerche!

Quasi tutti sono interessati alle foto scattate dai genitori e in famiglia; in genere, solo uno dei due è l’addetto alla documentazione degli eventi o dei viaggi utilizzando anche macchine fotografiche.

Solo per alcuni associare le foto agli argomenti di studio è utile, soprattutto per le materie scientifiche.

Tutti hanno foto a cui sono legati; si tratta di scatti legati all’infanzia, ai nonni, ai fratelli, alle sorelle e agli animali.

A proposito del legame con le foto:

“Molte delle foto a cui sono legata raffigurano me con una persona o un animale che non c’è più. Queste sono alcune delle foto a cui tengo di più credo perché me li ricordano, uno degli scopi primari della fotografia. Oppure mi piacciono foto che rappresentano momenti della mia vita; esperienze, felici o tristi che siano, sono sempre un ricordo e ricordare attraverso immagini è più efficace perché ti ricordi il luogo e quello che stavi facendo con quella persona. Nel mio caso una foto molto importante è il mio primo selfie, scattato con il primo cellulare che ho posseduto, con mio nonno, nel giorno del mio compleanno, in una pizzeria a Solopaca. Quella foto è molto importante non solo perché mi ricorda mio nonno, ma perché solo guardandola, mi ritrovo al mio compleanno di quattro anni fa. Pensando a questo devo dire che le foto hanno un grande potere” (Sara C.)

Molti non prestano grande attenzione alle immagini pubbliche e trovano quelle pubblicitarie troppo artefatte e lontane dalla realtà, soprattutto quando propongono modelli ideali di bellezza.

Tutti sono entusiasti del Progetto “Sguardi e storie” perché hanno conosciuto la loro storia famigliare, hanno collaborato con genitori e parenti, hanno scoperto storie personali e collettive. Hanno apprezzato anche molto le storie dei compagni, riconoscendole come fonti preziose di conoscenza storica.

Scrivono del progetto:

“E’ molto interessante perché ha coinvolto tutta la mia famiglia nella ricerca dei ricordi” (Simone)

“Credo che questo progetto sia molto interessante; ci ha fatto conoscere meglio le nostre fondamenta, facendoci capire che la storia siamo noi e, anche se partendo da una semplice foto, la stiamo scrivendo. Ci ha mostrato anche come i paragrafi dei libri di storia non sono soltanto banali parole, ma parole che raccontano la nostra storia; ho realizzato che tutto quello che leggo in quelle pagine ci appartiene pienamente” (Karola).

“Credo che questo progetto sia stato molto importante anche perché ho scoperto storie della mia famiglia che non mi avevano raccontato. Inoltre è anche un modo per collegarsi alla Storia e conoscerne dettagli che magari non vengono scritti sui libri” (Federica).

“La ricerca di Sguardi e Storie mi è piaciuta molto perché mi ha fatto scoprire cose del passato che non sapevo e poi l’ho trovata interessantissima perché ho potuto leggere le storie di tante persone diverse (Carolina)

“Ho ritenuto molto importante questo progetto; un modo di scoprire dettagli del passato che ignoravo; mi ha fatto rendere conto di quanto la storia ci sia vicina” (Benedetta)

Tra i suggerimenti per migliorare il progetto, alcuni spunti interessanti: prolungare le attività nel pomeriggio; prevedere interventi di esperti in classe; poter seguire il lavoro in tutte le sue fasi, anche quella di costruzione del sito web; effettuare visite ad archivi fotografici, inserire un corso di fotografia, coinvolgere altre scuole.

La maggior parte vede in tv e sul web immagini che raccontano storie del presente soprattutto tragiche. Molti fanno riferimento al telegiornale.

“Molte volte mi capita di vedere video in cui famiglie separate, a causa delle guerre attuali, si ritrovano. Quei video sono capaci di infondere dentro di me tantissime emozioni e rimangono impressi dentro me come un pennarello indelebile” (Vittoria)

Carente per tutti la risposta sulle istituzioni che si occupano di conservare le fotografie; hanno fatto riferimento preciso solo all’Istituto Luce. Me ne prendo tutta la responsabilità perché ho trattato genericamente l’argomento e necessito io stessa di una formazione più approfondita. Mi piacerebbe anche studiare a fondo il linguaggio cinematografico.

Le storie più votate sono state: 1) Oma, di Vera Ippolito, 2) a pari merito Il quinto dei Giacomo Randazzo, di Francesca Randazzo; Cronache di guerra, di Lorenzo Capano; 3) Buonasera nonno! di Carolina De Vivo.

Qualche osservazione a margine

Diversi sono gli spunti di riflessione che si possono trarre dalla valutazione di questo questionario e dall’esperienza di due anni di formazione come docente:

  • È necessario approfondire il significato e la funzione che le immagini, fisse e in movimento, stanno assumendo nei campi della conoscenza delle nuove generazioni.
  • Bisogna formare, anche gli adulti, ad una pratica della conservazione delle immagini digitali che preveda l’uso di tipi di file non deteriorabili, la stampa degli scatti più significativi, la raccolta, ecc
  • Lo studio del contemporaneo non può fare più a meno di una educazione visiva e dello sviluppo di competenze di contestualizzazione
  • Va introdotto nelle scuole anche lo studio della storia della fotografia e del cinema e la conoscenza delle istituzioni, degli archivi pubblici e privati che ne curano la raccolta e la conservazione
  • Lo studio delle immagini fisse o in movimento, il loro riuso, la loro produzione, l’utilizzo di strumenti per la loro elaborazione, l’approfondimento del linguaggio specifico e quindi una fruizione consapevole sono anche una delle vie attraverso cui mettere le basi per un “umanesimo” che finalmente ci permetta di sostanziare, con contenuti personali, collettivi, sociali la rivoluzione tecnologica che, sebbene prodotta da noi, spesso ci appare un’entità capace di dirigerci e sopraffarci.

E’ tutta una questione di sorrisi, di Alessandro Montieri, II A

Buongiorno! Ho deciso di partecipare al progetto “SGUARDI E STORIE” raccontandovi il cambiamento delle famiglie nel corso degli anni, prendendo  spunto dalle foto dei miei nonni paterni e materni.

nonni

In questa foto è raffigurata la famiglia di mio nonno paterno Vincenzo Montieri, nato il 18 marzo 1938. La sua famiglia era composta da sua madre Rosa Menna, da suo padre Nicola Montieri e i suoi 2 fratelli, Gemma e Nunzio, che però in questa foto non sono presenti. Spesso mio nonno mi racconta che mamma Rosa, la mia bisnonna, era una casalinga sempre indaffarata e che impegnava tutte le sue energie nella cura amorevole dei figli e della casa. Nei suoi racconti è frequente la descrizione di suo padre Nicola Montieri, il mio bisnonno, operaio presso l’Italsider di Bagnoli e del lavoro impegnativo che svolgeva. Lo stabilimento Ilva di Bagnoli  è stato un impianto siderurgico sorto nel quartieri di Bagnoli, a Napoli, nel 1904 e oggi dismesso. Questo stabilimento venne realizzato per sfruttare i benefici della legge speciale per Napoli nel 1904 e per l’occupazione che avrebbe portato in città. Oggi, invece, quando parliamo di Bagnoli, non possiamo non ricordare “il problema amianto” e tutte le morti che ha provocato. Questo è un problema che porterebbe troppo lontano dai momenti di spensieratezza che invece voglio descrivere.

Nella foto qui presente ritroviamo raffigurati Rosa Menna, Nicola Montieri e, seduto sulla valigia, Vincenzo Montieri, probabilmente in un mese estivo, cosa che notiamo   vedendo i capi leggeri che indossavano. Stavano aspettando il treno per andare a visitare la città di Pompei. In questa foto nessun componente della famiglia dimostra entusiasmo per la  partenza e la  visita di una nuova località. Infatti sorridere in foto è un’abitudine soprattutto odierna, mentre all’epoca nelle fotografie non si sorrideva e tutti avevano una posizione rigida e distaccata verso l’obiettivo, o forse preoccupata.

All’epoca anche il rapporto tra i componenti della famiglia era molto più distaccato e non nascondo il pensiero che forse si portava anche più rispetto verso i genitori; possiamo vederlo anche nel linguaggio che si utilizzava verso i più grandi. Infatti si dava del “lei” ai genitori chiamandoli  “madre” e “padre”.

nonno

Questa foto ferma un momento di spensieratezza della famiglia di mio nonno materno, Alberto Sento con suo padre Alfredo, mio bisnonno, e  sua madre Raffaella, mia bisnonna, che dai racconti sembra fosse una donna che amava ridere (cosa che possiamo osservare anche nella foto) e che, anche nei momenti più brutti, riusciva sempre a strappare un sorriso a tutti.

In questa foto i 3 sono raffigurati mentre visitavano la Reggia di Caserta in un mese invernale del 1962. Ho trovato questa foto a casa dei miei nonni materni, nonno Alberto la conserva in una piccola cornice che tiene appoggiata sul comodino. In questa foto tutti accennano un sorriso e tra presenti prevale quello della bisnonna Raffaella.

famiglia papà

In questa foto è raffigurata invece la famiglia di mio padre. La sua famiglia è formata da suo padre Vincenzo Montieri, mio nonno, sua madre Maria Selvaggio, mia nonna, sua sorella Rosa Montieri, mia zia e lui, Rosario Montieri. I 4 sono rappresentati nel 1987 in Tunisia; presso la città di Cartagine, dove stavano osservando i meravigliosi scavi della città antica. Questa foto è stata scattata da un passante. Sono rappresentati in un mese estivo dato i capi che indossavano. Per prima cosa possiamo notare che i 4 sorridono e trasmettono le proprie emozioni cosa che non abbiamo ritrovato nelle foto precedenti. Infatti negli anni 80 i rapporti familiari erano molto diversi; non si dava più del “lei” ai propri genitori e il rapporto che c’era tra genitori e figli era più spontaneo e aperto.

famiglia mamma

Qui  invece è raffigurata la famiglia di mia mamma Barbara. In questa foto sono rappresentati lei, sua sorella Sabrina, mia zia, sua madre Celestina, casalinga, mia nonna, chiamata però da tutti “Titti”, e suo padre Alberto, mio nonno, direttore presso una banca. I 4 sono raffigurati nella città salentina di Lecce nel 1984 e possiamo osservare che sono in un mese estivo dagli abiti e anche da mio nonno che indossa la camicia sbottonata. I rapporti qui sono molto più aperti, i 4 sono tutti sorridenti ed entusiasti di questa vacanza. Mia madre mi racconta sempre che la sua famiglia le è sempre stata vicino e l’ha sempre aiutata nei momenti difficili.

mia famiglia

In questa foto invece è raffigurata la mia famiglia composta da mio padre Rosario, mia madre Barbara e mio fratello Mattia. Estate 2018: in vacanza nell’isola di “Puerto Rico”, abbiamo  alle nostre spalle il castello della città. Questa foto ci è stata scattata da mio zio con il suo smartphone. Possiamo osservare che tutti sorridono e si può anche notare  che tra i componenti c’è molta confidenza e non si ha più quel rapporto distaccato che si aveva in passato con i propri familiari.

Rovistando in cantina, di Maria Vittoria De Maria, A

Con l’aiuto di mia nonna ho deciso di raccontarvi le radici della mia famiglia attraverso alcune foto.

bisnonni

Questa foto d’epoca in bianco e nero, che risale ai primi del novecento, è stata scattata da un fotografo dello studio “Foto La Medusa” a  Poggiomarino, paesino vesuviano in provincia di Napoli. Le persone ritratte sono i miei trisavoli Giuseppe Catalano e la moglie Immacolata, di cui non si conoscono molti particolari, e il loro figlio Antonio, morto giovanissimo a causa di una sconosciuta malattia. I familiari, li hanno voluti ritrarre insieme per ricordarli dopo la morte. Questa foto è stata trovata in una cantina della vecchia casa della mia bisnonna materna Maria Catalano data successivamente alla figlia Maria Rosaria Tutichiano, cioè mia nonna.

Qui è ritratto il mio bisnonno materno Davide Tutichiano. In questo periodo che risale alla seconda guerra mondiale, la maggior parte degli uomini si arruolava nell’esercito, tra cui il mio bisnonno con il ruolo di maresciallo.

Le foto sono state scattate in bianco e nero da alcuni militari nel 1941 in Italia, e conservate da mia nonna nell’album di famiglia.

Questi sono anni duri, dalle foto  traspare tanta durezza e tristezza per una guerra che ha portato tanti disagi , povertà ma soprattutto tanto lutto, tante vite spezzate e tanto dolore per chi è sopravvissuto.

Dopo lunghi e tremendi combattimenti e  una lunga malattia,  il mio bisnonno fu prima fatto prigioniero e , dopo essere stato rimpatriato,alla fine della guerra conosce e sposa la mia bisnonna, dalla cui unione nascono tre figli, la maggiore è la mia nonna Maria Rosaria.

bisnonna_Maria_Rosaria

Qui è raffigurata mia nonna Maria Rosaria che gioca su un triciclo dell’epoca in una serena giornata di giochi nel cortile di casa.

La foto è stata scattata dal padre quando mia nonna aveva due anni, a Poggiomarino il 25 agosto del 1950. La foto è in bianco e nero ed è conservata nel vecchio album di mia nonna.

In quel periodo, i bambini giocavano liberi sotto gli occhi vigili di amici e parenti, la vita infatti era molto comunitaria e tutto si svolgeva nei cortili dove si riunivano le famiglie, per strada dove non c’erano tante macchine e le persone si conoscevano tutte: infatti non si conosceva la parola “solitudine”.

bisnonno

Questa foto, scattata in uno studio fotografico a Poggiomarino nel 1952, e  conservata con cura da mia nonna, nel suo vecchio album in cantina, ritrae mia nonna all’età di 4 anni con il papà.

La foto inizialmente in bianco e nero, è stata successivamente colorata a mano, uno dei primi progressi della fotografia. I due erano seri e immobili per non rovinare la foto.

scuola

Questa foto ritrae mio nonno materno Domenico Corcione, futuro marito di mia nonna Maria Rosaria Tutichiano, all’età di 12 anni. La foto è stata scattata in bianco e nero, nel 1956, a Poggiomarino nella sua vecchia classe dove iniziò la propria adolescenza. La foto è stata scattata da un fotografo, per rappresentare un ricordo di classe. Nella foto c’è il professore con di fronte i suoi alunni, tra cui mio nonno situato in seconda fila a destra con lo sguardo rivolto al professore. Questa foto è stata trovata nell’album di mio nonno, in cantina.

Ai tempi le classi non erano dotate di materiale scolastico come adesso, come per esempio, si possono notare i banchi che ai tempi erano molto semplici e vecchi rispetto a quelli di oggi. Non esisteva la penna biro ma sui banchi c’erano i calamai e carta assorbente, perché si scriveva con il pennino.

nonna_mamma

La foto ritrae mia nonna, Maria Rosaria Tutichiano con in braccio la mia mamma Anna Corcione all’età di un anno. La foto è stata scattata a Poggiomarino, a casa della mia bisnonna materna Anna Vitulano (la madre di mio nonno). Questa foto è stata scattata in occasione del primo compleanno di mia madre. Quando si festeggiavano i compleanni, soprattutto dei più piccoli, le case erano piene di parenti e amici, un’occasione in più per stare tutti insieme. La foto è stata trovata nell’album di mia madre, ed è stata custodita insieme a tante altre foto sue e del fratello.

LA MIA STORIA RACCONTATA DALLE FOTO DI FAMIGLIA, di Fabrizio Pepe, III D

Ho deciso di raccontare come si sia modificato il modo di fare delle foto di famiglia nel corso degli anni. Per la narrazione degli eventi e delle fotografie sono stato aiutato da mia nonna Rosa e mia madre Elvira.

Nella mia famiglia la fotografia ha sempre avuto un ruolo importante infatti sin dalle più antiche generazioni, la maggior parte era amante della fotografia. Con il passare degli anni questa passione per alcuni è diventata un vero e proprio lavoro che si concentrava soprattutto sulle foto di famiglia.

Il primo ad appassionarsi alla fotografia fu il cugino del mio trisavolo. Si chiamava Raffaele e questa fu una delle prime foto che egli scattò nei primi anni venti del Novecento. Mia nonna si ricorda bene di un episodio raccontatogli dal padre che accadde prima di scattare questa foto di famiglia. Il giorno in cui realizzarono questa foto tutti erano pronti a casa del mio trisavolo, il signore seduto al centro, ma mancava solamente il padre di mia nonna, il ragazzo in alto a sinistra (per chi guarda), che lavorava come ferroviere di stato a Casoria. Ovviamente a quell’epoca non esistevano i telefonini e non potendo comunicare con lui s’iniziò a preoccupare. Dopo due ore arrivò a casa del mio trisavolo, sudato e affannato, dicendo che pensava che la foto si dovesse scattare a casa di Raffaele, il cugino di mio zio. Questa foto è stata scattata nel 1921 a Casoria e rappresenta la famiglia da parte di mia nonna materna. La famiglia, molto numerosa, era composta dal mio trisavolo Gennaro, maestro della scuola elementare, la mia trisavola Carolina, casalinga. In alto a sinistra è presente il padre di mia nonna Ferdinando, ferroviere dello stato a Casoria, mentre gli altri 4 sono rispettivamente in basso suo zio Luca, suo zio Angelo e in alto a destra sua zia Antonietta e sua zia Maria, di cui mia nonna non ricorda il mestiere. In questa fotografia si può sicuramente notare come fosse diverso scattare delle foto di famiglia circa cento anni fa e si riesce a notare anche solo dallo sguardo di tutte le persone nella foto quanto rispetto c’era verso la famiglia e soprattutto verso il padre. Sono tutti molto seri e nessuno sorride.

Nel corso del tempo questa passione per la fotografia è stata, per fortuna, ereditata anche da mio zio Rino, il fratello di mia nonna, che nel 1966 scattò questa foto. Questa fotografia fu realizzata in occasione del compleanno di mia nonna e si può considerare diversa dalle altre foto perché è una vera e propria foto di famiglia e rappresenta due intere generazioni. Infatti, da come mi racconta mia nonna, ci hanno impiegato un’ora circa per trovare la posizione perfetta (o messa in scena). Nella fotografia ci sono la mia bisnonna, Angela Russo e proseguendo verso il basso sono presenti mia nonna Rosa e mia mamma Elvira. Verso sinistra invece è presente Maria, la zia di mia nonna e, continuando verso il basso, Annamaria Montagnoli, cugina di mia nonna e la figlia Vienna. In alto a sinistra la mia trisavola Carolina e alla sua sinistra Caterina, la mamma di Annamaria. Se osservate bene la foto potrete notare che le persone, tutte donne, nella foto sono disposte dall’alto verso il basso per rappresentare meglio le due generazioni.

Infine, questa è una delle foto a cui mia mamma tiene di più. Purtroppo la passione per la fotografia non è stata tramandata alla nostra generazione proprio perché ormai il modo di scattarle sta cambiando sempre di più. Questa fotografia è stata scattata con l’autoscatto, nel 2007 e raffigura la mia famiglia al completo. Questa fotografia l’ho ritrovata in un vecchio album fotografico e le persone immortalate nella foto sono rispettivamente in alto a sinistra mia mamma Elvira, avvocato, in basso mia sorella Martina, ora studente di architettura, al centro mio fratello Davide, studente di medicina, in alto mio padre Marco, medico specializzato in cardiologia e infine ci sono io che attualmente frequento la terza media. Infine ci tengo particolarmente a fare un ringraziamento a mia mamma e mia nonna che mi hanno aiutato a trovare le foto e soprattutto a realizzare la narrazione.

Pistole e margherite. Ritratti femminili tra gli anni ’20 e ’30, della prof.ssa Blandina Comenale

Sono cresciuta in una famiglia di donne.

Non perché gli uomini non ci fossero, né perché fossero in minoranza numerica. Le ragioni della mia affermazione non si devono ricercare nella matematica. Era più una questione di percezione. La sensazione che fossero le donne a essere anima e collante della famiglia. Una sensazione che non saprei nemmeno motivare con solide argomentazioni: se ripenso alla mia infanzia, le donne del lato materno della mia famiglia non erano nemmeno tante. Mia mamma ha due sorelle e ben cinque fratelli. Poi c’era nonna Nicolina. E un numero poco precisabile di cugine di nonna, cugine di mamma, cugine mie. Quello che forse ha reso la loro presenza tanto significativa nel mio immaginario è stata la loro capacità di tessere una rete di sicurezza, dei collegamenti invisibili che hanno formato una sorellanza che va oltre le generazioni e le diversità. Soprattutto oltre le diversità. Credo proprio che la capacità di restare vicine e solidali, usando le proprie differenze come un completamento e non come causa di distanza, sia stato il principale punto di forza delle donne della mia famiglia che, diverse ma sempre compatte, hanno affrontato insieme circa un secolo di vicissitudini personali e storiche.

Mi rendo conto che fino a questo momento ho ricordato per nome solo una di loro, nonna Nicolina. Ed è proprio da una sua foto che voglio partire. Nonna Nicolina era nata il 27 dicembre del 1913.

Nicolina

Era consuetudine, negli anni 20 e 30, che le ragazze le cui famiglie ne avevano la possibilità si facessero ritrarre da un fotografo. Le foto venivano scattate nello studio o, come nel caso della foto di mia nonna, a casa del committente, in un ambiente ricreato ad arte dagli sfondi mobili portati dal fotografo. Spesso queste foto erano destinate a essere donate al promesso sposo. Solitamente ritraevano la ragazza a figura intera, in una posa composta che, nel tentativo di mimare la naturalezza della quotidianità, risultava in verità piuttosto artificiosa e fissa. Nella foto venivano inclusi oggetti comuni, che però avevano un loro preciso linguaggio. Il più delle volte le giovani posavano accanto ad arredi domestici, ad indicare quale fosse il loro posto nel mondo, e tenevano fra le mani un oggetto, anch’esso portatore di un significato: un fiore, ad indicare semplicità e purezza, o talvolta uno strofinaccio ben pulito che simboleggiasse la diligenza nel tenere in ordine la casa.

Nel caso di mia nonna Nicolina, devo dire che il fotografo ha saputo guardare lontano: nella foto riconosco lo stesso stile, lo stesso abbigliamento, la stessa pettinatura, la stessa sobrietà, la compostezza quasi severa, lo stesso sguardo sereno un po’ distaccato dalle cose del mondo, che sono stati tipici di mia nonna per tutti i giorni dei suoi cento anni di vita. Mia nonna aveva anche un sorriso bellissimo, ma ha imparato a concederselo più spesso solo nei suoi anni più recenti.

Ci sono poi i ritratti delle sue due sorelle, entrambe maggiori di lei di qualche anno. Io non le ho mai conosciute, quindi non saprei dire in che misura quello che raccontano le foto sia rispondente a verità.

la sorella di Nicolina
un’altra sorella di Nicolina

Di certo, pur nella diversità di stile e di temperamento che in certa misura influenza le pose e gli sguardi, abbiamo altri due esempi di foto posata, codificata secondo un insieme di convenzioni.

Ma poi c’è zia Rosa. La cugina di mia nonna e delle sue sorelle. L’increspatura sulla superficie, il salto nella partitura, l’inciampo, il singhiozzo, l’elemento che interrompe il discorso convenzionale.

Zia Rosa era nata il 6 gennaio del 1903 e nella foto ha approssimativamente la stessa età che hanno le sue cugine nelle loro. Anche lei è ritratta a figura intera, in piedi, un po’ a tre quarti, come loro. Non so se questo ritratto sia opera di un fotografo o di un parente con l’hobby della fotografia. Fatto sta che c’è qualche evidente differenza… niente margherite fra le mani, niente sedie di Vienna, niente pose composte.

zia Rosa

Il braccio destro teso, una pistola in pugno, il dito sul grilletto. Un abitino estivo di cotone bianco, di taglio quasi infantile, innocente, diverso dai completi sobri e scuri delle cugine, sembra sottolineare ancora di più quella pistola. Lo sguardo però è verso la macchina fotografica: non sta prendendo la mira, sembra piuttosto dire “non sto per spararti davvero, è un gioco, ma volendo ne sarei capace”.

Di zia Rosa – che è mancata nel 1997, quando io avevo quasi 18 anni – conservo il ricordo di una donna anziana, molto minuta, coi capelli candidi sempre raccolti e gli occhi chiari sempre vivaci, vigili, acuti come spilli. L’aspetto fragile non nascondeva la tempra d’acciaio. Eppure una costante delle nostre visite a casa sua erano gli zuccherini alla frutta che aveva sempre per noi bambini in un vaso di vetro sul comò della sua stanza. Questa foto invece mi è capitata sott’occhio quando lei già non c’era più da tanto, e mi ha acceso una sorta di riflettore su un piccolo mistero.

Sia lei che nonna Nicolina le ho sempre conosciute vedove. Di nonno Autari conosco il nome, la storia, ho visto tante sue foto e ascoltato tanti aneddoti importanti, minimi, commoventi, buffi, che è quasi come se lo avessi conosciuto di persona. Potrei dire lo stesso dei suoi fratelli Camillo, Vittorio, Corrado, anche se non ho incontrato nessuno di loro.

Forse una volta da bambina ho chiesto dove fosse il marito di zia Rosa, perché i bambini queste cose le domandano. E mi sarò sentita rispondere un generico “è morto”. Solo recentemente ho realizzato che di questa persona non so nulla. E con “nulla” intendo dire che di lui non ho mai visto una foto, non ho mai sentito parlare, non ho mai sentito nemmeno pronunciare il suo nome di battesimo. Se non fosse per il cognome che ha lasciato all’unica figlia, potrei anche dubitare che sia mai esistito. Da voci rubate qua e là nei discorsi quasi furtivi di parenti vari, ho ricostruito che zia Rosa, la piccola e minuta zia Rosa, deve averlo in qualche modo mandato via da casa. E per arrivare a fare un gesto così abnorme nei patriarcali anni 30 o 40 di un piccolissimo paesino perso tra i monti e i boschi del Cilento, devo supporre che quest’uomo si sia reso colpevole di comportamenti assolutamente inaccettabili. A rafforzare questa ipotesi, la totale damnatio memoriae che sembra aver affetto la sua figura: in una famiglia accogliente e aperta a qualsiasi stravaganza (compresa quella di adottare un leoncino nato allo zoo e rifiutato dalla mamma, tanto per fare un esempio), colpisce molto che una persona sia stata cacciata via dalla quotidianità e perfino dai ricordi. Insomma, la ragazza con la pistola, volendo, sarebbe stata capace di sparare.

Rosa e Nicolina

Mi piace concludere questa piccola carrellata con una foto dei primi anni 80. A sinistra c’è Rosa, a destra Nicolina. La ragazza con la pistola e la creatura sobria e quasi angelica. Negli anni hanno condiviso spesso viaggi e pellegrinaggi, e la foto è stata scattata in occasione di uno di essi. Ironia della sorte, posano fra cannoni e palle di piombo. Ma stavolta nessuno ha voglia di sparare, nemmeno per gioco. Sono sopravvissute a guerre e a dolori che hanno più volte mandato all’aria le loro famiglie e la loro tranquillità. Ma loro sono lì, insieme. Fissano l’obiettivo: obliqua e un po’ ironica Rosa, ferma e incrollabile Nicolina. Due donne diverse, ma ciascuna a suo modo, acciaio.

LA CASA DELLA PIAGGIOLA, di Riccardo Zuccaro, III M

Con l’inizio della Seconda guerra mondiale i genitori di mia nonna andarono a rifugiarsi a Gubbio in Umbria, città natale della mia bisnonna. Lasciata Napoli trovarono rifugio in una casa di campagna chiamata la Piaggiola. Qui mia nonna e i suoi sette fratelli hanno vissuto terribili e fantastiche avventure.

Il padre di mia nonna, Galati Giuseppe, fu chiamato a far parte dell’esercito e pertanto fu costretto a lasciare moglie e figli a Gubbio. Mia nonna mi ha raccontato che mentre lei si trovava nella casa in compagnia solo di un’altra sorella di poco più grande, arrivarono i Tedeschi che in quei giorni erano a Gubbio per dei rastrellamenti di partigiani. Lei si nascose sotto un letto mentre la sorella più grande nella stalla. Un giovane  tedesco entrò nella stanza dove si trovava mia nonna e la vide nascosta sotto il letto, ma lui uscì dalla stanza dicendo agli altri militari che non aveva trovato nessuno, salvando la vita di mia nonna. Mia nonna non ha mai capito perché il militare tedesco non  la catturò.

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In questa foto sono raffigurati Rachele Piccotti e Giuseppe Galati 8×13 la foto ha un formato particolare detto “formato Margherita“. (Pompei 1910)

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Mia Nonna a pochi mesi di età, 1937 13×7 cm

Qualche giorno dopo, il fratello della mia bisnonna, Attilio Piccotti anni 41, partigiano, fu catturato dai Tedeschi e fucilato nella piazza centrale del paese insieme ad altre 39 persone (I 40 Martiri di Gubbio).

Il fratello di mia Madre, Pietro, zio al quale sono stato molto legato, salito su un albero, ha assistito alla fucilazione dello zio Attilio e raccontò tutto ai suoi familiari. Data l’estrema povertà del tempo, mio zio mi ha raccontato che dopo una fucilazione alla quale aveva assistito,  scese dall’albero e tolte le scarpe ai fucilati le  portò ai propri fratelli.

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Mia nonna al matrimonio di Zio Pietro 8×13

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La mia bisnonna Rachele Piccotti 1919

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Retro della foto formato cartolina

Dopo la fine della guerra e poco prima di rientrare a Napoli, mentre tutti i fratelli di mia nonna stavano giocando nella campagna circostante, Franceschino, uno dei fratelli maggiori di nonna, per dissetarsi bevve acqua da un pozzo lì presente e poco tempo dopo morì a causa del tifo contratto per l’acqua infetta.

Rientrati a Napoli, il padre di mia nonna ha ricevuto il titolo di Cavaliere della Repubblica e delle medaglie per essere stato in guerra.