III F – Il legame tra me e mio nonno …, di Simone Savastano

Mio nonno Antonio, nasce a Presenzano in provincia di Caserta nell’agosto del 1948. E’ nato l’8 agosto ma la madre, la mia bisnonna, lo registrò al comune dopo 2 giorni dalla nascita, cioè il 10 di agosto. All’epoca la registrazione valeva come data effettiva di nascita. E’ vissuto a Cassino durante la sua infanzia poi, durante il corso della sua adolescenza, ha frequentato una scuola napoletana ed ogni mattina prendeva il treno per venire qui in città… Amava molto la vita all’aperto, anche andare a cavallo, ed era un bell’uomo.

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All’età di 18 anni mio nonno era in vacanza al mare, a Torre Annunziata proprio qui a Napoli e conobbe mia nonna Rosa. Mio nonno, dopo qualche settimana dal loro primo incontro, rivide mia nonna proprio mentre prendeva lo stesso treno e le chiese di uscire insieme e  mia nonna accettò! Dopo la prima serata passata insieme, mio nonno le chiese di nuovo di uscire e dopo qualche settimana i miei nonni si fidanzarono, anche se lui abitava a Cassino e mia nonna a Napoli. Nelle foto che seguono mio nonno è ritratto durante il servizio militare ad Avellino, alla fine degli anni sessanta.

Eccoli i miei nonni Antonio e Rosa, in due foto degli anni ottanta e novanta, sempre innamorati e felici.

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Dopo 6 anni di fidanzamento mio nonno e mia nonna si sposarono e andarono a vivere a Fuorigrotta. Per un breve periodo vissero a Como, ma tornarono a Napoli. Due anni dopo il loro felicissimo matrimonio nacque il loro primogenito Alessandro, mio papà e successivamente mia zia Ilaria. Mio nonno, rinunciando ad un lavoro, all’epoca ben retribuito presso le attuali Poste Italiane, iniziò un’attività di commercio di Macchine per Cucire come venditore autonomo. La sua ambizione lo portò in breve tempo a creare insieme a mia nonna un’attività in proprio.

A quei tempi erano rivenditori di alcuni marchi famosi di macchine per cucire e per maglieria, tra cui la SAIMAC. Qui propongo una foto degli anni trenta del Novecento del celebre marchio di macchine per cucire.

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Mio nonno era molto ambizioso. Il primo negozio dei nonni fu inaugurato nel quartiere di Chiaia a Napoli e in poco tempo ebbe una sua insegna che a breve diventò un marchio di macchine per cucire abbastanza famoso nel sud  Italia e presente in tutto il paese, SAIMAC, anacronismo di SAvastano Importazioni MACchine.

Il benessere dell’azienda fece avvicinare anche mio padre ad una collaborazione nella ormai impresa di famiglia.

Il suo lavoro gli permise di avvicinarsi a quella che poi è stata la sua grande passione, il MARE .

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Mio padre racconta che già quando lui aveva 15 anni possedevano una barca e la dedizione che mio nonno aveva verso le imbarcazioni lo portò a cambiare barca quasi ogni 2 anni, mentre cresceva anche la sua passione per la pesca.

Mio padre e mia madre si sono conosciuti lavorando entrambi per mio nonno. Io sono nato il 1 giugno del 2004, primo nipote di quattro e primo figlio di due.

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Mio fratello Antonio è nato il 18 febbraio 2006 e lo stesso mese nacque anche mia cugina Martina, mentre qualche anno dopo, nel 2010, nacque l’altra mia cugina, Giulia.

Fin dalla mia nascita mio nonno ed io abbiamo legato molto, essendo stato il suo unico nipote per quasi 2 anni. Già dai miei primi anni di vita mio nonno mi ha iniziato a trasmettere  la sua forte passione per il mare.

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Tuttora coltivo questa grande passione, avendo la fortuna di abitare in una casa che affaccia sul mare. Infatti da piccolo mio nonno per il mio compleanno mi scrisse al corso di vela presso la lega navale di Pozzuoli, dove lui era socio e dove era ormeggiata la sua barca. Fin da piccolo mi portava insieme a lui a pescare e tuttora, anche in sua assenza, continuo a pescare con la canna da pesca che mi regalò qualche mese prima della sua scomparsa e tutta la sua attrezzatura che era depositata nella sua barca. Quest’ultima, purtroppo, essendo una passione molto impegnativa che in famiglia coltivavamo solo io e mio nonno, è stata venduta. Ancora oggi io coltivo la mia passione per il mare, infatti faccio ancora vela e non smetterò mai di farlo. Da due anni ho intrapreso un ulteriore sport, il canottaggio a cui mi sto appassionando molto.

Mio nonno è morto il 16 agosto 2017, quando io ero in viaggio, di ritorno dalla Grecia, durante la mia vacanza estiva e ho saputo dell’accaduto solo il giorno successivo. Ho provato un grande dolore, ma lo sento sempre accanto a me, soprattutto quando vado in barca.

I miei zii, di Stefania Tomelli

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[Questa foto e il racconto sono stati pubblicati da Stefania Tomelli sul gruppo Facebook del progetto Sguardi e Storie, ma vogliamo ospitarli con piacere e gratitudine anche sul sito, accompagnati dai commenti successivi, ndr]

Questa è la foto del matrimonio della zia Gianna e dello zio Peppino. In realtà lei era cugina del babbo ma, per me e mio fratello loro erano gli zii.

Questa foto credo risalga al primissimo dopoguerra e fu scattata a Bologna, loro città di residenza. Si sposarono in prime nozze in età matura. Non ebbero figli per cui consideravano noi un po’ come figli loro. Lo zio Peppino fu il meccanico personale di un noto pilota d’auto dell’epoca, ma non mi chiedete il nome perché non lo ricordo. Lei lavorava come cassiera in un negozio di ferramenta. La loro fu una vita agiata, vivevano in una elegante palazzina di Bologna insieme ad una domestica che si chiamava Euridice, nome che a me, piccola bimba, incuteva a quei tempi un certo timore reverenziale ☺️. Ricordo che la zia conservava in sala una enorme bambola seduta su una sedia alla quale era molto affezionata perché fu l’unica cosa che si salvò da un bombardamento che le distrusse la casa paterna. Ricordo la felicità di noi bimbi, quando da Bologna ci venivano a trovare a Santarcangelo con la macchina piena di ogni ben di dio. Regali di ogni genere per me e mio fratello e non mancavano mai di portare i “turtlein” i tortellini bolognesi. Purtroppo tutto finì con la morte dello zio. La zia Gianna si chiuse in se stessa e la sua vita divenne solitaria. Visse fino alla fine in completa solitudine in quello che fu il loro nido, aspettando il momento che l’avrebbe di nuovo unita al suo Peppino.

I commenti

Letizia Ventura Grazie Stefania Tomelli per questo tuo nuovo racconto (vedete il post precedente di Stefania 🙂. Forse potrebbe anche trattarsi della prima metà degli anni quaranta, durante la guerra? Sono molto composti e, come scrivi, essendo già maturi, hanno un abbigliamento sobrio, soprattutto la zia, non in bianco, ma con vestito elegante, al ginocchio. Non possiamo conoscere il fuori campo… quindi non sappiamo quante persone di fossero. Qui compaiono da soli e forse è un indizio anche sul periodo. In secondo piano una signora elegante, forse invitata, ma che non posa con loro, e il bambino che fa quasi capolino, trattenuto dalla mamma. Bella anche alla luce di quanto racconti!
Stefaia Tom Effettivamente , osservando gli abiti , potrebbe essere anche del periodo che dici tu. Che peccato , nessuno ha pensato di mettere una data sul retro.!!!

Silvana Jazzetti Grazie per la foto e per il racconto,che racchiude in semplicitá cosí preziosi ricordi,,,,,,,e apre la porta sulla dolcezza di due persone che vogliono lasciare un segno d´amore ai nipotini.Nella foto si ritrovano questi elementi,una presenza composta e gentile.Mi piace moltissimo il cappello della zia,che in veritá mi sembra una napoletana…..o almeno potrebbe esserlo…
  • Stefaia Tom Cara Silvana , quel cappellino con la piuma, i guanti tenuti in mano e la piccola borsa elegante, fanno un po’ tenerezza..chissà con quanto impegno la zia, si sarà prodigata per mettere insieme quel suo look matrimoniale 🙂. Quante domande da farle avrei , al riguardo!!! Peccato non avergliele fatte quando erano in vita.
  • Stefaia Tom A proposito…la zia era proprio emiliana, bolognese purosangue.
    Silvana Jazzetti …capita a tutti,credo… anch´io ho nel cuore tante domande mai poste: …..si,era bolognese..certo,eppure piú la guardo e piú la trovo simile a volti napoletani ,….io sono napoletana e perció mi colpisce ,non solo nei tratti,ma proprio nell´espressione del viso…..succedono queste cose.. 🙂
  • Stefaia Tom Silvana , in effetti non hai torto. Il viso , i capelli nerissimi e il naso aquilino (un po’ come Toto’) rimandano ai tratti somatici di alcuni napoletani. Magari qualche antenato..chissà! 😊😊
  • Angela Sorrentino Buonasera. Una foto e una storia così belle si potrebbero completare con una ricerca archivistico-geneaogica. Si ricaverebbe qualche pagina di storia familiare attraverso i documenti di vario tipo.
  • Letizia Ventura Angela Sorrentino ottimo suggerimento! Grazie… sarebbe bello poter approfondire

III F – La mia famiglia, di Mario Buono

La mia famiglia è composta da quattro persone: oltre a mia mamma e mio papà, ho una sorella più grande che si chiama Simona, che ha 16 anni e frequenta il 3° anno di liceo scientifico. Le piace molto leggere ed ha una cameretta con due librerie grandi, piene di libri.

Mio padre si chiama Michele ed è medico ortopedico. Lavora molto. Mia mamma si chiama Marianna ed è un avvocato, ma è molto presente in casa. Ho anche due nonni, Bruno ed Elvira, i genitori di mia mamma. Gli altri nonni sono morti. Ho gli zii: Katia, Enzo, Francesca, Salvatore, Rosario. Poi ci sono i miei quattro cugini, di cui due già grandi, Ludovica e Alessandra, e due più piccoli, Bruno e Matteo, che adoro.

Vorrei passare molto più tempo con loro ma la scuola e lo sport mi impegnano sempre molto e riusciamo a vederci solo la domenica.

Lo sport è il mio hobby preferito, in particolare il calcio, che pratico assiduamente. Da grande vorrei diventare un calciatore famoso.

Grazie a questo progetto ho scoperto i miei nonni e soprattutto i bisnonni, le loro storie anche tristi. Hanno partecipato e vissuto durante due guerre mondiali. Ma in questa prima fotografia trovata a casa della nonna, alcuni di loro sono raffigurati sereni, durante una passeggiata domenicale a Napoli… sono belli nei vestiti a festa, pettinati con cura, secondo la moda dell’epoca. Sono tutte donne tranne il trisnonno e il prozio piccolino, che avrà un destino sfortunato. La trisnonna è al centro e sorride di cuore, l’unica, quasi vegliando su tutti.

Non è cambiata a Napoli l’usanza della passeggiata soprattutto di domenica con la famiglia lungo via Caracciolo.

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Una foto dei miei trisnonni, i più anziani in posizione centrale, con la mia bisnonna seduta sulla destra, e due sorelle. Il bambino un po’ triste in primo piano è il mio prozio, ucciso qualche anno dopo dai tedeschi. L’occasione della foto è una passeggiata in una piacevole domenica, sul lungomare di Napoli. Fine anni trenta. Conservata da mia nonna in un cassetto

Mi ha molto colpito la storia della mia bisnonna che ha perso il suo bambino, fratello di mia nonna Elvira, a pochi anni di vita, ucciso dai tedeschi.

Questo è il mio prozio nel 1937. Sembra avere negli occhi già una tristezza particolare.

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Il mio prozio, fratello di mia nonna Elvira. La foto lo ritrae a poco più di un anno a Napoli nel 1937, con il grembiulino a un biscotto in mano. Fu ucciso dai tedeschi nella ritirata, nel 1943, perché indispettiti dalla sconfitta, spararono sui civili, colpendo mortalmente anche lui. La foto è conservata nel cassetto di mia nonna

E questa è la bisnonna, molto dolce in questo ritratto, ben vestita, anzi elegante. Ma anche lei ha uno sguardo triste.

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La mia bisnonna, Francesca, in una foto che la rappresenta serena, vestita elegantemente forse per una ricorrenza. Mai avrebbe immaginato che il suo piccolo bambino sarebbe stato dopo poco ucciso mortalmente davanti ai suoi occhi mentre teneva per mano un’altra bambina, mia nonna, di un anno, che si è salvata miracolosamente. Anni trenta. Foto, purtroppo rovinata, conservata da mia nonna in un cassetto

Inoltre mi ha colpito la storia del mio trisavolo che durante la Prima guerra mondiale, ferito, è riuscito a fuggire dagli austriaci che lo avevano fatto prigioniero.

 

Non conoscevo i miei avi e mi ha sorpreso scoprire come la storia vera abbia coinvolto anche la mia famiglia.

A questo link la mia raccolta di fotografie.

 

III E – Sette Castagne secche nell’acqua, di Ginevra Califano

“Maria sotto i bombardamenti abbraccia i suoi fratelli.

Nei suoi occhi risplende la luce delle bombe.

Maria ha imparato a non aver paura

È cresciuta in fretta 

Tiene tra le braccia Dorino stretto a sé e intanto immagina il cielo che si copre di stelle”

Napoli bombardata, 1943. Foto sul sito del Comune di Cinisello Balsamo

Maria Borzacchiello, nata il 25 novembre del 1927 a Napoli, è la mia bisnonna dalla parte di mia madre.

Sua madre Giovanna Castaldo sposò molto giovane Raffaele Borzacchiello (1904-1943) ed insieme diedero alla luce sei figli: Tina, Alba, Guseppina, Raffaello e Dorino, chiamato così per il colore dei capelli biondo chiaro e i suoi occhi azzurri.

Era il più piccolo dei fratelli di cui la mia bisnonna primogenita. Vivevano tutti alla Doganella vicino Capodichino, nei pressi di Secondigliano, solo dal 1929 all’interno del Comune di Napoli, ed allora costituito da pochi casali con tanta terra e campagna intorno. Maria da bambina insieme a suo fratello Raffaele, il più grande tra i fratelli, andavano a scuola e lei era molto brava nelle materie letterarie.

Nel 1939 scoppiò la Seconda Guerra Mondiale (nel 1940 per l’Italia) che portò complicanze e sofferenze alla vita di tutti in quell’epoca.

Un giorno, il padre della mia bisnonna sul posto di lavoro fu colpito da un forte spostamento d’aria causato da un vicinissimo bombardamento.

Dopo pochi giorni dall’incidente si recò presso l’ospedale militare e mentre si stava preparando per stare in camerata insieme agli altri malati ebbe un infarto e morì a 39 anni (1943). Questo evento destabilizzò completamente la famiglia.

Sua moglie rimasta vedova così giovane non poteva di certo riuscire da sola a badare ai suoi sei figli contemporaneamente. Purtroppo Maria dovette lasciare la scuola per dare una mano alla madre in difficoltà. Durante alcuni bombardamenti la loro casa fu colpita e distrutta in macerie e di conseguenza la famiglia automaticamente fu sfollata.

Ho trovato un testo sulla Cronologia Leonardo sul web dedicato ai bombardamenti e alla guerra, oltre la vita quotidiana sempre più terribile a Napoli dal 1941 al 1943. Questo il link.

Bombardamento a Napoli, 1942, immagine dal sito web del giornale Napoliflash24

Per ripararsi dai ripetuti bombardamenti Maria e i suoi cari furono costretti a rifugiarsi nei tunnel sotterranei dove lì sfortunatamente la sorella Giuseppina, da loro tanto amata, morì di nefrite a soli 18 anni.

Purtroppo nel periodo di guerra non essendo disponibili cure e antibiotici adeguati, era complicato sconfiggere le malattie e proprio per questo subirono un’altra dura perdita. Dorino, il fratellino più piccolo, morì a soli 7 anni. Queste perdite sfortunatamente segnarono molto la vita della mia bisnonna. Maria dovette cercare lavoro per mantenere la famiglia, che a causa della guerra stava soffrendo la fame.

Trovò lavoro in un’agenzia di compravendite di appartamenti.  Un giorno tornando a casa dal lavoro trovò come cena un piatto con sette castagne nell’acqua e pianse.

Fu uno di quei momenti in cui la disperazione prese il sopravvento, rendendosi conto che la sua famiglia era in gravi difficoltà. La madre, mortificata, le disse che aveva dato il poco cibo rimasto ai fratelli e le sette castagne erano tutto ciò che le restava per farla cenare.

L’evento che finalmente cambiò radicalmente la sua vita e di conseguenza quella della sua famiglia fu l’incontro con Antonio Caccioppoli. Secondogenito di una famiglia benestante napoletana, proprietari di un famoso negozio di tessuti, una vera e propria azienda internazionale, tuttora operante. A questo link la storia di questa impresa.

Albero genealogico dell’impresa Caccioppoli di Napoli

Uomo molto distinto e riservato, Antonio Caccioppoli di 11 anni più grande della mia bisnonna, si innamora perdutamente di Maria, della sua fierezza, della sua forza e della sua sincerità.

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La mia bisnonna Maria, all’epoca del fidanzamento con Antonio Caccioppoli. Qui è in abito scuro, a lutto, dopo le perdite subite durante la guerra

Si sposarono ed ebbero quattro figli: Maria Carmen che è la mia nonna, Enzo, Paolo e Gabriella.

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La mia bisnonna Maria con in braccio la primogenita, Maria Carmen, mia nonna. E’ un’immagine bellissima e piena di tenerezza

Da quel momento in poi Maria è riuscita a vivere finalmente una vita serena.

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La mia bisnonna appena sposata, durante una vacanza sulle Alpi, subito dopo la guerra

Ha continuato ad aiutare tutti, ha accolto la sua famiglia nella propria casa e con grande generosità ha condiviso sempre il suo benessere con tutti coloro che la circondavano.

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Mia bisnonna posa sullo sfondo di un parcheggio di automobili, le Topolino Fiat 500, degli anni cinquanta. La foto è stata scattata dal bisnonno Antonio

Non ha mai smesso di pensare prima agli altri e poi a sé stessa, ha accudito con amore i propri figli e il marito fino in punto di morte.

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La mia bisnonna Maria con mia nonna, Maria Carmen

Oggi conduce una vita riservata ed oculata, a 93 anni vive da sola e con grande tenacia cucina e governa ancora la casa.

Oggi nel suo frigorifero ci sono pochissime cose, mangia poco e non butta mai niente.

Chissà se le castagne le piacciono ancora, questo non l’ho chiesto.

A questo link la mia raccolta di fotografie.

III E – I luoghi della mia famiglia, di Marcella Alvino

La mia famiglia si è sempre spostata negli anni, per lavoro e per altri motivi; fatto sta che questa necessità mi è stata trasmessa e tuttora una delle mie più grandi passioni è viaggiare. Uno dei luoghi che però ha accompagnato molte generazioni e che è rimasto immutato negli anni è Caiazzo, comune in provincia di Caserta, dove c’è una casa di famiglia. Questa casa ha sempre avuto un ruolo molto importante: da luogo di vacanza è stato adibito a rifugio durante la guerra in seguito ai bombardamenti a Napoli.

Allora mia nonna, Leonilde Russo (nata il 5/03/1942), era molto piccola ma ricorda ancora 2 degli eventi che la colpirono maggiormente in quegli anni. A quei tempi, durante la seconda guerra mondiale, gli Americani erano accampati in una valle poco lontana dalla nostra casa di famiglia, forniti di medicinali, cibo e infermieri. Un giorno mia nonna cadde su un braciere e dal dolore lancinante prese a piangere disperata: subito i suoi genitori, che colpiti dalla povertà della guerra non avevano rimedi a portata di mano, in preda al panico la portarono al campo americano dove, con grande disponibilità, la curarono. Da allora nella mente di mia nonna prese forma questa idea dei soldati americani come degli eroi. Nella foto che segue è rappresentata la zia di mia nonna, in un momento di serenità nel campo americano.

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Zia Margherita, in un momento di spensieratezza su una jeep americana dopo la Liberazione, Caiazzo, Napoli estate 1944

Un altro episodio invece rappresenta la vera essenza della guerra. Si tratta di un bombardamento che ha colpito la casa affianco abitata da marito, moglie e due figli, speranzosi, come la famiglia di mia nonna, di essere scampati alle atrocità della guerra. Mia nonna racconta sempre, con l’orrore e la tristezza dipinte in volto, come la mamma abbia tentato di proteggere i due figli dalle macerie nascondendoli sotto le sue braccia e come solo uno di loro sia riuscito a sopravvivere. Il padre per lo shock uscì da quella casa con tutti i capelli diventati bianchi per lo spavento.

Quando i tedeschi facevano irruzione nelle case per cercare ebrei o uomini da mandare in combattimento, tutta la famiglia si nascondeva in una soffitta la cui entrata era in un finto camino nel quale era stata costruita una scala a chiocciola invisibile a prima vista. Purtroppo in una di queste irruzioni fu catturato un caro zio di mia nonna, a detta sua molto timido e pacato. Egli fu portato su un treno che portava ad un campo di concentramento e nonostante la paura e lo sconforto tangibile in quel momento riuscì a pensare lucidamente: o la morte o tentare di scamparla. Così in un momento in cui il treno rallentava saltò giù dal treno e scappò lontano per tornare a casa. Credo non ci sia nemmeno bisogno di dire mia nonna quanto sia orgogliosa di questo suo zio ogni volta che racconta questo episodio. Per mettere da parte almeno per qualche ora l’orrore della guerra, le zie e i cugini più giovani di mia nonna fecero amicizia con gli Americani, provando certamente grande nostalgia dei momenti precedenti all’ondata di miseria portata dall’entrata in guerra dell’Italia (10 giugno 1940). Caiazzo per loro rappresentava un luogo di riunione e di svago estivo.

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Adele Bolognese, bisnonna paterna, a Santa Maria Capua Vetere, estate 1936, conservata a casa di nonna paterna
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Adele e Anna Bolognese giocano con il fioretto nel giardino della casa di famiglia a Caiazzo. Alle loro spalle, oltre gli altri fratelli e sorelle, c’è il cugino Bernardo Bolognese, che praticava la scherma, agosto 1931

Come si può notare dalla foto in una di queste estati (1931) le sorelle della mia bis nonna (Adele Bolognese) e i cugini giocavano spensierati con i fioretti di loro cugino Bernardo, ragazzo molto sportivo, incentivato nell’ambito sportivo dall’importanza che Mussolini dava allo sport nel periodo Fascista (periodo che inizia il 29 ottobre 1922 con la marcia su Roma , sino alla fine del regime, avvenuta formalmente il 25 luglio 1943).

 

La mamma di mia nonna e mia nonna nacquero a Santa Maria Capua Vetere (CE) che fu un altro luogo molto importante per la mia famiglia dove abitano ancora molti dei miei parenti, alcuni dei quali gestiscono la Farmacia del Leone. La Farmacia del Leone inizia la sua attività nel 1711 nel centro storico di Santa Maria Capua Vetere e la sua storia negli ultimi cento anni è legata alla famiglia Tafuri, farmacisti da cinque generazioni.

Inoltre nella cattedrale di questo piccolo comune ha avuto luogo il matrimonio dei genitori di mia nonna paterna: Renato Russo e Adele Bolognese il 14 gennaio 1939, evento a cui è stato riservato uno spazio sul giornale.

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Adele Bolognese e Renato Russo in viaggio di nozze a Venezia, 1939

Un anno dopo i miei bis nonni si trasferirono con il primogenito Carlo Russo (allora un infante di appena 1 anno) a Tolmezzo, in provincia di Udine dove era stato assegnato al mio bisnonno il suo primo lavoro.

Da allora la famiglia di mia nonna fu costretta a spostarsi spesso (a Palermo, Roma, Napoli, Milano ecc.) a causa del lavoro di Renato che richiedeva numerosi spostamenti.

Una volta in pensione, Adele e Renato, tornarono nella bella Napoli.

Intorno agli anni sessanta, agli inizi della società ENI, essendo uno dei dirigenti, il mio bis nonno doveva andare ogni due settimane a Il Cairo per supervisionare gli impianti di estrazione di petrolio e metano.

Renato Russo con i colleghi (lui è il penultimo a destra), Il Cairo, viaggio di lavoro per l'ENI, anni sessanta del Novecento

Renato Russo con i colleghi (lui è il penultimo a destra), Il Cairo, viaggio di lavoro per l’ENI, anni sessanta del Novecento

Il bisnonno Renato Russo durante un viaggio di lavoro, con un suo collega, anni cinquanta

Il bisnonno Renato Russo durante un viaggio di lavoro, con un suo collega, anni cinquanta

In quegli anni ai figli dei dipendenti erano offerti molti privilegi come poter usufruire di 1 mese di vacanza nelle colonie.

Mia nonna e i suoi fratelli hanno ricordi splendidi di quei giorni passati in una struttura del tutto nuova. Nella parte centrale dell’edificio erano posti i servizi (infermeria, cucine ecc.) ai lati erano situate 5 camerate enormi di circa 40 posti letto. La colonia era divisa in due aree: quella maschile e quella femminile che non si incontravano mai. Perfino la spiaggia era divisa ed era strutturata in modo tale che il punto di incontro tra le due spiagge fosse occupato dai bambini più piccoli per evitare incontri tra i più grandi.

Sempre parlando di Africa lo zio di mia nonna lavorava al ministero degli esteri (anni 30) e in seguito alla conquista delle colonie fu mandato come console ad Addis Abeba, Etiopia.

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La famiglia dello zio di mia nonna, console Russo, sulla porta di casa ad Addis Abeba, Etiopia, 1936

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Il cugino di mia nonna, Roberto Russo, nel salottino della casa ad Addis Abeba, Etiopia, 1937

 

Quando crollò il fascismo la famiglia fu deportata in altri luoghi e separata. Il padre di famiglia fu portato in un campo di prigionia in Siberia, lontano dal piccolo figlio e dalla moglie.

III E – La mia bisnonna paterna Iolanda Giuliotti, di Gilda Antino

Ho deciso di parlare della mia bisnonna paterna, nonna di mio padre, perché penso che abbia una storia degna di essere raccontata.

Iolanda è nata il 23 maggio 1907 ad Alessandria d’Egitto.

A seguire due cartoline fotografiche, trovate liberamente scaricabili su Pinterest, che ritraggono edifici e strade di Alessandria d’Egitto tra fine Ottocento e primi Novecento.

Figlia di Teresa Hesler, egiziana a tutti gli effetti, e Ruggero Giuliotti, di origini italiane, ma arrivato in Egitto in tenera età, Iolanda è cresciuta nel benessere e in una situazione economica agiata, insieme ad altri cinque fratelli.

In quel periodo si parlavano in Egitto il francese e l’arabo e le persone di un ceto sociale più alto solitamente parlavano anche il greco, così si ritrovò ad essere multilingue già da piccola, facendosi con il tempo una cultura notevole.

Dovette interrompere però i suoi studi nel 1923 all’età di 16 anni, in seguito agli eventi della rivoluzione che scoppiò in Egitto nel 1919 per cui molte persone decisero di abbandonare il paese; cosi la famiglia Giuliotti abbandonò l’Egitto e insieme a lui tutte le loro ricchezze.

Qui trovate una storia della rivoluzione egiziana del 1919, fino alla sua indipendenza dalla Gran Bretagna.

Come detto prima, suo padre, il mio trisnonno, aveva origini italiane, per cui il suo intento, dopo la fuga dal paese, era quello di raggiungere con i suoi fratelli i parenti della loro città di origine, Firenze.

Così salirono a bordo di una nave, per iniziare un lungo viaggio: percorsero varie tappe ma quella che colpì più di tutti la famiglia fu la sosta a Napoli, dove decisero di scaricare i loro bagagli e fermarsi per un periodo, anche di vacanza. Mi hanno raccontato che presero due camere in un hotel per qualche settimana, ma l’amore per questa città si era fatto troppo forte e decisero di rimanere a viverci, comprarono una casa e si stabilirono a Napoli.

Nel frattempo nonna Iolanda conobbe, per mezzo dei suoi fratelli, il suo futuro marito, Ettore Rippa, ufficiale dell’esercito italiano. Il loro era un amore fortissimo e nel 1942 decisero di sposarsi, ma c’era un problema: le famiglie infatti erano contrarie per svariati motivi.

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Il bisnonno Ettore Rippa

Era iniziata la guerra, la pensione dall’Egitto non arrivava più e per mandare avanti la famiglia i Giuliotti furono costretti, ogni mese, a vendere qualcosa per poter vivere; oltre a questo c’era anche il problema che riguardava proprio lui, il mio bisnonno Ettore. Lui era un ufficiale dell’esercito e sarebbe partito per la guerra e non si aveva idea di quello che sarebbe potuto succedere.

I due però decisero lo stesso di sposarsi e così fecero nel 1942, ma dopo sette mesi di matrimonio lui partì per la guerra, guerra alla quale è sopravvissuto, durante i combattimenti, ma è stato portato via dalla vita nel giugno del 1943 a causa di un’epidemia di scarlattina che colpì anche lui.

Così Iolanda rimase vedova e incinta. Partorì mia nonna, Gabriella Rippa, cinque mesi dopo la morte del marito, il 18 novembre 1943. Ed ecco alcune immagini che ritraggono la mia bella nonna.

Iolanda, quindi, ritrovandosi sola dopo la morte del marito e dei genitori, con al suo fianco solo alcuni dei suoi fratelli e zia Gilda, zia di mia nonna, sorella di Ettore che aiutò Iolanda a crescere la piccolina facendole da “padre” e restando al suo fianco anche durante l’età adulta.

Ed ecco una fotografia della mia bisnonna Iolanda quando aveva circa trenta anni.

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Iolanda decise di non risposarsi e la sua vita proseguì abbastanza serena, con il suo gioiello più prezioso, la sua unica figlia. Credo abbia avuto una vita felice, nonostante tutto, dopo la guerra, morendo nel 1981, raggiungendo il suo caro marito. A seguire un ritratto molto intenso della mia bisnonna.

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III E – I miei bisnonni, di Daniel Gargiulo

Il mio bisnonno, Francesco Infranca, è nato nel 1919 a Castelvetrano, vicino Trapani.

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Nato da una famiglia di proprietari terrieri che importavano ed esportavano grano, il mio bisnonno non ebbe mai un padre poichéil mio trisavolo morì ucciso dalla mafia.

Francesco, da ragazzo, conduceva una vita semplice ma, raggiunti i diciotto anni, decise di intraprendere la carriera militare.

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Così, nel 1937 si trasferì alla “Scuola Alpina Guardia di Finanza” a Predazzo in Trentino. Era anche un atleta. Infatti, nella scuola militare, era il campione di salto con l’asta.

Nel Nord Italia incontrò quella che poi sarebbe diventata sua moglie: la mia bisnonna Maria. Mi raccontano che era bravissima a cucinare e che i Natali a casa sua erano bellissimi. Maria era nata a Verona nel 1919.

Nel 1944, Maria e Francesco tornarono in Sicilia e finalmente nacque mio nonno, Mimmo (per amici e parenti).

Nel 1954, per motivi di lavoro, arrivarono a Napoli e ci rimasero per circa trent’anni.

Francesco era il manager, per l’Italia, dell’azienda che produceva le macchine da caffè Gaggia, mentre la bisnonna Maria (che era stata insegnante) gli faceva da assistente.

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Su YouTube ho trovato un video pubblicitario della Gaggia che illustra il caffè e racconta in breve la storia di questa impresa. Eccolo.

Mia madre mi racconta di bellissime domeniche trascorse sulla grande terrazza a casa dei nonni e delle buonissime “Kaiserschmarrn”(Kaiserschmarrn: dal tedesco Kaiser, cioè “imperatore”, e Schmarr(e)n, “frittata dolce”, letteralmente “frittata dell’imperatore”. E’ uno dei più famosi dessert austriaci, diffuso in tutta l’area dell’ex Impero austro-ungarico come anche nella Baviera. È sostanzialmente una spessa crêpe spaccata che, in modo analogo all’altro dolce tipico atesino, gli Strauben, viene cosparsa di zucchero a velo e servita con confettura di ribes, di mirtilli o salsa di mele) con la marmellata di prugne fatte da Maria. Spesso cucinava il bisnonno, ma solo di domenica.

Il bisnonno, da bravo siciliano, mangiava solo pane fresco con le olive, che non mancavano mai sulla sua tavola.

Negli anni ’80, Francesco vendette tutto, abbandonò il lavoro e si trasferì in Sicilia, con grande disappunto di Maria che scappava, appena poteva, a casa sua in Trentino.

Nel 1999 Francesco si ammalò poiché era un accanito fumatore e fu costretto a tornare a Napoli dove morì, per arresto cardiaco, nel 2000. Mi spiace non averlo potuto conoscere.