Si parte!

Riparte il progetto Sguardi e storie nella scuola secondaria di primo grado Viale delle Acacie di Napoli.

Siamo così alla terza annualità e possiamo dire che la didattica delle fonti audiovisive e fotografiche, l’analisi delle stesse per la scoperta della storia, degli immaginari storici e il loro uso e riuso in nuove narrazioni storiche e personali sia entrata ormai a far parte dell’offerta formativa di questo istituto.

Nelle due edizioni precedenti il progetto, ideato e curato da Letizia Cortini, esperta di fonti audiovisive e del loro utilizzo nella loro didattica, ha previsto un segmento formativo per i docenti che, parallelamente, hanno organizzato laboratori nelle classi partecipanti (il primo anno limitati a tre classi e seguiti personalmente dalla nostra esperta; nel secondo anno gestiti dai docenti contemporaneamente alla formazione, con la guida dell’esperta). I risultati di questi due anni di lavoro sono consultabili in questo sito e sono stati presentati, insieme al sito realizzato da Letizia, ogni anno in un evento finale.

Quest’anno, non è stato possibile finanziare la formazione, ma poiché questo progetto di public history e di educazione a una cittadinanza consapevole ed attiva è parso irrinunciabile, si cercherà di sperimentare ancora una diversa modalità per portarlo avanti. Tra gli obiettivi del progetto, sin dalla sua prima edizione c’era anche quello di rendere a mano a mano sempre più autonomi gli insegnanti.

Le docenti partecipanti quest’anno proveranno quindi a gestire in autonomia i laboratori sulla base della formazione ricevuta negli anni precedenti e sostenendosi nelle diverse fasi progettuali.

Letizia, come sempre disponibile e generosa, ha proposto di incontrarci in qualche occasione, quando necessario, e di seguirci, per quanto possibile, a distanza.

A dicembre 2019, prima delle festività natalizie, noi insegnanti ci siamo incontrate per fare un primo punto della situazione. Le classi partecipanti all’edizione di quest’anno scolastico, dovrebbero essere per il momento: la 2 A e la 3 A; la 1 E e la 2 E; la 3 D; la 1 M; la 1 G e la 2 M; forse anche una classe della sezione F.

Incontro di dicembre, Alessandra, Antonella ed Anita

Solo una delle docenti non ha seguito la formazione in nessuna delle due annualità precedenti. Per la maggior parte delle classi l’orientamento è di proseguire il percorso di Sguardi e storie partendo dagli archivi fotografici di famiglia per ricostruire microstorie dell’età contemporanea, anche in base a temi ed esperienze e non esclusivamente in modo cronologico lineare. Alcune docenti invece sono intenzionate a seguire le indicazioni del progetto Cine Foto Educa che l’anno scorso, una classe, ha potuto sperimentare. Il progetto, realizzato da Luce per la Didattica e dall’Archivio storico Luce Cinecittà, proposto da Patrizia Cacciani, responsabile Ufficio studi e ricerche Archivio storico Luce Cinecittà (tra i patrocinatori insieme alla Società Napoletana di Storia Patria e all’AAmod delle due edizioni precedenti), si propone di diffondere il linguaggio cinematografico e fotografico nelle scuole di ogni ordine e grado all’interno delle attività curricolari. Il sito è ricco di materiali e proposte per i laboratori!

Incontro di dicembre, Bernardina, Vania ed Alessandra

Incontro di dicembre, Vittoria e Bernardina

Si tratterebbe quest’anno per le classi partecipanti di ritagliare tematiche legate non necessariamente o non solo a scatti tratti dagli archivi di famiglia, ma anche realizzati dai ragazzi stessi o dai familiari per narrare momenti, esperienze, realtà del loro presente, o dei territori in cui vivono.

Individuate queste due piste di lavoro, nell’incontro si sono esplorati, almeno in parte, i due siti di riferimento per prendere spunti dalle esperienze precedenti e inventariare i numerosi strumenti utili reperibili. Si è discusso della centralità in entrambi i percorsi progettuali del linguaggio specifico fotografico e filmico e quindi si è deciso di proporre, ciascuno nelle proprie classi, una presentazione delle attività attraverso l’esplorazione dei siti e utilizzando i materiali forniti, soprattutto le guide, per presentare, commentare, scoprire insieme ai ragazzi le caratteristiche specifiche delle immagini fisse o in movimento di cui sono grandi produttori. Come negli anni precedenti tutte le docenti sono state d’accordo sulla necessità e anche sull’importanza del coinvolgimento delle famiglie che sono state validissimi sostegni e che hanno accolto con entusiasmo e partecipazione il progetto in entrambe le edizioni precedenti.

Incontro di dicembre, strumenti di lavoro

La motivazione non manca, ma serpeggia anche l’incertezza sui risultati possibili come può immaginare chi lavora con i ragazzi ed è allenato ad adeguarsi ai tempi, alle diverse abilità, alle personalità e agli ostacoli che si impongono nel seguire, affiancandosi e non prevaricando, le loro modalità di produzione.

Valeria con una delle classi partecipanti

Se i risultati verranno e saranno adeguati a far vivere ancora questo sito, si spera che tutti quelli che ci hanno seguiti con interesse e simpatia negli anni precedenti non ci abbandonino e continuino ad arricchirci con le loro osservazioni e contributi!

Valeria De Laurentiis

 

Riconoscersi e stupirsi, di Letizia Cortini

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“Riconoscersi e stupirsi”. Questo il titolo che si potrebbe dare all’incontro conclusivo della II edizione del progetto “Sguardi e Storie”, presso la Società Napoletana di Storia Patria a Napoli, il 21 maggio 2019.

Un pomeriggio festoso, allegro, oltre chiassoso, quello trascorso martedì scorso, nella sede di uno dei più prestigiosi istituti culturali della Campania, e non solo.

 

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Ancora grazie alla Presidente, Renata De Lorenzo, al Vicepresidente, Giovanni Muto e a tutto lo staff della Società napoletana di storia patria.

 

Oltre 300 tra ragazzi, famigliari, amici, studiosi, docenti presenti. I protagonisti assoluti sono stati loro, i ragazzi delle 9 classi dalla I alla III media, della scuola media Viale delle Acacie di Napoli.

Giovanni Muto ha accolto tutti con un caloroso benvenuto, quindi con un breve racconto e qualche aneddoto sulla gloriosa Società di studi e ricerche e sul suo prezioso patrimonio, che aspetta di essere scoperto, consultato, usato, valorizzato anche dai ragazzi più giovani, dalle scuole, oltre dagli studiosi e dagli studenti universitari.

Concetta Damiani, archivista e docente all’Università di Salerno, ha ribadito l’importanza degli archivi famigliari e di persona, nonché d’impresa per la storia di Napoli e del Meridione. Ha inoltre segnalato due importanti archivi di immagini per la storia della città, l’Archivio Parisio e l’Archivio Riccardo Carbone, a disposizione anche questi delle scuole e di iniziative didattiche e formative. Ha potuto inoltre con stupore ritrovare, grazie a uno dei racconti dei ragazzi, Il quinto dei Giacomo Randazzo, una sua nipote e apprendere parte della storia anche della sua famiglia!

Patrizia Cacciani dell’Archivio storico Luce Cinecittà ha fatto presente quanto il patrimonio del Luce sia trasversale a ogni tipo di storia, da quella più privata a quella collettiva, italiana e mondiale. Ha quindi ipotizzato una sinergia più stretta con Napoli e la scuola, a partire dal prossimo anno, in particolare su un altro progetto di Luce per la didattico, come più avanti indicato. Ha inoltre invitato per la III edizione di Sguardi e Storie a concludere e presentare i risultati del progetto a Roma, a Cinecittà.

Si è fatto quindi riferimento al prezioso patrimonio della Fondazione Aamod – Archivio audiovisivo del movimento operaio e democratico, con il suo sguardo militante sulla storia del Novecento e del Duemila.

 

Le professoresse, Valeria De Laurentiis e Antonietta Gioia, sono intervenute a nome anche delle altre colleghe che hanno partecipato attivamente a questa edizione (Anna De Vivo, Alessandra Di Giovanni, Michela Mazzotti, Vittoria Zambardino). Le docenti, non nascondendo la loro commozione, hanno riconosciuto un forte valore educativo a Sguardi e Storie, che quest’anno si è misurato con ben 9 classi: 4 prime, una seconda e 4 terze medie. Sono state ricostruite le fasi principali dell’iniziativa, riportate anche nel Diario di lavoro dell’attuale anno scolastico, evidenziando alcune diversità nella metodologia. Rispetto all’edizione precedente gli incontri di formazione si sono svolti esclusivamente con gli insegnanti, che hanno realizzato autonomamente i laboratori con i propri ragazzi, mettendo in pratica quanto appreso, sperimentato, elaborato, discusso durante i seminari, svolti con la sottoscritta.

Antonietta Gioia ha ripercorso velocemente i temi principali affrontati dagli alunni nelle loro storie e fotografie di famiglia. La docente ha con stupore constatato come un progetto di questo tipo abbia sortito l’effetto, tra gli altri, di avvicinare o riavvicinare alcune famiglie, così i ragazzi ai propri parenti.

E’ stata sottolineata l’importanza del progetto anche dal punto di vista sentimentale, dell’impatto emotivo per i ragazzi e i loro famigliari, grazie anche allo sviluppo delle capacità di ascolto, di attenzione, di riflessione attraverso la scoperta e l’elaborazione delle memorie private,  non solo personali. Attitudini che hanno portato la maggior parte dei ragazzi ad una più matura consapevolezza del proprio ruolo attivo all’interno di diverse comunità (famiglia, scuola, la propria città, il nostro paese, altri paesi).

Valeria De Laurentiis ha illustrato alcune sezioni del sito, scoprendo la ricchezza dei materiali e delle esperienze, i cui risultati, dopo due anni di lavoro, sono consultabili e accessibili attraverso una interrogazione semplice e intuibile, per categorie e parole chiave, oltre per indici, nelle pagine dedicate alle narrazioni delle diverse classi. Ha mostrato anche la sezione dei racconti ospiti, abitata dai testi di persone esterne alla scuola, che hanno voluto partecipare al progetto.

E’ stato ricordato l’approccio metodologico innovativo del progetto, focalizzato sull’uso e l’interrogazione delle fonti fotografiche e audiovisive, quindi sulla ricerca di altre fonti, sia nel web sia negli archivi di famiglia, infine nel riferimento costante agli eventi storici più generali, proposti nei manuali di storia, ma anche a temi e questioni del Novecento affrontati nei romanzi, nelle opere d’arte, nel cinema, con la consultazione di fonti diverse, sia primarie sia secondarie.

E’ stato illustrato l’avvio di una sperimentazione con la classe I E, da parte di Valeria De Laurentiis, che ha lavorato con i ragazzi “più piccoli” alla costruzione di un percorso specifico sull’uso del linguaggio fotografico, per fornire agli alunni strumenti di indagine e di narrazione diversi. Gli alunni di prima hanno potuto scoprire, documentare e rappresentare eventi della propria vita quotidiana sociale, secondo le metodologie proposte da Foto Educa, un progetto avviato quest’anno da Luce per la didattica, che sarà esteso e diffuso soprattutto a partire dal prossimo anno scolastico, rivolto in particolare alle scuole primarie e alle prime classi della scuola d’istruzione secondaria di I grado.

Sono state quindi avanzate alcune proposte per l’edizione futura del progetto: dall’idea di fare rete estendendo il progetto ad altre scuole della città, a quella di un gemellaggio con scuole di altre città e regioni, all’ipotesi di una collaborazione con il carcere minorile di Nisida, alla sperimentazione di nuovi percorsi, come il racconto della storia del passato, ma anche del presente, di Napoli, collaborando con altre istituzioni culturali, partendo sempre dalla documentazione fotografica e audiovisiva.

 

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Infine, i ragazzi si sono avvicendati nella sala Galasso della Storia patria, per raccontare la loro esperienza durante lo svolgimento del progetto. Per i più è stato sorprendente “fare la conoscenza” di famigliari, nonni, bisavoli, trisavoli, zii, di cui finora avevano ignorato l’esistenza. Vederli nella loro fisicità rappresentati nelle fotografie custodite in scatole, cassetti, album a casa dei genitori, più spesso dei nonni, ha significato per loro soprattutto scoprire la storia, a cominciare da quella raccontata nei loro manuali. Dal Risorgimento, all’unità d’Italia, alla Belle Époque, alla Prima guerra mondiale, al Fascismo, alla conquista dell’Impero, alla guerra d’Etiopia, alla Seconda Guerra Mondiale, alla Resistenza, alla Ricostruzione, allo sviluppo economico, commerciale, industriale del paese, alla sua più diffusa alfabetizzazione negli anni sessanta, ai rapporti con gli altri paesi, alla guerra fredda e al boom economico, all’emigrazione dalla campagna alla città e in altri paesi, all’accesso a mano a mano maggiore all’istruzione universitaria, alla storia della scuola, alla storia della moda, dei costumi, dei viaggi, alle vacanze … alle storie dei sentimenti: i ragazzi e le loro famiglie hanno scoperto con stupore e restituito con i loro racconti e immagini la storia del Novecento a partire dal proprio privato che si è fatto collettivo.

Al termine degli interventi Patrizia Cacciani e Letizia Cortini hanno consegnato a ciascuna classe e a ciascuna docente un premio: film documentari e di animazione di carattere storico prodotti e distribuiti in gran parte dall’Istituto Luce e dall’Archivio audiovisivo del Movimento operaio e democratico.

Si vuole concludere questa sintesi con la riflessione e il saluto dello storico Marcello Ravveduto, che non ha potuto essere presente all’incontro di quest’anno:

“Cari ragazzi,
Anche nella seconda edizione di Sguardi e Storie si conferma e si amplia la vostra capacità di raccontare la storia italiana attraverso il vissuto familiare. Donne e uomini che hanno i volti dei vostri bisnonni, nonni, zii o genitori. Immagini, inquadrature e contesti che vi avvicinano ad un mondo solo in apparenza lontano, ma che in realtà, guardando una fotografia, diventa “familiare” così come la storia che ha attraversato quelle vite.
Sguardi e Storie è un progetto di Public History che ha una triplice valenza: insegna la storia avviando gli studenti all’interpretazione delle fonti audiovisive; spinge le ragazze e i ragazzi ad intraprendere una ricerca come fondamento del pensiero critico; dimostra con le immagini che ogni storia è la nostra storia, ovvero la storia delle italiane e degli italiani dentro e fuori il nostro paese.
Ma soprattutto questo progetto riafferma anche quest’anno che la Public History, coniugata al sapiente uso pubblico delle fonti mediali, è un eccezionale strumento di didattica che restituisce protagonismo e ruolo sociale alla storia appassionando i cittadini del domani e formando nuove generazioni di storici digitali. Buon lavoro

Marcello”

Un’ultima indicazione: in calce ad ogni articolo pubblicato sul sito è possibile commentare, integrare, lasciare una riflessione.

 

Una FREDDA guerra… , di Matteo Vitale, III A

Quella che vi voglio raccontare è la storia del mio bisnonno materno. Ho trovato nei cassetti di un armadio dei miei nonni tanti ricordi… fotografie, lettere, cappelli e divise, giochi di altri tempi… Quello che mi ha più colpito è stato il racconto sulla vita del mio bisnonno Sabatino e della sua partecipazione alla Seconda Guerra Mondiale.

Si chiamava Sabatino Manfredi ed era nato il 23 gennaio del 1917, era il terzo di sei figli e i suoi genitori si chiamavano Amalia e Egidio (nome che poi fu dato al mio nonno materno, suo secondogenito).

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Il mio bisnonno, 1954, 10 cm x 15 cm

Eccolo qui, ritratto in una bella foto in primo piano in una occasione ufficiale. Sulla divisa sono visibili i simboli delle Campagne a cui prese parte, nonché i gradi.

Il suo papà morì molto presto e, a quei tempi, nelle famiglie così numerose, toccava ai figli maschi farsi carico della mamma e delle sorelle. Fu così che essendo il primo figlio maschio fu subito iniziato alla leva militare e, appena raggiunta la maggiore età si arruolò nell’esercito Italiano, siamo nel 1935.

Soltanto 5 anni dopo, ahimè, l’Italia entrò in guerra, nell’ambito del Secondo Conflitto Mondiale. Il mio bisnonno era arruolato nella sezione dell’Artiglieria Pesante e faceva parte delle truppe che si muovevano sui carri armati (i Panzer). Ebbe il suo battesimo di fuoco con la Campagna dei Balcani, prendendo parte all’invasione della Jugoslavia. Si registrò una vittoria per l’Asse e si spianò la strada per l’avanzata verso la Russia. Partirono dalle basi in Albania, a Zara e in Istria e scesero a mano a mano nel territorio del Regno di Jugoslavia con divisioni di fanteria, motorizzate e corazzate. Il mio bisnonno si occupava anche degli approvvigionamenti e quindi doveva procurare beni di primissima necessità e derrate alimentari per la sezione a cui era stato affidato.

Dopo poco, ebbe inizio la Campagna di Russia. Qui il racconto si fa più duro: raccontava di grandi sofferenze dovute al freddo, alla mancanza di viveri, alla perdita di tanti commilitoni ormai diventati suoi amici. L’evento più drammatico corrisponde al racconto della Battaglia soprannominata della “Sacca del Don”. È il 26 gennaio del 1943 e mentre il grande inverno russo sferza le truppe, le residue forze dell’Asse cercano caoticamente di ripiegare nella parte meridionale del fronte orientale, a seguito del crollo del fronte sul fiume Don. Gli ultimi resti delle forze italo-tedesche-ungheresi, si trovano a dover affrontare alcuni reparti dell’Armata Rossa che si era stabilita nella cittadina di Nikolaevka per impedire la loro fuga. Di fatto, si ritrovarono accerchiati nella cosiddetta Sacca del Don.

 Il mio bisnonno Sabatino, insieme ad altri commilitoni che lo aiutarono nell’impresa, riuscì a salvare molti soldati, nonché il suo capitano, svuotando i camion che erano destinati al trasporto di viveri, armi, benzina e altri mezzi di sostentamento e riempiendoli di uomini, permettendogli in questo modo di superare l’accerchiamento e sfuggire a morte certa. In quella battaglia persero la vita 3.000 soldati, ma se ne salvarono in questo modo più del doppio.

Riuscito a sopravvivere a questa atroce esperienza, che lo segnò per sempre, rientrò in Patria e fu mandato prima a Bologna, poi a Firenze. In questo periodo andava e veniva da Napoli con il treno, che allora ci metteva tantissimo tempo a compiere i tragitti.

Ebbe anche la fortuna di incontrare l’amore della sua vita nella sua città natale e dopo un lungo fidanzamento, rigorosamente “in casa” (non poteva uscire da solo con la fidanzata, ma sempre accompagnato dalla mamma di lei!!!) finalmente il 5 gennaio del 1948 si sposò con la mia bisnonna Immacolata Esposito (per noi tutti in famiglia, Titina). Nel 1951 e nel 1954 ebbero due figli maschi il primo, Pio, il secondo Egidio, che poi sarebbe diventato papà della mia mamma.

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Titina a Napoli, 1945, 12 cm x 18 cm

Ecco la giovane Immacolata, è il 1945, ritratta a via Toledo nei pressi dell’edificio storico del Banco di Napoli, con alle spalle un gruppo di militari. Era normale, in quegli anni, vedere soldati per le strade delle città.

FOTO 3

Titina e suo figlio Pio, Napoli, 1949, 10 cm x 15 cm

Ed eccola sfoggiare con orgoglio il suo primogenito.

Quando finalmente fu definitivamente stanziato a Napoli, faceva parte della 10° SEZIONE O.R.M.E. Officina Riparazioni Mezzi Esercito come Furiere cioè addetto al controllo anche amministrativo dei pezzi di ricambio dei mezzi e delle derrate alimentari per la sezione.

FOTO 4

Sabatino in caserma con i suoi Commilitoni, 1962, 12 cm x 12 cm

Eccolo qui in una foto degli anni sessanta che lo ritrae in Caserma coi suoi commilitoni.

Andò in pensione nel 1978 e fu congedato con la Medaglia a Croce alla carriera militare con il Titolo di Aiutante Maresciallo Maggiore con l’onorificenza di Cavaliere della Repubblica datagli dall’allora Presidente Pertini.

Mia mamma mi racconta che era un ottimo cuoco, un papà, un nonno e un marito affettuosissimo, rigido nelle regole ma estremamente legato ai suoi affetti, forse proprio perché aveva rischiato più e più volte di perderli o di non avere la possibilità di avere una famiglia tutta sua.

Un aneddoto che da sempre accompagna il ricordo del mio bisnonno è che ogni volta che la famiglia si riuniva a casa sua per il Natale, la Pasqua o altre ricorrenze…si diceva che lui cucinasse “per un reggimento”, ma senza mai sprecare neppure una briciola!!! Forse proprio perché quel suo dover sostentare e procurare cibo per i suoi compagni di guerra lo aveva profondamente coinvolto.

Purtroppo non ho avuto la possibilità di conoscerlo perché è morto prima che io nascessi, il 2 novembre del 1997, ma in compenso eccomi qui in una bella foto del 3 novembre 2005, che mi ritrae appena nato accanto alla mia ormai novantenne bisnonna Titina, sua moglie, visibilmente euforica, molto orgogliosa ed emozionata per l’arrivo del suo primo pronipote.

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Io e la mia bisnonna; 3 novembre 2005, 9 cm x 16 cm

La nostra A!, di Filippo Greco e Francesca di Scala, III A

Salve a tutti, siamo Filippo e Francesca! Oggi vi racconteremo una storia molto speciale, quella della nostra classe, la III A.  Siamo sempre stati uniti, sia nel bene sia nel male, ed è per questo che non dimenticheremo mai la nostra classe. All’inizio eravamo tutti spaventati, dopotutto relazionarsi con persone nuove non è facile; però dopo i primi mesi ci siamo tutti ambientati alla perfezione (o così sembrava). E quindi eccoci subito pronti per la nostra prima uscita insieme, a Montecorvino!

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Dopo un po’di tempo, i legami formatisi in prima si sono rafforzati; ormai si iniziavano a formare le cosiddette (chiamate così dalla nostra insegnante di italiano a cui va un saluto speciale) “capannelle” ma dopotutto è normale, o no? Veramente è possibile essere tutti uniti? Per quanto possa essere bello, a nostro parere, è solo un sogno irrealizzabile, ma chissà magari un giorno… Adesso però lasciamo stare e passiamo ad altro, ricordiamo con emozione la visita all’Anfiteatro Campano dove, oltre alla bellezza del luogo, abbiamo assistito a incursioni teatrali che avevano lo scopo di farci capire i diritti dell’uomo, soprattutto quello alla libertà, anche se, diciamocelo, eravamo ancora troppo immaturi e per molti quella uscita era un bel modo per saltare le lezioni.

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La cosa che ci univa di più a quei tempi erano le feste; avere un momento al di fuori della scuola dove poter interagire con gli altri, ovviamente aiutava la socializzazione, ma una cosa che non riusciamo a non fare guardando queste foto è… ridere, ridere spensierati, pensando alle poche, se non nulle preoccupazioni, che avevamo, dopotutto pensiamo che ridere guardando una foto del genere sia più sano di qualunque medicina anche perché eravamo troppo carini.

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Alla fine dell’anno, purtroppo, abbiamo salutato alcune delle nostre care professoresse che andavano in pensione; a quei tempi un evento del genere ci sconvolse completamente, non sapevamo come sarebbero stati i nostri nuovi insegnanti e questo ci spaventava a morte; però poi siamo riusciti a farci forza grazie alle parole incoraggianti delle nostre prof, soprattutto ricordiamo le parole calde e affettuose della professoressa Mangraviti (a cui tutti noi facciamo un caloroso saluto) che dicendoci che la nuova professoressa sarebbe stata in gamba quanto lei, ed aveva ragione, (un saluto anche a lei cara prof.) ci fece passare ogni paura, ed è per questo che una delle poche foto che abbiamo con lei la custodiamo con gelosia.

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Un pensiero speciale rivolgiamo anche alla nostra carissima professoressa Spanò (che ovviamente salutiamo con affetto) che ci ha introdotti alle scuole medie con una gentilezza e tranquillità, doti che appartengono solo a lei. Il nuovo anno di scuola media iniziava con un grande vuoto… tornati dalle vacanze estive non sapevamo cosa ci aspettasse. Ovviamente, essendo più duro del precedente, il secondo anno  richiese un impegno maggiore nello studio ma questo non ci ha impedito di far germogliare i rapporti creati l’anno precedente, anzi avere una persona per noi speciale su cui contare era essenziale per non sprofondare nella solitudine, come è accaduto a molti di noi, per esempio alle nostre compagne.

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Adesso volevamo riprendere il discorso della classe perfetta, unita, senza litigi: psicologicamente è impossibile che questa perfezione si realizzi in quanto su una quantità indeterminata di personalità, necessariamente almeno due o più saranno in contrasto; ma superiamo i limiti della realtà ed immaginiamo una classe del genere, voi ci vorreste stare? Bella domanda, ma io credo proprio di no, una caratteristica principale di noi umani è quella di cambiare personalità per piacere alle persona e vi sfidiamo a incontrare qualcuno che non lo faccia, noi stessi  ammettiamo di essere così, ma è come una caratteristica genetica alla quale non possiamo opporci, quella (da noi chiamata) “riscrizione” cambia ogni parte della nostra personalità; quindi in questa classe perfetta più che essere tutti d’accordo dovevamo essere tutti uguali, tutti colpiti dalla “riscrizione” allo stesso modo, per questo era difficile essere in una classe del genere. E finalmente siamo arrivati all’ultima tappa del nostro viaggio, la terza media. Inutile ripetere, come già detto, che la difficoltà nello studio sono aumentate di anno in anno, ma una cosa importante da dire è che tutti noi siamo maturati molto, talmente tanto da poter finalmente comprendere un attività simile a quella dell’anfiteatro in prima media o alle Giornate FAI d’Autunno, un progetto grazie a cui abbiamo avuto l’occasione di parlare (ma soprattutto capire di che parlavamo) del Palazzo Borsa. E’ stata un’occasione unica per tutti noi che ci ha fatto capire che eravamo abbastanza responsabili da poter fare da guide senza alcun problema (escluso il perdersi) e senza farsi prendere dal panico di fronte a ragazzi della nostra età o più grandi. E quando ci siamo esibiti al San Carlo, in occasione della manifestazione finale del progetto di musica, abbiamo capito la grande opportunità che ci dava la scuola… ci siamo sentiti importanti. Finalmente eravamo cresciuti, sia dentro che fuori.

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Tra poco finirà la nostra esperienza nella scuola media, e tracciando un bilancio, possiamo dire quello che la nostra classe è adesso: semplicemente dei ragazzi, senza alcuna caratteristica rilevante, ma quello che ci differenzia dagli altri è l’essere riusciti a trasformare questa mancanza di particolarità nella particolarità stessa, quello che vogliamo dire, quello che pensiamo davvero dal profondo del cuore è che una classe come questa è impossibile da dimenticare tanto quanto lo è da ritrovare…

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…abbiamo capito che le difficoltà iniziali ci hanno aiutato a crescere. Prima di concludere il nostro racconto vogliamo salutare e ringraziare tutti i nostri professori che ci hanno trasmesso, non solo tante conoscenze, ma anche valori e idee fondamentali per il nostro futuro: prof. Buccino, Minervino, Mirra, Oriolo, De Luca, De Pasquale, De Rosa, Negrini, Ferraro, Iaccarino, Mangraviti, Spanò, Mazzotti. Vi salutiamo con tanto affetto!!! Ma principalmente vogliamo ringraziare i nostri compagni, poiché è solo grazie a loro se adesso siamo così,

 GRAZIE MILLE III A!!!

Raccontare e raccontarsi includendo i conflitti. Possibile?

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I temi dell’incontro di lunedì 8 aprile con le insegnanti erano stati annunciati in un post sulla pagina FB del gruppo Sguardi e Storie: si è parlato infatti di uso di fonti e memorie di famiglia per “fare” racconto, storia e letteratura e per riconciliarsi con la famiglia, con alcuni dei propri cari e la propria storia, ma anche … con se stessi. Nel discuterne con le insegnanti si è considerata l’opportunità di far riflettere i ragazzi sul fatto che le fonti fotografiche o filmiche di famiglia, i racconti relativi agli eventi famigliari escludano molte “zone d’ombra”. Come per l’inquadratura e la messa in scena nella realizzazione di una fotografia, o di un film, così nella scrittura e nei racconti autobiografici e di famiglia c’è sempre un punto di vista che include ed esclude, tra visibile e invisibile, e spesso quello che si esclude è il conflitto.

Considerando le narrazioni finora realizzate dagli alunni, alcune particolarmente efficaci e interessanti come testimonianze di memoria, si è constatato come il dolore, le circostanze tragiche e le difficoltà della vita effettivamente non siano stati negati nel raccontare soprattutto gli eventi più lontani dal vissuto dei ragazzi, come le storie relative alla guerra e al dopoguerra, con nonni e bisnonni protagonisti. Però, quasi mai emergono i conflitti. Invisibile nei racconti di famiglia restano i conflitti, i litigi, le incomprensioni, le violenze (di vario grado) consumate anche nelle famiglie più “insospettabili” (tra parenti, tra genitori e figli, tra fratelli, cugini, amici, colleghi …).

Già lo storico e sociologo Pierre Sorlin ha sottolineato questo aspetto, questa difficoltà o mancanza nel racconto storico nelle scuole: come far comprendere i conflitti ai ragazzi, come farli esercitare per risolverli, o per provarci, a partire dalla propria esperienza quotidiana? Lui ha indicato, a tal fine, più che lo studio della storia, il teatro come attività didattica più efficace alla messa in scena, quindi alla comprensione dei conflitti, rispetto allo studio stesso della storia, o all’uso delle immagini, delle fotografie come del cinema (qui il link al volume, Schermi di pace, a cura M. Bertozzi, pubblicato nel 2005 negli Annali dell’Archivio audiovisivo del movimento operaio e democratico, che contiene il saggio dove esprime queste sue considerazioni).

Si è passati dunque a fare esempi di “narrazioni di famiglia” diverse, sia per forme, sia per linguaggi, sia per intenti.

In Piccola città, una storia comune di eroina, della storica, autrice di programmi televisivi e documentarista Vanessa Roghi, fotografie, racconto intimo e autobiografico, ricordi, ricerca storica, uso delle fonti e dei ricordi privati oltre che pubblici si intrecciano con rara efficacia per ricostruire anche un fenomeno storico, sociale, politico, umano, nonché economico tuttora poco indagato. Qui una interessante recensione al volume.

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Vanessa Roghi in un post sul proprio profilo FB racconta l’esperienza di presentazione del suo libro in un carcere e scrive:

“Vado a parlare del mio lavoro di storica. Lo faccio a partire da Piccola città che è la storia di una figlia e di un padre, negli anni settanta e ottanta del 900. E’ la storia di un’assenza, di una distanza, della necessità di capire, della difficoltà di non voler giudicare né esprimere un giudizio.
Il mestiere del giudice e quello dello storico hanno elementi in comune, il concetto di prova riguarda entrambi, così come quello di fonte, non dovrebbe riguardare lo storico il giudizio, ma lo riguarda l’indizio. Di queste cose abbiamo parlato in carcere così come degli elementi che servono per raccontare la storia, propria quella degli altri.
Ne abbiamo individuati quattro:

il punto di partenza
il percorso
gli altri
la scelta. 

Uno solo non basta. Ma molti uno solo ne usano. La storia non serve ad altro che a indicare un metodo, per il resto, per la consolatoria idea che serva a non ripetere gli errori ho guardato tutti negli occhi e ho domandato: ma guardate dove siamo? se fosse come dite voi dopo l’omicidio di Abele sarebbe andato tutto liscio…”.

La scelta, potremmo aggiungere, di individuare e raccontare, senza giudicare (possibile?), anche i conflitti…

Molti sono i casi di autrici e autori di storie di famiglia pubblicate in proprio, o realizzate solo per essere fruite in ambito famigliare. Si tratta di nonni, zii, figli che vogliono ricordare i propri cari, la propria storia privata che si intreccia con quella pubblica, attraverso le fonti di famiglia più varie (lettere, diari, fotografie, testimonianze orali, ricordi personali). Spesso sono ricostruzioni edificanti, di passaggio del testimone per quanto riguarda valori, mentalità, scelte di vita, all’interno della comunità famigliare. Durante il corso abbiamo avuto la testimonianza di Umberto Mandara, abbiamo incontrato i testi di Maria Teresa Perone, di alcune professoresse, tra cui Valeria De Laurentiis, che da anni partecipa a un laboratorio di scrittura autobiografica, inoltre di un fan del progetto, scrittore e storico “amatoriale”  appassionato quale Domenico Borsella. Abbiamo iniziato ad ospitare anche i racconti di persone esterne alla scuola (nella sezione racconti ospiti del sito).

Abbiamo, in questo incontro, constatato come la letteratura autobiografica, a partire da quella di Annie Ernaux e Rosetta Loy, si intrecci con la storia senza trascurare i conflitti, nel raccontare storie personali e di famiglia, ma cercando “la giusta distanza” per proporli secondo uno stile e delle modalità in cui le scelte “tecniche” narrative (per esempio il modo di raccontare i fatti della Ernaux in terza persona, come ha fatto notare Valeria De Laurentiis) possano aiutare a svelare.

Abbiamo quindi visto il film di Alina Marazzi, Un’ora sola ti vorrei, del 2002, in cui il racconto di ricostruzione della vita della mamma della regista e della sua famiglia diventa letteratura per il linguaggio specifico che usa nel mettere in scena i film dell’archivio di famiglia ritrovati, anzi scoperti. A questo link un’intervista alla regista che spiega l’urgenza e le scelte del film. Nel film, al di là dei suoi intenti più generali ed emozionali, emergono i conflitti, nemmeno tanto sotto traccia, tra una figlia e la madre, tra la figlia e il padre, tra la protagonista e i suoi figli, nonché i conflitti interiori della protagonista.

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Il film e le sue modalità di raccontare hanno colpito le insegnanti che hanno iniziato a ricordare e a fare esempi anche di proprie esperienze difficili, nonché di quelli di persone a loro care.  

Certamente è stato ed è importante per i ragazzi e le loro famiglie salvaguardare le proprie memorie, conoscere le storie relative ad alcune persone delle loro famiglie,  attraverso le fonti private e non solo, immaginarle e trasfigurarle con la fantasia. Quindi identificarsi con i parenti/protagonisti, riconoscerli come modelli, punti di riferimento, e conoscere anche grazie alle loro vicende la storia che debbono studiare sui manuali. Sentirsi quindi parte di una famiglia più vasta di quella conosciuta forse finora, consolidando un senso di appartenenza… ma si è constatato che forse bisognerebbe provare anche ad andare oltre, quanto meno stimolando delle riflessioni a partire dalle storie quotidiane che riguardano i ragazzi, ogni volta che un episodio conflittuale modifica non solo le loro emozioni, ma la loro stessa identità e il loro approccio con la realtà che li circonda e la società in cui vivono.

Durante l’incontro si è quindi riflettuto sulla possibilità, nella prossima edizione dell’iniziativa, di provare a realizzare un gemellaggio invitando a partecipare al Progetto Sguardi e Storie per esempio i ragazzi del carcere di Nisida, oppure scuole di periferia a Napoli, dove i ragazzi e le loro famiglie sicuramente vivono realtà e hanno alle spalle storie ben diverse dalla maggior parte di quelle emerse dai racconti della scuola Viale delle Acacie al Vomero. Alcune insegnanti hanno per esempio raccontato le loro esperienze educative e didattiche precedenti, in scuole frequentate da figli di camorristi, di comuni delinquenti, da ragazzi poveri e disadattati i cui modelli di vita hanno finito per essere soprattutto quelli delle fiction come Gomorra. Ne è nata una discussione sugli intenti e l’opera di Roberto Saviano, non conclusa, che forse meriterebbe un approfondimento anche diretto con l’autore.

Si è infine ricordato che sarà opportuno iniziare a far svolgere ai ragazzi l’ “esercizio” conclusivo, la cui traccia, con domande mirate a cui rispondere, è stata pubblicata nel precedente report.

Galleria di vita di mio nonno Mario, di Alberto Scarfò, III A

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Mio nonno Mario, Napoli; 1961, 10 cm x 15 cm

Mio nonno Mario nacque a Napoli nel 1934, secondogenito di una famiglia di 6 figli, per questo motivo, nonostante il mio bisnonno Antonio facesse l’avvocato, le condizioni di vita non erano proprio agiate.

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Mio nonno con suo fratello Carlo, Nola, 1938; 10 cm x 15 cm

I primi anni di vita il nonno li trascorse vivendo a piazza Mazzini, ma dopo qualche anno, a causa dello scoppio della guerra e dei bombardamenti sulla città, l’intera famiglia si trasferì a Nola, ospite dei cugini materni. A Nola mio nonno concluse le scuole elementari, in un periodo di spensieratezza nonostante la guerra di cui raccontava sempre. Nella foto sopra, in un totale, è ritratto mio nonno insieme a suo fratello maggiore; sullo sfondo si intravede la vegetazione del giardino di casa.

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Mio nonno con la sua classe, Napoli, 1948; 15 cm x 18

Una volta tornato a vivere al Vomero a Napoli, frequentò il ginnasio e poi il liceo classico presso l’istituto “Jacopo Sannazzaro” che anch’io frequenterò l’anno prossimo. Nella foto, un totale del gruppo, è ritratto mio nonno (primo a sinistra) con i suoi compagni di classe e il professore di italiano. Sullo sfondo si distinguono le scale e il portone d’ingresso dell’edificio.

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Mia nonna, Ischia (NA); 1952, 15 cm x 18

La foto ritrae mia nonna Annamaria durante un soggiorno in una località di vacanza. L’inquadratura la rappresenta in posizione quasi centrata, sullo sfondo si intravede uno stabilimento balneare. A scuola  mio nonno conobbe mia nonna Annamaria, con cui si sposò nel 1966 dopo un lungo fidanzamento.

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Mio nonno con altri commilitoni, Bari, 1961, 15 cm x 18

Nel 1961 mio nonno fu richiamato dall’esercito per il servizio militare. Non so dire quanto tempo stette lontano da Napoli e dove di preciso svolse il suo addestramento. La foto ritrae mio nonno, il secondo da sinistra, con un’ inquadratura centrata, durante il soggiorno nella caserma dove ha prestato il servizio militare. Sullo sfondo si può intravedere la strada e l’edificio.

Dopo il servizio militare, nonno Mario fu assunto come contabile allo stabilimento siderurgico di Bagnoli, dove lavorò fino alla chiusura delle acciaierie. A quel punto, spinto dalla sua passione per la pittura, decise di aprire una galleria d’arte al Vomero. Mio nonno Mario è morto nel 2016 e ha lasciato nella sua casa centinaia di libri che parlano delle opere d’arte e della storia di Napoli, città della cui storia era appassionato.

Il mio bisnonno Felice Alderisio… un’eredità importante, di Isabella Chiodo, III A

Per questo progetto racconterò la storia del mio bisnonno paterno, Felice Alderisio, le cui foto sono state ritrovate in un vecchio album conservato nel ripostiglio di mia zia. Le notizie, invece, le ho ricavate da un libro sul Liceo classico A. Genovesi di Napoli, nel quale il mio antenato ha avuto un ruolo molto importante.

Felice Alderisio nacque il 29 luglio negli ultimi anni del 1800 a Stigliano, una piccola città in provincia di Matera dove si distinse per la sue eccellenti qualità, per il ben pensare e la sua posatezza rigorosa, tanto che gli è stata poi dedicato l’istituto magistrale del paese, appunto la scuola   “Felice Alderisio “.

Conseguì la licenza liceale nel 1913 e la laurea in Filosofia presso l’Università di Napoli nel 1918, ottenendo il plauso della Commissione.

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Il mio bisnonno Felice; 1918, 10 cm x 15

In questa prima foto è rappresentato il mio bisnonno dopo la laurea, in primissimo piano. La foto, in bianco e nero, è a fuoco. Probabilmente sarà stata scattata in uno studio fotografico a Napoli.

Vinse poi i primi due concorsi banditi dopo la I Guerra Mondiale, per la Filosofia e la Pedagogia. Insegnò quindi nei licei Classici di Foggia, Salerno e Napoli. Nel 1935 fu nominato Preside a Bari, e nel 1937 si trasferì a Napoli, sempre come Preside, presso il Liceo “Antonio Genovesi”, dove fu in servizio fino al ’63, anno della sua pensione. Si dedicò agli studi del pensiero dei Machiavelli, scrivendo una monografia che ottenne il premio Sanremo. L’opera ricevette autorevoli consensi di noti studiosi anche stranieri. Studiò a fondo anche il pensiero di Hegel e fu autore di varie pubblicazioni di carattere filosofico, politico e storico. Ottenne  il premio dell’ Accademia dei Lincei. Nel frattempo si era sposato all’età di circa 34 anni (abbastanza tardi per quell’epoca) con la mia bisnonna Antonietta. Il matrimonio fu celebrato da un sacerdote in casa, visto che la sua sposa era orfana e nessuno la poteva accompagnare all’altare. Mio padre è sempre stato legato a sua nonna per la sua immensa dolcezza e bontà; ma era anche una donna forte che visse molti anni da sola dopo la morte di suo marito avvenuta nel 1965,  senza mai chiedere l’aiuto dei suoi quattro figli.

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Il mio bisnonno tra zio Felice e don Vincenzo, suoi cugini; 1943, 10 cm x 15

In questa seconda foto in bianco e nero, scattata da un fotografo amico del mio antenato, vengono rappresentati il mio bisnonno al centro tra i suoi due cugini: zio Felice e don Vincenzo, il sacerdote di Stigliano; infatti mia zia mi narra che all’epoca in quasi ogni famiglia c’era uno zio sacerdote. Don Vincenzo morirà a cento anni, raggiungendo un’età impensabile per quei tempi.

Ma in famiglia si ama ricordare il mio bisnonno soprattutto per ciò che fece durante il periodo delle leggi razziali fasciste, come preside del liceo Genovesi. Queste leggi imponevano la denuncia, da parte dei presidi, degli alunni ebrei presenti a scuola. Ma il mio antenato non ebbe dubbi, si oppose con coraggio e con forza a tale imposizione, rifiutando di denunciare i propri ragazzi e preferendo nasconderli.

Durante un’ ispezione, egli rischiò la propria vita per proteggere i suoi alunni. Questi ultimi non hanno mai dimenticato quello che Felice Alderisio fece per loro, tanto da essere rimasti sempre riconoscenti anche nei confronti di mia nonna Isabella; alcuni di loro, sebbene ormai anziani, sono in contatto con mio padre e con mia zia. Anche per questo alcuni anni fa al mio bisnonno è stata dedicata l’Aula Magna del liceo Genovesi e alla sua inaugurazione hanno partecipato i suoi stretti parenti tra cui mio padre.

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Mio bisnonno Felice, Napoli, 1962; 10 cm x 15

In quest’ ultima foto viene rappresentato il mio bisnonno in pensione. La foto, a mezzo busto e a fuoco, è stata scattata dalla mia bisnonna per inaugurare la nuova macchina fotografica che avevano acquistato quello stesso giorno.

Felice Alderisio morì nel 1965 lasciando un vuoto incolmabile nella famiglia e anche tra gli alunni e i professori del suo liceo. Proprio per questo motivo il giorno del suo funerale, benché non fosse più preside, le classi del Genovesi uscirono tutte alle ore 10 per partecipare al rito di addio di quell’uomo che nessuno dimenticherà più.