Tra Catania e Roma, tra il Carso e l’Etiopia. Tratti di una breve storia di famiglia, di Elena Musumeci

Raccontare la storia della mia famiglia paterna è molto difficile, perché ho solo dei vaghi ricordi della mia infanzia con loro.

Eppure, ripescando qui e là nelle poche immagini del passato, possono riaffiorare i volti di mia nonna Elda Mezzadri, di mio nonno Antonino Musumeci, e del mio bisnonno Leo Mezzadri che, seppur mai conosciuto, era una presenza costante in piccoli ritratti caricaturali di vari membri della famiglia, da lui effettuati.

Nelle ultime settimane questi volti hanno riacquisito una voce, colori, pensieri. Posso dire di aver avuto modo di conoscerli davvero riordinando le carte di famiglia recuperate dopo la loro scomparsa, e lasciate per molti anni all’umidità e alla muffa, in uno scatolone in cantina.

Questo lavoro è stato rivelatore di molte cose teoricamente note ma toccate veramente con mano ancora una volta: le carte rendono le storie vive, e questo viene incredibilmente amplificato nelle storie così vicine a noi. Storie familiari, ma che non conosciamo veramente mai a fondo. Assieme a questo ho capito anche il perché in pochi, anche tra gli archivisti,  riordinano le proprie memorie di famiglia.

Il passato a volte può essere molto più complicato del presente.

Nella foto qui sotto, in cattedra, è ritratto frontalmente mio nonno, Antonino Musumeci.

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Mio nonno era nato a Catania nel 1909 ed era un professore di matematica. Me lo ricordo in occasione di un solo incontro, in Sicilia, quando io avrò avuto all’incirca 9 anni e mia sorella Marina sarebbe nata da lì a poco. Nei miei ricordi è un signore alto e distinto, con un bastone da passeggio. Andammo a comprare il pane, dei panini col sesamo, e tutti lo chiamavano “professore”, il che mi fece sentire parte di una stirpe molto importante, anche se per me semisconosciuta.

Antonino Musumeci fu tenente dell’Esercito Regio in Africa. Aveva frequentato la scuola per allievi ufficiali ad Addis Abeba ed era a capo di combattenti àscari. Quando vi fu la conquista britannica dell’ Africa Orientale Italiana, fu fatto prigioniero e condotto in Kenya, dove rimase per molti anni, dal 1941 al 1947. A questo link un sito specifico ricostruisce la storia dei campi di prigionia inglesi in Kenya, ma non ho trovato il nome di mio nonno.

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Una parte importante delle sue carte è costituita da una serie di lettere inviate e ricevute in questo suo lungo periodo di prigionia.

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Per 6 anni le sue lettere riportano lamentele  per la sua salute cagionevole e alcuni interventi chirurgici subiti nel campo di detenzione, per il fatto di non ricevere notizie da casa, per il trattamento discriminante che diceva di ricevere in quanto italiano, e purtroppo a ciò si aggiunge una considerazione non sempre lusinghiera riguardo la popolazione locale, che credo fu frequente in chi ebbe parte in quell’esperienza, e che dunque deve essere stata comune di molti italiani – e non solo – in Africa, durante il colonialismo e la guerra.

Riuscì fortunatamente a tornare vivo a Catania nel 1947, e si riunì alle sue vecchie compagnie di gioventù. Qui incontrò mia nonna, Elda Mezzadri.

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Mia nonna apparteneva a una famiglia della piccola borghesia catanese. Il padre, Leo Mezzadri, era stato anch’egli un soldato. Avevano vissuto qualche anno a Roma, in Viale delle Milizie – come risulta dalla corrispondenza degli anni del Fascismo – e poi erano tornati nella loro città natale durante gli anni della guerra. Mia nonna era abbastanza corteggiata, stando a quanto si può leggere nelle sue lettere.

Elda e Antonino si sposarono, nel 1951, e si trasferirono a Brescia, dove lui era stato inviato come insegnante.

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Qui nel 1953 nacque mio padre, Mario Musumeci, e furono inviati molti telegrammi di auguri per la sua nascita.

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Tra questi spiccano i biglietti con le poesie del bisnonno Leo Mezzadri, con il quale mio padre Mario aveva un rapporto molto stretto e affettuoso.

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Il bisnonno Leo era stato dapprima un sottoufficiale degli Alpini, e come soldato aveva vissuto in molte città.

Aveva anche ricevuto delle onorificenze per aver combattuto sul fronte del Carso durante la Prima Guerra Mondiale.

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Prima della guerra era stato direttore di un giornale locale “La Provincia di Mantova”, e aveva una spiccata inclinazione per la scrittura.

giornale

Era un uomo molto creativo, e ci sono moltissimi suoi componimenti scritti che venivano richiesti anche per propaganda pubblicitaria, oltre che turistica.

componimento

Poco dopo la famiglia lasciò Brescia e tornò a Catania, dove mio padre passò tutta la sua infanzia.

Purtroppo, il matrimonio tra mio nonno e mia nonna non ebbe l’esito sperato, e i due si separarono alla fine degli anni ’60.

Dopo qualche anno, nel 1971, mia nonna raggiunse a Roma mio padre che si era iscritto all’Università La Sapienza, e trovò una casa nel quartiere Cinecittà.

Da bambina io la conobbi abbastanza bene. Mi era molto simpatica anche se non mi dava troppa confidenza. Non era molto felice, e si rinchiuse per molti anni in casa senza uscire quasi mai. Ricordo però che partecipava da casa a moltissimi quiz televisivi, e ogni tanto vinceva gettoni d’oro. Inoltre era una lettrice compulsiva di cataloghi postalmarket, di cui restano moltissime testimonianze tra le sue carte a partire dagli anni ’70, assieme a copie di periodici di gossip e altre riviste di casalinghe e ricette.

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Mio nonno si risposò con una vecchia amica in comune delle comitive catanesi di gioventù, la “zia” Gemma, venuta a mancare di recente.

I miei nonni morirono in due città diverse, a tanti chilometri, ma a pochi anni di distanza, nel 1990 e nel 1993. I miei ricordi di loro sono molto vaghi. Ma Le foto e le carte di questo piccolo archivio di famiglia mi hanno permesso di conoscerli meglio, e sono il filo di una piccola narrazione tra tante, che attraversa tutto un secolo, il ‘900, e tramite cui si può ricostruire una parte della nostra storia comune.

Elena Musumeci, archivista, vive e lavora a Roma.

 

LE GUERRE E…. LE FESTE, di Elisabetta Monaco, III D

Perché questo tema? Sembra strano … guerre e feste, un forte contrasto!

Eppure è proprio questo contrasto che ha ispirato il mio lavoro.

LE GUERRE

L’idea è nata dopo la lettura di un racconto inedito sulla seconda guerra mondiale scritto dal mio bisnonno.

Come si legge sul supplemento Gazzetta Uff.le del Regno n. 127 del 18.8.1943, il mio bisnonno materno Giovanni Malato, tenente durante la seconda guerra mondiale, ebbe una medaglia di bronzo al valore militare. La mia famiglia ne conserva uno stralcio.

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Tenente Giovanni Malato di Enrico –  1941   Primo piano in bianco e nero 

Una volta finita la guerra lui tornò a casa e si diede alla scrittura della sua esperienza e ne uscì fuori un dettagliatissimo diario di guerra grazie al quale oggi sappiamo alcuni particolari di quello che ha vissuto, che altrimenti non avremmo potuto mai sapere…

Il diario comincia proprio con il racconto del giorno di Natale, una “festa”

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In questa pagina e nelle successive racconta del suo 24 dicembre 1941 che purtroppo non passò a casa con la sua famiglia, ma in qualità di tenente, fu a capo di una missione.

Giorni di festa che in guerra fanno sentire ancor di più la mancanza dei propri cari. La voglia di festeggiare comunque, perché il calore delle feste migliora lo stato d’animo.

Il mio bisnonno scrive di voler festeggiare degnamente, nonostante la morte ci spiasse con le sue occhiaie vuote, nonostante l’agguato fosse ovunque, nonostante tutto…                                                                                                               

Aveva preparato una lunga tavola nel mezzo dell’accampamento ove contava di consumare il pranzo natalizio preparato con ogni cura… in fraterna comunione con i suoi soldati, ma la notte tra il 24 ed il 25 furono tenuti in continuo allarme da una furiosa sparatoria lontana. La mattina del 25, mentre i soldati apparecchiavano la famosa tavola, il mio bisnonno ricevette l’ordine di portarsi immediatamente con la Compagnìa a vedere cosa fosse successo.

I suoi uomini, ricevuta la notizia, non fecero alcun cenno di protesta, né un gesto di fastidio per la mancata solennizzazione della festa!

Tutto ciò mi ha colpito molto, per questo ho pensato di proseguire la mia ricerca selezionando le foto delle feste della mia famiglia, perché ogni festa e i momenti di gioia che dopo la guerra la mia famiglia ha potuto vivere sono un privilegio!

Il mio bisnonno racconta anche di una bellissima azione solidale fatta in quella occasione da un soldato nei suoi confronti. Lui lo definisce un episodio commovente! Nella fretta di prendere le armi e dirigersi verso la posizione nemica dimenticò il suo elmetto. Durante una sparatoria però uno dei suoi soldati gli cedette umilmente il suo e il mio bisnonno non scordò mai questo nobile gesto. Fortunatamente quel giorno andò tutto per il verso giusto…

Racconta della neve e del freddo intenso che intorpidiva le dita che dolevano sui grilletti delle armi infocate.

Racconta degli eventi casuali ricorrenti nella vita del combattente. Li chiama episodi, come quando aveva appostato una mitragliatrice sotto un albero e lui ivi poggiato ne dirigeva il tiro con il binocolo; si accorse che il mitragliere aveva sbagliato la mira e si abbasso per correggerla. Proprio in quel momento una raffica di mitraglia si piantò nell’albero dove poco prima era appoggiato! Scrive: un secondo di più ed ora non starei a raccontare ciò… episodi … null’altro che episodi nella vita del combattente …

Il 25 dicembre del 1941 il mio bisnonno riuscì a malapena a mangiare un pezzo di pollo e un po’ di pane prima di partire con tutte le salmerie al completo verso la zona di impiego.

Dopo una dura battaglia riuscì a rientrare nel presidio; fece il triste appello dei suoi uomini: 28 uomini e un ufficiale erano rimasti sul terreno, 29 eroi macchiavano col loro sangue il candido manto di neve, ecco il triste bilancio di quel Natale memorabile. “Erano le 19 quando fu possibile riscaldarmi un po’ con un brodo caldo; e mi sembrò buono, molto buono, quel pranzo del Natale 1941! ……….”

Mia madre mi ha raccontato anche un episodio davvero interessante che mi ha colpita: ad un amico del mio bisnonno durante la seconda guerra mondiale fu assegnata una missione pericolosissima, visto che questo amico aveva sia moglie che figli il mio bisnonno, non ancora sposato, si propose di andare al suo posto per risparmiargli questo grande pericolo. La missione non presentò ostacoli e lui tornò a casa sano e salvo ma, purtroppo, non fu lo stesso per il suo amico che rimasto in trincea morì dopo l’esplosione di una bomba…

Se al contrario il mio bisnonno fosse rimasto in trincea, mia nonna non sarebbe mai nata e di conseguenza non saremmo mai nati né mia madre, né io…

Ho poi ritrovato altre fotografie di componenti della mia famiglia che hanno partecipato alle grandi guerre …

Ecco una foto, a seguire, su un cartoncino, scattata nel 1916 che ritrae il mio trisavolo Vincenzo Barone in uniforme. Fu un soldato durante la prima guerra mondiale. Tutto ciò mi è stato raccontato da mia nonna materna che conservava ancora la sua foto tra vecchi album fotografici.

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In questo primo piano è fotografato il nonno paterno di mia nonna: Enrico Malato. Anche lui combatté durante la prima grande guerra.

LE FESTE…

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Natale 2016 – Ecco una bella tavola imbandita per un sereno Natale in famiglia! Foto a colori dall’alto. Sullo fondo si intravede un albero di Natale. 

Poter festeggiare con serenità le festività è oggi un privilegio che troppo spesso diamo per scontato e che ho avuto modo di apprezzare dopo la lettura del diario del mio bisnonno.

Solitudine, freddo, fame, paura, nostalgia, insonnia, rabbia, impotenza, sono solo alcuni dei sentimenti che i soldati in trincea hanno provato. Il forte senso della Patria consentiva loro di andare avanti nonostante i giorni d’inferno, a tu per tu con la morte.

Ecco perché ho ritenuto importante ricercare foto delle feste negli album di famiglia! Festeggiare e ricordare i momenti di serenità e felicità è davvero essenziale e so che il mio bisnonno sarebbe molto contento di vederci in pace.

Ed ecco altre feste…

Il decimo compleanno di mia madre, Federica, proprio a casa sua in compagnia dei suoi vecchi amici !!!!

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Questa foto è stata scattata da mio nonno il giorno del decimo compleanno di mia madre, come si può notare le ragazze sono vestite quasi tutte con abiti bianchi e la festa non si tenne in un locale come oggi è solito fare, ma nella vecchia casa di mia nonna. Per il resto è tutto uguale: le canzoni, le candeline, i regali e tanta tanta gioia.

Questa foto l’ho ritrovata in un vecchio album fotografico in cantina, grazie a questa foto sono riaffiorati i meravigliosi ricordi dell’infanzia di mia madre che era molto entusiasta nel rivedere questi momenti speciali della sua gioventù!

Il matrimonio dei miei nonni  Luciana Malato e Salvatore Marone:

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Una cerimonia da non dimenticare, tutt’ora ricordano quel giorno con una forte emozione che non li lascia neanche dopo tanti anni, mia nonna conserva con molta cura il suo splendido abito da sposa che aveva scelto con l’aiuto di parenti e amici !

La foto è stata scattata da un fotografo chiamato appositamente per l’occasione.

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…ancora insieme in questa foto festeggiavano il loro venticinquesimo anniversario di matrimonio tra parenti ed amici!!!

               Un’altra festa… questa volta tocca agli ottant’anni della mia bisnonna Maria Barone Malato, detta “nonna amore”! 10

Mamma mi racconta sempre della sua grande forza! Ha perso il marito quando le sue due figlie erano molto giovani e lei da sola, lavorando tanto fino a sera, è riuscita a farle laureare.

Una festa piena di significato perché la mia bisnonna ha vissuto sempre con la mia mamma e negli ultimi anni aveva una brutta malattia, l’alzheimer… ma tutti i miei parenti continuano a ricordarla come era… la splendida e unica nonna amore!!!!

Purtroppo è morta quando io avevo solo 36 giorni…

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E infine sono arrivata io!!

Questa è mia nonna materna che mi tiene in braccio nel giorno del mio battesimo. Ovviamente io non lo ricordo ma me l’hanno descritto tutti come un giorno meraviglioso, dopo la funzione in chiesa abbiamo festeggiato a casa con  tutti i familiari e gli amici più stretti. La mia madrina è la sorella di mia madre, zia Francy .

…FINE…

un grazie speciale ai miei parenti che mi hanno aiutata a svolgere questo progetto condividendo con me un po’ dei loro ricordi e aiutandomi soprattutto a scoprire alcuni aspetti della mia famiglia di cui non ero a conoscenza!!

Cronache di guerra, di Lorenzo Capano, III E

Ecco qui il primo protagonista di questa narrazione, Carlo Capano, il mio bisnonno. Nato il 4 novembre del 1896 viene mandato in guerra a venti anni nel 1916.

Questo campo medio che lo ritrae a figura intera è stato scattato nel dicembre del 1917, come si legge dalla scritta a mano, a Torino e dalla stessa città la foto come cartolina è stata mandata in seguito per posta a suo padre Vincenzo come ricordo. Lo stesso Carlo appunta sul retro che se l’è ritrovata in tasca e l’ha imbucata al suo rientro in Italia, l’8 dicembre del 1918, a guerra finita. Mi piacerebbe sapere se la frase aggiunta sul fronte della foto, “Le beffarde geste della vita”, che per grafia e colore dell’inchiostro assocerei alla nota sul ritrovamento, risale al momento del rientro o è una riflessione successiva sul gran massacro che fu la Prima Guerra Mondiale.

Dal fronte, spesso spedisce lettere per narrare la vita da soldato alla sua famiglia descrivendo delle volte le scene più crude dopo una battaglia. Alcune delle fotografie che abbiamo conservato portano sul retro, scritti di suo pugno, degli appunti del momento o dei ricordi di anni successivi.

Trincea

Questa è una delle fotografie che sono state conservate da lui; in questo caso rappresenta un trincea in campo lungo e ci aiuta a capire le condizioni di vita in una guerra di posizione dove tutti gli uomini sono ammassati in condizioni pessime. Uno dei soldati si allontana dalla trincea per esplorare il viottolo e vedere dove conduce.

Monte Pertica

Ma le immagini più ricorrenti sono scene di guerra. La foto raffigura, con un totale, le vittime di un massacro sul monte Pertica. Non c’è un’indicazione precisa della data ma, dalla sconfitta di Caporetto (24 ottobre 1917), il fronte italiano si era stabilizzato sul Monte Grappa e sul Piave e il Monte Pertica era stata una delle cime più contese tra italiani e austriaci fino ad essere definitivamente conquistata dai nostri il 27 ottobre del 1918. Questo video illustra chiaramente l’ubicazione del fronte e le mosse dell’esercito italiano

Per questa foto che ritrae i corpi dei soldati morti in battaglia e adagiati sulle barelle , si legge una data sul retro

Dall’appunto di Carlo si desume che ci sia stata una battaglia tra il 6 e il 7 agosto del 1917 ma nella Cronologia della Guerra al fronte italiano non ho trovato nessun riscontro (forse ha confuso con il 17 agosto,Undicesima battaglia dell’Isonzo e vittoria italiana sull’altipiano della Bainsizza ?).

Questa foto fa capire in qualche modo cos’era la ”grande guerra”, una guerra di posizione in cui dovevi come soldato sparare a vista e in cui si utilizzarono per la prima volta le armi chimiche. Le maschere antigas divennero il simbolo di questo terribile conflitto

Premiazione di un ardito

In quest’altra foto possiamo vedere la premiazione di un Ardito. Anche Carlo faceva parte di questi speciali reparti. Gli Arditi erano reparti di assalto costituiti da soldati specializzati, temerari e audaci ufficialmente riconosciuti da Vittorio Emanuele III nel 1917. Qui è proprio Vittorio Emanuele III che procede alla premiazione di uno di questi soldati.

C’è un altro avvenimento che vorrei raccontare, ma purtroppo non possiedo foto con cui accompagnare la vicenda. Facendomi aiutare dai miei parenti, ho scoperto che il mio bisnonno Carlo Capano, dopo la dodicesima battaglia del fiume Isonzo (meglio conosciuta come battaglia di Caporetto, 24 ottobre 1917), fu fatto prigioniero. Mentre gli austriaci lo deportavano insieme a molti altri, fu costretto a portare il corpo di un nemico ferito. Durante il trasporto ci fu un bombardamento. Il mio bisnonno, sebbene in preda al panico, ebbe un attimo di lucidità: lasciò a terra il ferito che stava trasportando mentre tutti scappavano e riuscì a rifugiarsi in un posto al chiuso a prima vista sicuro. Purtroppo all’interno vi erano dei tedeschi che tentarono di imprigionarlo nuovamente. A a questo punto Carlo fece loro una proposta allettante: offrì del lardo che aveva con sé (e che in quel momento era molto prezioso)  in cambio della libertà! Quel giorno sfuggì così alla prigionia e, se non fosse stato così furbo, ora non sarei qui a narrarvi le sue gesta.

Ma ad un’altro ramo della famiglia appartiene un altro soldato che nel tempo libero si dilettava a scrivere.

Francesco De Peppo

Ragazzo del ’99 (dunque mandato in guerra prima di aver compiuto 18 anni per via del bisogno urgente di soldati) , Francesco de Peppo (mio prozio, fratello della mia bisnonna materna Margherita) trascorre i mesi da marzo a novembre 1918 in zona di guerra, prestando servizio in una batteria di artiglieria nei pressi del monte Coni Zugna. Scrive un diario di guerra gelosamente conservato fino alla morte, poi ritrovato dalla moglie e dai figli.

Oggi quel diario è stato raccolto insieme ad altere testimonianze di quella guerra nel sito http://espresso.repubblica.it/grandeguerra/index.php

Tra le pagine del diario di mio zio ho scelto questa, che si trova al link http://espresso.repubblica.it/grandeguerra/index.php?page=estratto&id=1023

Assisto a duelli d’aeroplani; ne cadono due (austriaci) di cui uno vicino la nostra Batteria. Colpito da proiettile antiaereo, si ferma un momento nell’aria, mentre tutto il cielo intorno a questi, si copre di nuvolette grigie, seguite da un piccolo sparo. Finalmente colpito altre volte comincia a volteggiare e a far capriole su se stesso, finché non s’abbatte al suolo. Che spettacolo raccapricciante! I corpi degli aviatori non si distinguono più, tale è lo sfacelo. Tutto il motore è sporco di sangue, e qui un braccio, la una gamba, a terra un groviglio di visceri, cervella, ed arti mutilati.

Ritorno pieno di tristezza e di melanconia. Poveretti! Anche loro forse, come l’abbiamo tutti, avevano una mamma, una sposa, un caro che l’aspettavano, anche loro forse in cuore loro maledivano questa guerra che l’obbligavano a combattere ed uccidere individui come loro, senza averli mai conosciuti, senza odio personale, ma solo perché fin dalla nascita, avevano inculcati a quegli esseri odiare individui che fossero nati in Italia, ed avessero il nome d’Italiano, come noi tutto quello che sa d’Austriaco.

Per tutta la giornata mi resta innanzi agli occhi lo spettacolo straziante di quei poveretti. Quanto è brutta la guerra, e quanto è più brutta la maniera che si combatte, essendo buona qualsiasi arma, qualsiasi strumento d’offesa. Non essendo la guerra che un duello moltiplicato migliaia di volte per se stesso, identiche dovrebbero essere le leggi d’onore. Se in un duello, l’avversario avesse la spada un po’ più lunga dell’altro si riterrebbe disonorato. Perché poi quello che è disonore per un uomo, non è infamante per una nazione? Perché si permette l’uso dei gas asfissianti? dei sottomarini? degli aeroplani che vengono a devastare città intere ed inermi? E perché infine si permette l’uso di tanti mezzi d’offesa sleali e diabolici?”

Uno dei testi preferiti del mio prozio è questo. Il titolo (anche se non dato da lui) è estremamente adatto: RACCAPRICCIANTE. Infatti Francesco si rende conto dell’atrocità della guerra e si sfoga in seguito su di un diario; scrive che, anche se era austriaco, il morto avrà comunque avuto una madre, una famiglia e nulla di diverso rispetto a noi, solo la nazionalità. Proprio come racconta Remarque in tante pagine del suo famoso romanzo “Niente di nuovo sul fronte occidentale”

Scrivere questa narrazione è stata l’occasione per conoscere storie di famiglia che non mi avevano raccontato. Certo, sapevo che il mio bisnonno era stato in guerra, ma ho potuto scoprire tanti particolari della sua vita.

Invece non avevo sentito parlare di Francesco de Peppo, ma mia madre mi ha raccontato che gli è stata molto vicina durante la sua infanzia ed è una persona a lei molto cara.

Ho scoperto inoltre l’importanza di mantenere in buone condizioni le testimonianze storiche di famiglia come diari o fotografie.

Queste storie testimoniano la particolarità della mia famiglia ; spero che siano state gradite e sono stato contento di averle condivise maturando un nuovo interesse per la mia storia famigliare.

Alla ricerca di un sogno…, di Biagio Varricchio III A

In una cassa di legno a casa di  mio nonno ho trovato tante foto, tutte in bianco e nero e ingiallite, così ho cominciato a frugare, quelle che mi affascinavano di piu’ erano quelle che riguardavano le guerre…

In questo periodo sto studiando le Guerre mondiali e con quelle foto assaporavo il gusto della realtà.

Così ho raccolto e messo da parte le fotografie che ritraevano il mio bisnonno Luciano che ha partecipato ad entrambe le Guerre mondiali.

Il mio bisnonno era un ingegnere, SPERO DI POTERLO DIVENTARE ANCHE IO!!! Egli  fu chiamato alle armi nella Prima guerra mondiale e partì per Valenza, come vediamo nella foto che segue datata giugno 1918.

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Mio bisnonno a Valenza; giugno 1918; 10 cm x 15 cm

Nella foto, in bianco e nero e un po’ ingiallita, a campo medio, è rappresentato il mio bisnonno che porta un cavallo per la cittadina di Valenza.

Come ha raccontato mio nonno Vittorio, suo figlio  fu collocato negli uffici amministrativi per le sue competenze specifiche. Aveva l’incarico di scrivere lettere per diplomatici e di controllare la strumentazione tecnica e spesso rappresentava lo Stato Italiano nei discorsi con alcune Autorità, infatti era sempre vestito in modo elegante.

Raccontava spesso ai suoi figli che nonostante vivesse una situazione di “privilegio” in guerra, avvertiva il dolore della morte dei suoi compagni di guerra, i suoi compaesani che erano partiti con lui ma non più tornati. Mio nonno mi ha raccontato che la parte più dolorosa è stata il rientro a casa del mio bisnonno, numerose persone, madri, mogli,  figli, si recavano da lui mostrandogli foto dei loro parenti di cui non avevano più notizie. E’ stato insignito anche del titolo di Cavaliere, come si legge nel quadro appeso nel suo studio, che ho fotografato.

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Attestato di Cavaliere dell’Ordine di Vittorio Veneto consegnato al mio bisnonno; 1918

La foto è un totale a colori dell’attestato che fu consegnato al mio bisnonno.

Una  foto che mi ha colpito molto è la successiva, dietro leggo: “Firenze 5-XI-18- Ricordo della fine della guerra”.

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Mio bisnonno a Firenze con dei suoi compagni di guerra; 5 novembre 1918 15 cm x 18 cm

La foto ritrae il mio bisnonno con due compagni di “avventura”. È a campo medio con il totale del gruppo e sullo sfondo si vede una delle città più belle d’Italia: la suggestiva Firenze. Mi sembra di vedere nei loro occhi l’orgoglio di aver partecipato alla difesa della Patria.

Ho provato ad immaginare quanta volontà avessero questi giovani per abbandonare le loro case e  famiglie pur di combattere per la Patria. Penso che noi cittadini di oggi non riusciamo a comprendere in profondità il loro sacrificio, considerando che tutti collaboriamo spesso a rovinare la nostra Patria.

Infine ho raccolto questa ultima foto.

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Il mio bisnonno Luciano in compagnia del fratello Eugenio in occasione di una festa a Caivano (NA); 1919

Mio nonno mi ha raccontato che questa foto ritrae il mio bisnonno Luciano in compagnia del fratello Eugenio, in occasione di una festa organizzata dal cugino per il suo rientro a casa. È a campo corto, un piano americano, in bianco e nero. Eugenio era un medico veterinario, viveva in un palazzo antico a Caivano, paese situato lungo il percorso che collega Napoli e Caserta. Egli  aveva l’incarico di curare i cavalli del re durante il tragitto tra le due città, ancora oggi nel palazzo è possibile vedere i ganci dove venivano attaccati i cavalli del re.

In questa foto i due fratelli sono vestiti in modo molto elegante, provenivano da famiglie molto benestanti, ma come mi ha ripetuto spesso mio nonno, il periodo di guerra ha reso povero suo padre Luciano che era un ingegnere molto ricco e suo  fratello Eugenio, veterinario.

Ripercorrere le tappe più significative della vita del mio bisnonno attraverso queste foto, ha dato ancora più valore al sogno della mia vita che spero di realizzare al termine del mio percorso di studi. 

FAMIGLIE A CONFRONTO, di Camilla Direttore, III D

Mariella Procaccini e Bruno Direttore, sono i genitori di mio padre Brando.

Mariella, mia nonna, è una donna molto bella ma soprattutto molto forte. A soli quattro anni, infatti, perse sua madre Dora Campanile, che aveva da poco partorito la sua seconda figlia, sorella di mia nonna, Elvira Procaccini. La mia bisnonna Dora, era stata, infatti, già sposata con un altro uomo dal quale aveva avuto altri due figli, poi incontrò il mio bisnonno ed andarono a vivere insieme, cosa che per quei tempi era uno scandalo.

mia nonna Mariella
mia nonna Mariella a Londra

Dora era un’attrice e infatti questa era una foto scattata per un servizio fotografico. Molto spesso veniva chiamata anche per fare pubblicità o per i fotoromanzi. Dora, dopo aver lasciato il marito, scappò e andò a vivere con il nonno di mio padre, Pasquale Procaccini.

la mia bisnonna Dora

Il mio bisnonno, Pasquale, era un avvocato ed aveva dei terreni in provincia di Avellino, dove, appena nacque mia nonna, si trasferì per un po’. Aveva la passione per la caccia che quando poteva praticava nelle campagne vicino alle sue terre. La mia bisnonna e il mio bisnonno, prima della nascita della sorella di mia nonna, si trasferirono a casa della madre del nonno di mio padre, in quanto le condizioni di salute di Dora stavano peggiorando, infatti, poco dopo la nascita della sorella di mia nonna, la mia bis nonna morì.

il mio bisnonno Pasquale

Mia nonna Mariella, alla morte della madre, rimase a vivere dalla nonna, con la quale aveva un rapporto molto forte e che, praticamente, l’ha cresciuta, perché il mio bisnonno, era sempre fuori per lavoro e non poteva seguire le sue bambine. Nonostante fosse una figura importante, mia nonna ha sempre sentito dentro di sé il vuoto di non aver avuto una figura materna vicino e ciò le ha anche portato diversi problemi nella sua vita.

la mia bisnonna Elvira

Questo vuoto è stato però in parte colmato dall’amore di mio nonno, Bruno Direttore, la cui morte, ad appena 59 anni, ha segnato ulteriormente mia nonna. Sicuramente, però, la mia nascita e quella di mio fratello Diego, le hanno dato una nuova energia.

mio nonno Bruo

Passiamo alla storia familiare da parte di mia madre…….. Daniela Mele è figlia di Roberto, mio nonno e di mia nonna Ida Maggio.

nonna Ida e nonno Roberto

Questa è la foto della  mia bisnonna, Italia Bove. Quando è stata scattata la foto lei aveva 36 anni, siamo nel 1936, anno in cui nacque mio nonno. Mio nonno aveva 5 sorelle ed 1 fratello, erano 7 figli! E la più grande delle sorelle si occupava dei più piccoli. La nonna era una bravissima sarta e lavorava molto spesso, nonostante la famiglia numerosa, inoltre cuciva vestiti da sposa e lavorare la rilassava molto. Purtroppo nonna Italia è morta molto giovane, quando nonno Roberto aveva solo 14 anni.

Il mio bisnonno, Modestino Mele, marito di Italia è al matrimonio degli zii di mia madre, Elvira, la figlia di Modestino, e Arturo, suo sposo. Scattata nel 1958, il nonno aveva 60 anni. Nonno Modestino era molto emozionato perché Elvira era la sua prima figlia che accompagnava all’altare.

L’abito e l’acconciatura della sposa erano veramente molto particolari. Inoltre il mio bisnonno Modestino aveva partecipato alla seconda guerra mondiale.

Mio nonno Roberto mi ha raccontato che il mio bisnonno Modestino ha partecipato ad entrambi i conflitti mondiali e durante la seconda guerra mondiale aveva già 4 figli. Il nonno Modestino ha ricevuto una medaglia al valore militare perché durante la Prima guerra mondiale, nei pressi del Piave, trovando sulla strada un militare austriaco, gravemente ferito, se lo caricò sulle spalle e lo portò fino all’ospedale da campo più vicino. Era veramente una persona buona e di cuore.

Essere un soldato era veramente duro, significava abbandonare la propria famiglia e la propria quotidianità, infatti il bisnonno Modestino provava molto spesso tristezza e mancanza.

Qui ci sono i nonni di mia madre: nonno Vincenzo Maggio, nonna Teresa Mantica, genitori di nonna Ida, mia nonna materna. La bambina è la zia di mia madre: zia Maria, la prima di 9 figli. Il giorno di Pasqua del 1928.

nonna Ida

Nonna Ida e nonno Roberto, i genitori di mia madre, si sono conosciuti quando avevano 18 anni e dopo un lungo fidanzamento durato nove anni perché nonno essendo il primo figlio maschio doveva occuparsi dei fratelli dopo la morte di entrambi i genitori. Nonna Ida se ne è andata il 04/01/2017, lasciandomi un gran vuoto nel cuore. Ci tengo a ringraziare i miei nonni, per avermi aiutato a svolgere questo meraviglioso progetto e a ricostruire la storia della mia famiglia, conoscendo storie ed aneddoti che mi hanno colpito e fatto legare ancora di più alla mia famiglia.

IL FRUTTO DI QUESTE STORIE DI VITA SIAMO NOI !

La storia della mia famiglia, di Chiara Di Marzio, III D

Un po’ di tempo fa sono andata a trovare i miei nonni materni che, non abitando a Napoli, non riesco a vedere con regolarità. Ho colto l’occasione per farmi raccontare da mia nonna, che ama narrare le vicende della sua famiglia e mostrarmi le vecchie foto, la storia dei miei antenati che hanno combattuto nelle due guerre mondiali. Poi, grazie all’aiuto di mio padre e della mia nonna materna, ho appreso che gli antenati delle due famiglie, pur non avendo tra loro alcun rapporto, erano tutti originari della provincia di Caserta. Ho scoperto così che avevano in comune l’esperienza delle due grandi guerre, che aveva segnato entrambe.

La famiglia materna

Molti miei antenati da parte materna, di cui ho recuperato alcune fotografie, hanno preso parte alla prima guerra mondiale, alcuni ne sono rimasti vittima, altri, sopravvissuti, hanno raccontato a figli e nipoti la tragedia che li ha segnati.

Il mio trisavolo, nonno di mia nonna, Audi Antonio, arruolato nel corpo dei bersaglieri, combatté la grande guerra durante la quale riportò una ferita sulla fronte, provocata da una scheggia di bomba, che si riesce addirittura a notare dalla foto. Sua moglie, Anna Vitella, nata alla fine dell’ottocento, fu depositaria di tutti i segreti che avevano consentito al marito di sopravvivere. Le testimonianze sono state tramandate a mia nonna dai suoi genitori, Giovannina Audi e Raffaele Audi.

Questa foto, risalente al 1935, ritrae alcuni miei parenti da parte materna. Il secondo da destra è il mio trisavolo (nonno di mia nonna), Audi Antonio, ferito sulla fronte da una scheggia di bomba durante la Prima Guerra Mondiale. I due signori seduti sono i miei bisnonni (genitori di mia nonna) Raffaele Audi e Giovannina Audi. La signora vestita di bianco sull’estrema sinistra è la mia trisavola (Anna Vitella, moglie di Antonio) nata nel 1854. Gli altri sullo sfondo sono i cugini dei miei trisavoli.

Audi Antonio, nonno della mia nonna materna, bersagliere, colpito alla testa da una scheggia nel corso della Prima Guerra Mondiale, per tutta la vita rimarrà con una ferita esposta. Si è sposato ed ha avuto più figli.

La famiglia paterna

La mia famiglia paterna ha vissuto intensamente le due guerre. Il mio bisnonno Francesco, ancora molto giovane, fu arruolato negli alpini e mi raccontano che narrava spesso le vicende della prima guerra mondiale, in cui rimase anche ferito. Ormai adulto, e con cinque figli, dovette sopportare la deportazione del figlio maggiore, Mario, in Germania, durante la seconda guerra mondiale. I tedeschi volevano prendere anche mio nonno, Giulio, ma era ancora minorenne. Rimase perciò a Napoli, studiava al Sannazzaro e prese parte attiva alle quattro giornate di Napoli, riuscendo a recuperare dallo stadio del Collana, ultimo baluardo abbandonato dai tedeschi al Vomero, le assi di legno con cui la famiglia ebbe modo di fare il fuoco e di cucinare per giorni.

Francesco Di Marzio, mio bisnonno paterno (nonno di mio padre), comandante di artiglieria durante la Prima Guerra Mondiale. La foto è del 1967, sotto i suoi ricordi di Guerra.

Francesco Di Marzio (Marcianise 1893 – Napoli 1971) nacque figlio di agricoltori. Appassionato dello studio riuscì a conseguire il diploma, studiando di notte, di pomeriggio zappava la terra. Essendo alto ed assai forte, lui che non aveva mai visto una montagna, arruolato per la Prima Guerra Mondiale fu mandato a combattere con gli alpini sul Monte Grappa. Ben presto prese la polmonite che curarono in parte servendo continui bicchieri di vino a lui che era quasi astemio. Divenuto comandante di un gruppo di artiglieria, sebbene operasse dietro le linee, fu raggiunto da un soldato nemico che riuscì ad accoltellarlo, prima di avere la peggio. Gli oggetti rappresentati sono il suo fischietto d’ordinanza, che ancora funziona ed è talmente potente da superare il rumore del cannone (di fabbricazione inglese), ed uno strumento che serve a misurare le distanze sulle mappe in tutte le scale. Tornato alla vita civile è stato un affermato dirigente bancario e padre di cinque figli.

Giuseppe Audi, cugino del mio bisnonno materno, scomparso annegato nel 1941 nel mare dell’isola di Rodi durante la Seconda Guerra Mondiale.

Mario Di Marzio, fratello del mio nonno paterno, deportato in Germania come “civil arbeiter” nella Seconda Guerra Mondiale. La foto è stata scattata nel giorno del pensionamento (1989).

Mario Di Marzio (Marcianise 1924 – Roma 2002), deportato in Germania come “lavoratore civile” dai tedeschi che si ritiravano. Addetto alle produzioni in gomma per la fabbrica della Continental ad Hannover (pneumatici, tacchi per scarpe), sopravvisse. Gli oggetti rappresentati nell’immagine sono quel che resta di quell’esperienza. Erano anche pagati, poco, ma senza le tessere annonarie potevano comprare quasi nulla: pane (caro) e patate (a buon mercato).

A sinistra Anna Audi (la mia nonna materna) a destra Pasqualina, amiche del cuore.

Poiché in famiglia non avevano macchine fotografiche, mia nonna e la sua amica, con la scusa di dover andare al mercato, si recarono dal fotografo a Caiazzo (un paesino a circa 15 km) a piedi per avere una foto insieme. Misero gli orecchini e le collane nella tasca per non destare sospetti dinanzi i genitori. La foto risale al 1952.

Tommasino Cerreto (mio nonno materno, 1934), durante il periodo della leva obbligatoria a Falconara Marittima (AN), nel 1952.

In piedi si trovano i genitori della mia nonna materna, Raffaele, il padre, ha partecipato alla Seconda Guerra Mondiale vigente la leva obbligatoria, e Giovannina. Il bambino in piedi è mio zio Domenico, la bambina è mia zia Filomena (fratelli di mia mamma). Le persone ai lati della bimba sono i miei nonni materni Anna Audi e Tommasino Cerreto, che ha vissuto da giovane la Seconda Guerra Mondiale. Questa foto è stata scattata da uno zio d’America.

Ho lasciato per ultima questa prima pagina del Corriere della Sera in cui si dava l’annuncio della fine della prima guerra mondiale. Il mio trisavolo, Antonio Audi, lo comprò e conservò per tutta la vita, cedendolo alla fine alla nipotina, mia nonna, che ancora lo custodisce. Le guerre sono una delle vicende più tristi che possano abbattersi sulle persone e sulle loro famiglie, ma consentono di accumulare un bagaglio di ricordi che non deve andare perduto.

Chiara di Marzio

Un eroe di guerra, il mio bisnonno Domenico, di Luca Papaccioli III A

Quella che vi racconto, in questo entusiasmante progetto, è la storia del mio bisnonno paterno, Domenico Manzo. Un valoroso e temerario soldato le cui gesta mi sono state raccontate da mia nonna Delia, sua figlia.

Foto 1

Il mio bisnonno in divisa; 14 cm x 9 cm

Il mio bisnonno nacque a San Sebastiano al Vesuvio il 20 giugno 1898, da una famiglia benestante. Il papà lavorava, infatti, al tribunale mentre la mamma era casalinga. Primo di quattro figli (tre fratelli e una sorella) ebbe un’infanzia non certo facile e spensierata come la immaginiamo noi oggi. Ben presto, animato da un fortissimo spirito patriottico decise di intraprendere la carriera militare. Così, prima di concludere gli studi, a soli 18 anni, si arruolò, come volontario, nell’esercito.

Nell’arma fece subito carriera e da semplice soldato diventò dapprima artigliere e successivamente artificiere. Un incarico, come si può immaginare, molo delicato e pericoloso che richiedeva molto coraggio: doveva, infatti, disinnescare le bombe.

Erano anni molto difficili, nel 1914 iniziò, infatti, il primo conflitto mondiale, nel quale l’Italia entrò soltanto un anno più tardi: il 24 maggio del 1915 in seguito ad un accordo segreto, il patto di Londra, siglato con l’Inghilterra. Al fianco dell’Intesa (formata da Inghilterra, Francia, Serbia e Russia) l’Italia passò subito all’attacco.

Fu una guerra dura e sanguinosa. Il mio bisnonno, insieme ai suoi commilitoni, era costretto a combattere nascosto in trincee, lunghi e stretti fossati scavati nel terreno a difesa delle proprie linee. La vita nelle trincee era davvero difficile, mi ha raccontato mia nonna Delia.  Il suo papà viveva nel fango e nella sporcizia, le condizioni igieniche erano davvero disumane. Lasciati alle intemperie i soldati cercavano di ripararsi al meglio dai colpi di artiglieria nemica ma il freddo e la fame erano insopportabili. Molte volte il mio bisnonno, mi ha spietato nonna Delia, fu costretto a frugare nelle tasche dei soldati nemici caduti per trovare qualcosa da mangiare.

La guerra di trincea durò quasi tre anni e terminò solo nella primavera del 1918 causando milioni di vittime.

Fortunatamente il mio bisnonno riuscì a salvarsi e tra l’ottobre e il novembre del 1917 partecipò alla resistenza organizzata dal generale Armando Diaz tra il fiume Piave e l’altopiano di Asiago.

Sul Piave morirono tantissimi giovani soldati appena diciottenni. Il mio bisnonno rimase ferito. Perse un dito e una parte dell’osso del braccio. Fu così costretto a rientrare in patria dove fu accolto come un eroe e decorato con tre medaglie al valore.

Rimessosi dopo un ricovero nell’ospedale militare, il maresciallo maggiore Domenico Manzo fu inviato in Libia divenuta colonia italiana.

Lo vediamo in questa foto in cui indossa la divisa coloniale.

Foto 2

Il mio bisnonno in vesti agricole; 16 cm x 5 cm

 

Responsabile di un fortino a Bengasi, il mio bisnonno visse nel deserto per dieci lunghi anni tornando raramente in patria. In Libia i soldati italiani dovevano sedare le rivolte contro l’occupazione straniera ma cercavano anche di salvare la vita della popolazione locale colpita da malattie come la gastroenterite con le poche medicine che avevano a disposizione.

Nel 1930 tornò a San Sebastiano al Vesuvio dove conobbe il suo grande amore, Santina Verde, una maestra delle scuole elementari che sposò nel 1931.

Eccoli, elegantissimi, in questa foto che li ritrae insieme sull’isola di Capri.

 

 

 

 

 

Foto 3

Domenico con la moglie, Capri; 15 cm x 7 cm

Dopo solo un anno nacque una bambina, Assuntina, che purtroppo morì a soli cinque anni a causa di complicazioni polmonari dovute alla pertosse. All’epoca, infatti, in Italia ancora non si conoscevano gli antibiotici il cui utilizzo iniziò nel nostro paese solo alla fine della seconda guerra mondiale. Poco dopo nacquero gli altri figli a distanza di due anni l’uno dall’altro: Renato, Silvana, mia nonna Delia e Titti.

Intanto nel 1939 scoppiò il secondo conflitto mondiale. Il 10 giugno 1940 gli italiani entrano in guerra e il maresciallo colonnello Domenico Manzo, nonostante fosse un invalido di guerra a capo di una squadra si occupò di disinnescare i residuati bellici. Un lavoro che richiedeva grande precisione e competenza ma soprattutto grande coraggio. Bastava commettere un minimo errore per mettere a repentaglio non solo la sua ma anche la vita dei tanti militari che lo aiutavano in questo difficilissimo compito. La guerra finì il due settembre del 1945.

Nonostante le difficoltà in cui si trovarono a vivere gli italiani nel secondo dopoguerra il mio bisnonno fece fare alla sua famiglia una vita agiata. Mandò i suoi figli a studiare nei migliori istituti privati visto che la maggior parte delle scuole statali erano state completamente distrutte durante i bombardamenti.

Durante le estati li portava tutti al mare a Capo Miseno nel lido riservato ai militari. Dapprima a bordo di mezzi militari e poi con pulmino riservato.

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Il mio bisnonno in tutta la sua eleganza; 14 cm x 8 cm

Progressista, appassionato di arte, di astronomia, ma soprattutto di musica lirica. Mi ha raccontato nonna Delia che per pagarsi il biglietto delle opere che andavano in scena al teatro San Carlo di Napoli, il mio bisnonno faceva la comparsa.

Nonostante sia stato spesso lontano da casa è stato un padre molto attento e amorevole. Il mio bisnonno è morto il 19 gennaio del 1963.