Anna, una donna, di Davide Vigilante

Ho deciso di raccontarvi la storia della mia trisavola materna Anna Montuori.

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Anna nacque il 10 aprile 1879 a Napoli, in un’Italia da poco unita e in grande arretratezza economica.

Anna visse un’infanzia difficile iniziata con la perdita della madre a circa 6 anni. Alla morte di quest’ultima il padre non era in grado di accudire Anna e la sorella minore Assunta, poiché era troppo impegnato a gestire la sua tipografia e legatoria, così le mandò in collegio.

Passati alcuni anni il padre si risposò e fece tornare le sue due figlie a casa di cui in teoria la nuova moglie si sarebbe dovuta occupare. Purtroppo però questa donna costringeva Anna e Assunta ad occuparsi di tutte le faccende domestiche, non riservando alle bambine il dovuto amore materno che poco avevano ricevuto. Anna quindi appena s’innamorò di un ragazzo, Alberto Sinfelli, decise di sposarlo, pur di andare via da quella casa. Questo matrimonio fu però brevissimo poiché poco dopo la nascita del primogenito Vincenzo, Alberto morì mentre prestava servizio alla marina. Anna quindi si ritrovò sola a doversi occupare del figlio. Per sopravvivere faceva la pettinatrice andando dall’alba di casa in casa per “acconciare” i capelli delle donne del suo quartiere. Proprio a quell’epoca la moda delle acconciature stava attraversando un periodo di vere e proprie rivoluzioni, sia per quanto riguarda le nuove tecniche sopraggiunte (come ad esempio quella della permanente o delle prime ondulazioni ai capelli) sia poiché le icone di bellezza a livello mondiale non erano più le nobildonne o le principesse bensì le donne del cinema e dello spettacolo. Proprio per questi motivi il mestiere che faceva Anna era divenuto in poco tempo sempre più complesso e articolato. In seguito Anna incontrò un uomo che l’aveva già corteggiata da giovane, Antonio Carato, con cui ebbe il suo secondo matrimonio e ben 8 figli.

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Come possiamo facilmente notare Anna ebbe molti figli, cosa normale a quell’epoca poiché la filosofia di vita era totalmente diversa e i metodi anticoncezionali erano totalmente sconosciuti. Bisogna comunque ricordare che durante il fascismo e in tempi di guerra e carestia veniva chiesto alle famiglie di fare molti figli per mantenere alto il tasso di nascita e per dare, oltre soldati, purtroppo, anche braccia e forza lavoro al paese. Purtroppo però Antonio partì come soldato durante la Seconda Guerra Mondiale ed Anna rimase di nuovo sola costretta a dover affrontare gli orrori e la povertà della guerra assieme ai suoi figli.

Fortunatamente Antonio tornò sano e salvo dalla guerra e tentò di ricominciare la sua vecchia vita assieme alla famiglia. Aprì una sartoria e coinvolse Anna nel suo business. L’idea di Antonio si realizzò, ma purtroppo nulla fu più come prima; lui ed Anna persero ben 6 dei loro 8 figli e il dolore fu troppo forte, tanto che condizionò le loro vite per sempre. Nel 1951 Anna rimase vedova anche di Antonio ritrovandosi quindi di nuovo sola ma stavolta senza nessuno di cui occuparsi poiché i suoi unici 2 figli ancora in vita, Maria e Armando, avevano già famiglia.

Dopo alcuni anni, Anna, donna forte e risoluta abituata a cavarsela sempre da sola, essendo ormai molto anziana finalmente si decise ad andare vivere da sua figlia Maria (madre di mia nonna). Circondata dall’amore delle nipoti, morì di vecchiaia nel suo letto il 30 agosto nel 1969 a 90 anni e la mia nonna raccolse il suo ultimo respiro.

Posso dire quindi che Anna abbia vissuto una vita piena di dolore durante la quale ha dovuto imparare a cavarsela da sola ignorando tutti i pregiudizi sulle donne, dimostrando di essere forte e capace di fare tutto ciò che fanno gli uomini, tra l’altro in uno dei periodi più difficili della storia del nostro paese. Difatti ancor prima di scrivere questa storia, la mia nonna mi raccontava le sue vicende, definendo la madre come una donna emancipata e comprensiva, a cui tutti facevano riferimento.

Nonna Concetta e la moda dei suoi tempi, di Carla Magnotti, III A

Ho deciso di raccontare, attraverso delle foto di famiglia, come sia cambiata la moda nel corso del tempo.

Tra il 1930 e il 1940 lo stereotipo di bellezza femminile tornò ad essere la donna alta, con vestiti che accentuassero le spalle strette e la vita poco pronunciata.

La bisnonna Maria

Questa foto ritrae la mia bisnonna, Maria, a Napoli, con in braccio mia nonna, Concetta, durante il giorno del suo battesimo. E’ ritratta a figura intera. La mia bisnonna indossa un vestito con sopra una giacca per ripararsi dal leggero vento di primavera. Indossa un paio di collant color carne con delle scarpe eleganti basse. Mia nonna invece, indossa un vestito chiaro con al piede un paio di scarpine da battesimo ricamate dalla madre, già utilizzate in precedenza dalla sorella della bimba. Questa foto è stata scattata dal mio bisnonno prima di entrare in chiesa. Mia nonna era la seconda di 6 figli, infatti in quel periodo del XX secolo, forse è il 1940, durante gli inizi della Seconda Guerra Mondiale, le famiglie erano molto numerose. Però non sempre si riusciva a portare qualcosa da mangiare a casa, il mio bisnonno andò in guerra, e la mia bisnonna rimase a casa da sola con 6 figli. Le donne dovevano essere più forti, anche mentalmente, per poter lavorare e mantenere la famiglia in assenza del marito. La bellezza perciò è rappresentata dalle donne in carne, con spalle larghe, la vita marcata, ma non esageratamente. La gonna tende sempre di più ad accorciarsi perché il tessuto doveva essere utilizzato per la guerra.

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9 anni dopo,  nonna Concetta ricevette la sua prima comunione. In questa foto troviamo mia nonna con la sua madrina che  indossa una giacca scura con una gonna sotto il ginocchio, calza scarpe col tacco e regge un paio di guanti e una pochette. Mia nonna, invece, indossa un vestito simile a quello delle spose con in testa un velo: in quel periodo era solito che le bambine indossassero vestiti da sposa creati su misura dalle sarte. Siamo usciti dalla guerra, ritratte a figura intere, nonna bambina e la sua madrina sembrano felici.

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La scena raffigurata in questa foto, scattata nel salone della casa dei miei bisnonni, era quella del ventesimo compleanno della sorella di  nonna Concetta. Siamo in un periodo della storia d’Italia in sviluppo, durante il boom economico. Partendo da sinistra, troviamo la festeggiata, poi mia nonna, una delle sue altre sorelle, e al centro, il loro unico fratello. Ancora oggi   mia  nonna mi  racconta come fosse vivere con 5 sorelle e un fratello. Possiamo vedere come fossero semplici, ma al tempo stesso molto eleganti, i vestiti che indossavano, piuttosto diversi da oggi. Le tre ragazze, Anna, mia nonna e Valeria, indossavano abiti poco più sopra del ginocchio. Anna indossava un vestito chiaro con la parte superiore in raso di velluto e scarpe con il tacco basso. Mia nonna indossava un vestito bianco con il colletto e dei sandali, non ben visibili. Valeria indossava un abito chiaro con dei fiori deliziosi ricamati sul busto. Enzo invece, indossava una semplice camicia a mezza manica un po’ sbottonata, con dei pantaloni e un paio di mocassini. L’unico maschio è al centro del gruppo, ritratto in una inquadratura stressa, in totale. Notiamo anche che le messa in scena non fosse perfetta. La festeggiata è stata immortalata con gli occhi chiusi!

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Ho notato grazie a diverse foto, quanto mia nonna fosse legata a sua sorella Valeria. Era ferragosto, e mia nonna con tutta la famiglia era andata in vacanza ad Ischia, dove  era stata organizzata una festa con tutti gli amici del lido, mia nonna e sua sorella erano sedute su un muretto alle spalle della strada. Venivano spesso utilizzati i costumi interi, come possiamo vedere nella foto, che oggi potrebbero essere scambiati quasi per vestiti! Calzavano entrambe un paio di sandali e avevano i capelli raccolti con  fasce. Il “miracolo economico” a cavallo tra gli anni ’50 e ’60 aveva migliorato le condizioni di vita dell’italiano di ceto medio e medio basso, come di quello operaio, permettendogli di acquistare novità industriali come il televisore, il frigo, la lavatrice e l’automobile. Il tutto pagato a rate, spesso rinunciando alle vacanze fuori città. E’ successo anche alla mia famiglia! Così anche il modo di trascorrere le vacanze estive contribuivano a cambiare gli stili di vita. Le vacanze al mare in particolare diventarono una vera e propria conquista sociale. La famiglia tipo di quegli anni partiva tutta insieme per le vacanze, un po’ perché la patente allora non si prendeva prima dei vent’anni, ma soprattutto perché di auto in una famiglia in genere ne bastava una. La nuova Seicento (a questo link la storia della Seicento Fiat nel contesto della storia del nostro paese), o  la Millecento Fiat, inizia a correre per le strade e questo segna l’avvio di un grande sviluppo nell’industria automobilistica.

Ho trovato questo bel film dedicato a Napoli, del 1960, che oltre a mostrare i problemi della città allora, fa vedere, quasi alla fine, anche dei giovani mentre ballano in strada…. tra loro avrebbe potuto esserci mia nonna con le sue sorelle e suo fratello! Il film è conservato in un archivio di Roma, l’Aamod.

La gioia di vivere e di crescita economica e sociale di quegli anni forse dovrebbe essere da esempio oggi più che mai.

Le donne in viaggio e l’emancipazione femminile, di Roberta Dal Fara

Le foto che ho trovato rovistando nel cassetto dei ricordi ritraggono alcune donne della mia famiglia in viaggio. Analizzando queste foto, oltre a scoprire quanto la mia famiglia in passato abbia viaggiato e quanto sia stato importante il lavoro al suo interno, ho avuto l’opportunità di capire come siano cambiate le donne nel corso del tempo. Inoltre ho potuto osservare le differenze tra le famiglie da cui provengo.

Viaggio in Grecia

La prima serie di foto che mostro è quella che ritrae il viaggio della famiglia di mio padre in Grecia. Ogni foto è descritta (naturalmente a mano)  sul retro da mio nonno, proprio come in un diario di bordo!

Ad esempio in una delle due foto seguenti sono ritratti mia nonna Angela e mio padre in campo medio, davanti all’entrata dello stadio di Olimpia nel 1990. Si può notare dai vestiti il forte caldo. Mia nonna indossava un vestito appena sotto il ginocchio color marroncino decorato con stampe floreali. Sicuramente questo vestito era stato creato proprio da lei. Infatti mia nonna essendo sarta amava creare vestiti su misura per lei.

A seguire, mio padre e mia nonna si trovano sempre ad Olimpia al laboratorio di Fidia, un famoso scultore dell’antica Grecia. Campo medio/lungo, dove è ben mostrato anche il contesto delle rovine archeologiche.

Nella prossima foto, mia nonna è ritratta, a mezzo busto, a Corfù nel 1990 durante il viaggio in Grecia. La nonna è raffigurata mentre guarda poeticamente l’orizzonte e lo splendido paesaggio marino. Indossa un vestito sui colori del verde acqua e del giallo. Infine crea dei punti luce con una collana d’oro e un paio di occhiali da sole che la proteggono dalla luce del caldo sole d’agosto.

foto 5 mia nonna a Corfù con il panorama sullo sfondo

Nella foto successiva mia nonna mio padre e mia zia sono seduti sulla parte più alta del Partenone, con alle loro spalle la vista dell’intera città di Atene. Possiamo notare l’abbigliamento di mia nonna, una maglietta nera e una gonna, e di mia zia, semplici pantaloncini e una maglietta nera per essere più comodi.

foto 6 papà, la nonna Angela e zia con dietro la città di Atene

Come descritto da mio nonno sul retro, la prossima foto ritrae mia nonna mentre cerca di arrampicarsi su una parete rocciosa molto ripida. Dopo poco infatti si ritira affaticata, probabilmente a causa delle scarpe poco adatte ad un’escursione poiché dei sandali con tacco. Inoltre si può notare come mia zia invece sia più facilitata grazie alle scarpe da ginnastica.

A seguire, invece, ci sono mia zia, mia nonna e mio padre mentre si rilassano in un albergo in riva al mare a Kato Ahia prima di rientrare in Italia. Sono vestiti in maniera molto comoda, pronti per ripartire!

La storia della famiglia di mio padre

La famiglia di mio padre può sembrare la tipica famiglia italiana degli anni ’90 ma come in tutte le famiglie dietro alla sua storia c’è un passato difficile che i nostri antenati hanno dovuto affrontare con coraggio e determinazione. Per questo ho deciso di raccontare la storia della mia bisnonna Giovanna (madre di mio nonno) che, nata nel 1914, ha vissuto sin da bambina, le due guerre più distruttive della storia del Novecento. La mia bisnonna, Giovanna Simkic, nacque in Jugoslavia per poi trasferirsi pochi anni dopo a Fiume (oggi situata in Croazia). Quando ancora era una ragazzina visse sulla sua pelle l’eccidio di Lippa, una strage nazifascista avvenuta il 30 aprile 1944, dove persero la vita i suoi genitori, che vide bruciare davanti ai suoi occhi in una Chiesa a causa dei tedeschi. Le foto che seguono sono state trovate sul web, all’interno della pagina di wikipedia dedicata alla storia di questo terribile massacro nazista.

Dopo la perdita dei genitori, rimase a Fiume, dove conobbe il mio bisnonno e dalla cui unione nacquero i suoi due figli, tra cui mio nonno. Dopo qualche anno dalla nascita di mio nonno, il marito morì in un incidente mentre lavorava all’Enel. La mia bisnonna fu costretta a crescere i figli da sola. Questo avvenimento segnò una vita già provata da un passato molto doloroso. Ecco un bellissimo ritratto in primissimo piano di profilo della mia bisnonna.

foto 11 la bisnonna giovanna da giovane

Un’altra serie di foto proviene dalla famiglia di mia madre, una famiglia completamente diversa da quella precedente. Le donne della parte materna hanno avuto l’opportunità di lavorare e di poter essere indipendenti.  A seguire propongo alcune cartoline che la mai bisnonna acquistò a Sorrento che però non sono state mai inviate. La prima ritrae la tarantella sorrentina, mentre la seconda una canzone o una poesia.

La seguente foto mi ha particolarmente colpito poiché inviata alla mia trisnonna da un’amica per salutare lei e i suoi bebè. La cosa che mi colpisce di più è che è stata inviata nel 1916 poco dopo la nascita del mio bisnonno (nel 1911), secondo di sette figli.

Questa invece è stata inviata alla mia trisnonna pochi anni dopo la cartolina precedente. Anche qui il mittente mandava saluti a tutta la sua famiglia.

foto 16 cartolina ragazza con i fiori

Nella foto seguente sono rappresentate le cugine di mia nonna affacciate al balcone della loro grande casa. Si può notare come, anche se adolescenti, le ragazze siano vestite in modo ordinato, con un’acconciatura raccolta. Le sorelle gemelle sono in compagnia del padre che si trova seduto in basso. La posizione in cu

i sono ritratte da una sensazione di spensieratezza e tranquillità anche se in quegli anni, appena dopo la Seconda Guerra Mondiale, l’Italia viveva un periodo di sconforto per aver dato la fiducia al Duce che aveva coinvolto il paese in una guerra che aveva portato solo sangue e vittime.

foto 17 le gemelle affacciate al balcone

Nella prossima immagine è rappresentata la famiglia della cugina di mia nonna vestita in modo elegante, durante una gita al Lago d’Averno a Pozzuoli, dove si recavano spesso per andare in vacanza. La foto era stata scattata in autunno poiché tutti i componenti hanno un cappotto lungo e soprattutto perché si possono intravedere le foglie cadute degli alberi sullo sfondo. Non conosco quasi nessuno delle persone presenti nella foto però conosco bene la ragazza in ginocchio al centro, la zia di mia madre, zia Marinella. Appartenendo ad una famiglia benestante, ha avuto l’opportunità di studiare e di laurearsi in matematica. Dopo qualche anno dalla sua laurea. si è sposata e ha messo su famiglia, per questo ha scelto di non lavorare. Dobbiamo ricordare però che ai tempi era molto insolito proseguire gli studi, soprattutto per una donna. Fino agli inizi degli anni ’70 era raro che una donna frequentasse il liceo e addirittura la maggior parte delle donne si fermavano alla quinta elementare. Fino agli inizi della Seconda Guerra Mondiale, le donne non potevano accedere a lavori come avvocato, medico, notaio e docente universitario. Durante la Seconda Guerra mondiale però le donne esercitarono un ruolo molto importante. Trovandosi da sole a gestire la famiglia, iniziarono a lavorare come conducenti di tram, postine, impiegate ecc. guadagnavano soldi autonomamente ma non potevano spenderli come volevano. Dovevano occuparsi degli anziani e dei bambini della casa acquistando i prodotti essenziali per cucire vestiti, realizzare medicine e ingegnarsi con pochi ingredienti per cucinare i pasti della giornata. Svolsero un ruolo importante anche per i partigiani, ai quali, per esempio portavano il cibo sulle montagne. Molte persero la vita.

foto 18 famiglia di zia Marinella in vacanza al lago

famiglia di zia Marinella in vacanza al lago

La foto successiva è una delle mie preferite. Ritrae le mie prozie, la cognata e la cugina di mia nonna in fila per andare al San Carlo. Hanno un abbigliamento molto particolare ed elegante. La ragazza a sinistra una pelliccia che copre un vestito molto semplice probabilmente tinta unita. Le mani sono coperte da un paio di guanti di velluto e l’acconciatura è molto ben sistemata e raccolta. Ad arricchire il volto ci sono un paio di orecchini ricoperti di pietre preziose. La ragazza a destra indossa anche lei una pelliccia che ricopre il vestito di tulle. Come accessorio indossa un paio d’occhiali da sole e tiene in mano una pochette.

foto 19 le mie prozie al San Carlo

Nella seguente foto invece c’è mia madre con un’amica e i suoi figli durante una crociera. È vestita in modo elegante con una camicetta con un fiocchetto nero e dei pantaloncini neri sopra un paio di calze bianche. La signora a sinistra è elegante con un bel vestito.

foto 20 mia madre in crociera

Qui sotto è ritratta mia nonna davanti al bus turistico in Grecia. Indossa una maglietta e dei pantaloni che arrivano al ginocchio. Ai piedi indossa un paio di espadrillas colorate e annodate alla caviglia con un cordino.

foto 21 mia nonna davanti al bus turistico in Grecia

A seguire, si vede mia nonna ritratta in posa su una roccia appena arrivata in Costa Smeralda. Tutta la serie di foto che mia nonna scattò in Costa Smeralda è stata stampata dalla azienda fotografica statunitense Kodak, legata alle macchine fotografiche.

foto 22 mia nonna sulla roccia in Costa Smeralda

Qui è ritratta mia nonna in Costa Smeralda in un negozio del posto che vende vestiti e souvenir molto particolari realizzate con stoffe floreali. Mia nonna amava e indossava molto questo genere di vestiti.

foto 23 mia nonna in un negozio di abbigliamento tipico in Costa Smeralda

A seguire c’è mia nonna, sempre in Costa Smeralda seduta su un muretto con il porto alle spalle e il paesaggio del golfo. La fotografia sembra quasi un quadro con tanti colori accesi e puri che si accostano tra di loro e ci danno la tipica tranquillità di un paesaggio di villeggiatura. Questi sono solo alcuni dei viaggi di mia nonna. Dopo essersi trovata in una situazione molto difficile a soli 27 anni, decise di rimboccarsi le maniche e di iniziare a lavorare duramente. Iniziò a lavorare nel settore ottico un lavoro che le permise di girare il mondo e di esplorare posti nuovi facendo sempre nuove esperienze.

foto 24 mia nonna in Costa Smeralda davanti al porto

La prossima foto invece è più recente. Ritrae mia madre a Sorrento in viaggio con mio padre. La foto è stata scattata su una scogliera con il mare alle spalle. Si può notare quanto l’abbigliamento sia cambiato. Mia madre indossa una gonna con uno spacco e un top che lascia la pancia scoperta. Ai piedi invece un paio di sandali.

foto 25 mia madre a Sorrento

A seguire una foto che risale al viaggio dei miei genitori a Parigi. Mia madre è ritratta davanti alla cattedrale di Notre-Dame. Come si può notare dall’abbigliamento, a Parigi quel giorno c’era molto vento

foto 26 mia madre davanti alla cattedrale di Notre-Dame

Nella prossima si può notare mia madre davanti al museo del Louvre riconoscibile per l’ingresso dalla piramide in vetro.

foto 27 mia madre davanti al museo del Louvre

Infine questa foto ritrae mia mamma in viaggio di nozze a Sharm el-Sheikh nell’hotel in cui alloggiavano nella città egiziana.

foto 28 mia madre a Sharm el-Sheikh

In tutte queste foto viene forse testimoniata, almeno in parte, l’evoluzione della donna nel corso di 100 anni. A partire dall’inizio del Novecento, le donne iniziarono a partecipare a movimenti femministi per difendere i propri diritti, per dimostrare che avevano parità di diritti con gli uomini e che avevano diritto di voto. Oggi non tutte le donne del mondo hanno gli stessi diritti degli uomini, ma con la loro determinazione riusciranno a portare a termine  quest’obbiettivo ovunque.

Tra Catania e Roma, tra il Carso e l’Etiopia. Tratti di una breve storia di famiglia, di Elena Musumeci

Raccontare la storia della mia famiglia paterna è molto difficile, perché ho solo dei vaghi ricordi della mia infanzia con loro.

Eppure, ripescando qui e là nelle poche immagini del passato, possono riaffiorare i volti di mia nonna Elda Mezzadri, di mio nonno Antonino Musumeci, e del mio bisnonno Leo Mezzadri che, seppur mai conosciuto, era una presenza costante in piccoli ritratti caricaturali di vari membri della famiglia, da lui effettuati.

Nelle ultime settimane questi volti hanno riacquisito una voce, colori, pensieri. Posso dire di aver avuto modo di conoscerli davvero riordinando le carte di famiglia recuperate dopo la loro scomparsa, e lasciate per molti anni all’umidità e alla muffa, in uno scatolone in cantina.

Questo lavoro è stato rivelatore di molte cose teoricamente note ma toccate veramente con mano ancora una volta: le carte rendono le storie vive, e questo viene incredibilmente amplificato nelle storie così vicine a noi. Storie familiari, ma che non conosciamo veramente mai a fondo. Assieme a questo ho capito anche il perché in pochi, anche tra gli archivisti,  riordinano le proprie memorie di famiglia.

Il passato a volte può essere molto più complicato del presente.

Nella foto qui sotto, in cattedra, è ritratto frontalmente mio nonno, Antonino Musumeci.

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Mio nonno era nato a Catania nel 1909 ed era un professore di matematica. Me lo ricordo in occasione di un solo incontro, in Sicilia, quando io avrò avuto all’incirca 9 anni e mia sorella Marina sarebbe nata da lì a poco. Nei miei ricordi è un signore alto e distinto, con un bastone da passeggio. Andammo a comprare il pane, dei panini col sesamo, e tutti lo chiamavano “professore”, il che mi fece sentire parte di una stirpe molto importante, anche se per me semisconosciuta.

Antonino Musumeci fu tenente dell’Esercito Regio in Africa. Aveva frequentato la scuola per allievi ufficiali ad Addis Abeba ed era a capo di combattenti àscari. Quando vi fu la conquista britannica dell’ Africa Orientale Italiana, fu fatto prigioniero e condotto in Kenya, dove rimase per molti anni, dal 1941 al 1947. A questo link un sito specifico ricostruisce la storia dei campi di prigionia inglesi in Kenya, ma non ho trovato il nome di mio nonno.

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Una parte importante delle sue carte è costituita da una serie di lettere inviate e ricevute in questo suo lungo periodo di prigionia.

lettera

Per 6 anni le sue lettere riportano lamentele  per la sua salute cagionevole e alcuni interventi chirurgici subiti nel campo di detenzione, per il fatto di non ricevere notizie da casa, per il trattamento discriminante che diceva di ricevere in quanto italiano, e purtroppo a ciò si aggiunge una considerazione non sempre lusinghiera riguardo la popolazione locale, che credo fu frequente in chi ebbe parte in quell’esperienza, e che dunque deve essere stata comune di molti italiani – e non solo – in Africa, durante il colonialismo e la guerra.

Riuscì fortunatamente a tornare vivo a Catania nel 1947, e si riunì alle sue vecchie compagnie di gioventù. Qui incontrò mia nonna, Elda Mezzadri.

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Mia nonna apparteneva a una famiglia della piccola borghesia catanese. Il padre, Leo Mezzadri, era stato anch’egli un soldato. Avevano vissuto qualche anno a Roma, in Viale delle Milizie – come risulta dalla corrispondenza degli anni del Fascismo – e poi erano tornati nella loro città natale durante gli anni della guerra. Mia nonna era abbastanza corteggiata, stando a quanto si può leggere nelle sue lettere.

Elda e Antonino si sposarono, nel 1951, e si trasferirono a Brescia, dove lui era stato inviato come insegnante.

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Qui nel 1953 nacque mio padre, Mario Musumeci, e furono inviati molti telegrammi di auguri per la sua nascita.

mario musumeci

Tra questi spiccano i biglietti con le poesie del bisnonno Leo Mezzadri, con il quale mio padre Mario aveva un rapporto molto stretto e affettuoso.

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Il bisnonno Leo era stato dapprima un sottoufficiale degli Alpini, e come soldato aveva vissuto in molte città.

Aveva anche ricevuto delle onorificenze per aver combattuto sul fronte del Carso durante la Prima Guerra Mondiale.

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Prima della guerra era stato direttore di un giornale locale “La Provincia di Mantova”, e aveva una spiccata inclinazione per la scrittura.

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Era un uomo molto creativo, e ci sono moltissimi suoi componimenti scritti che venivano richiesti anche per propaganda pubblicitaria, oltre che turistica.

componimento

Poco dopo la famiglia lasciò Brescia e tornò a Catania, dove mio padre passò tutta la sua infanzia.

Purtroppo, il matrimonio tra mio nonno e mia nonna non ebbe l’esito sperato, e i due si separarono alla fine degli anni ’60.

Dopo qualche anno, nel 1971, mia nonna raggiunse a Roma mio padre che si era iscritto all’Università La Sapienza, e trovò una casa nel quartiere Cinecittà.

Da bambina io la conobbi abbastanza bene. Mi era molto simpatica anche se non mi dava troppa confidenza. Non era molto felice, e si rinchiuse per molti anni in casa senza uscire quasi mai. Ricordo però che partecipava da casa a moltissimi quiz televisivi, e ogni tanto vinceva gettoni d’oro. Inoltre era una lettrice compulsiva di cataloghi postalmarket, di cui restano moltissime testimonianze tra le sue carte a partire dagli anni ’70, assieme a copie di periodici di gossip e altre riviste di casalinghe e ricette.

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Mio nonno si risposò con una vecchia amica in comune delle comitive catanesi di gioventù, la “zia” Gemma, venuta a mancare di recente.

I miei nonni morirono in due città diverse, a tanti chilometri, ma a pochi anni di distanza, nel 1990 e nel 1993. I miei ricordi di loro sono molto vaghi. Ma Le foto e le carte di questo piccolo archivio di famiglia mi hanno permesso di conoscerli meglio, e sono il filo di una piccola narrazione tra tante, che attraversa tutto un secolo, il ‘900, e tramite cui si può ricostruire una parte della nostra storia comune.

Elena Musumeci, archivista, vive e lavora a Roma.

 

Una FREDDA guerra… , di Matteo Vitale, III A

Quella che vi voglio raccontare è la storia del mio bisnonno materno. Ho trovato nei cassetti di un armadio dei miei nonni tanti ricordi… fotografie, lettere, cappelli e divise, giochi di altri tempi… Quello che mi ha più colpito è stato il racconto sulla vita del mio bisnonno Sabatino e della sua partecipazione alla Seconda Guerra Mondiale.

Si chiamava Sabatino Manfredi ed era nato il 23 gennaio del 1917, era il terzo di sei figli e i suoi genitori si chiamavano Amalia e Egidio (nome che poi fu dato al mio nonno materno, suo secondogenito).

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Il mio bisnonno, 1954, 10 cm x 15 cm

Eccolo qui, ritratto in una bella foto in primo piano in una occasione ufficiale. Sulla divisa sono visibili i simboli delle Campagne a cui prese parte, nonché i gradi.

Il suo papà morì molto presto e, a quei tempi, nelle famiglie così numerose, toccava ai figli maschi farsi carico della mamma e delle sorelle. Fu così che essendo il primo figlio maschio fu subito iniziato alla leva militare e, appena raggiunta la maggiore età si arruolò nell’esercito Italiano, siamo nel 1935.

Soltanto 5 anni dopo, ahimè, l’Italia entrò in guerra, nell’ambito del Secondo Conflitto Mondiale. Il mio bisnonno era arruolato nella sezione dell’Artiglieria Pesante e faceva parte delle truppe che si muovevano sui carri armati (i Panzer). Ebbe il suo battesimo di fuoco con la Campagna dei Balcani, prendendo parte all’invasione della Jugoslavia. Si registrò una vittoria per l’Asse e si spianò la strada per l’avanzata verso la Russia. Partirono dalle basi in Albania, a Zara e in Istria e scesero a mano a mano nel territorio del Regno di Jugoslavia con divisioni di fanteria, motorizzate e corazzate. Il mio bisnonno si occupava anche degli approvvigionamenti e quindi doveva procurare beni di primissima necessità e derrate alimentari per la sezione a cui era stato affidato.

Dopo poco, ebbe inizio la Campagna di Russia. Qui il racconto si fa più duro: raccontava di grandi sofferenze dovute al freddo, alla mancanza di viveri, alla perdita di tanti commilitoni ormai diventati suoi amici. L’evento più drammatico corrisponde al racconto della Battaglia soprannominata della “Sacca del Don”. È il 26 gennaio del 1943 e mentre il grande inverno russo sferza le truppe, le residue forze dell’Asse cercano caoticamente di ripiegare nella parte meridionale del fronte orientale, a seguito del crollo del fronte sul fiume Don. Gli ultimi resti delle forze italo-tedesche-ungheresi, si trovano a dover affrontare alcuni reparti dell’Armata Rossa che si era stabilita nella cittadina di Nikolaevka per impedire la loro fuga. Di fatto, si ritrovarono accerchiati nella cosiddetta Sacca del Don.

 Il mio bisnonno Sabatino, insieme ad altri commilitoni che lo aiutarono nell’impresa, riuscì a salvare molti soldati, nonché il suo capitano, svuotando i camion che erano destinati al trasporto di viveri, armi, benzina e altri mezzi di sostentamento e riempiendoli di uomini, permettendogli in questo modo di superare l’accerchiamento e sfuggire a morte certa. In quella battaglia persero la vita 3.000 soldati, ma se ne salvarono in questo modo più del doppio.

Riuscito a sopravvivere a questa atroce esperienza, che lo segnò per sempre, rientrò in Patria e fu mandato prima a Bologna, poi a Firenze. In questo periodo andava e veniva da Napoli con il treno, che allora ci metteva tantissimo tempo a compiere i tragitti.

Ebbe anche la fortuna di incontrare l’amore della sua vita nella sua città natale e dopo un lungo fidanzamento, rigorosamente “in casa” (non poteva uscire da solo con la fidanzata, ma sempre accompagnato dalla mamma di lei!!!) finalmente il 5 gennaio del 1948 si sposò con la mia bisnonna Immacolata Esposito (per noi tutti in famiglia, Titina). Nel 1951 e nel 1954 ebbero due figli maschi il primo, Pio, il secondo Egidio, che poi sarebbe diventato papà della mia mamma.

FOTO 2

Titina a Napoli, 1945, 12 cm x 18 cm

Ecco la giovane Immacolata, è il 1945, ritratta a via Toledo nei pressi dell’edificio storico del Banco di Napoli, con alle spalle un gruppo di militari. Era normale, in quegli anni, vedere soldati per le strade delle città.

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Titina e suo figlio Pio, Napoli, 1949, 10 cm x 15 cm

Ed eccola sfoggiare con orgoglio il suo primogenito.

Quando finalmente fu definitivamente stanziato a Napoli, faceva parte della 10° SEZIONE O.R.M.E. Officina Riparazioni Mezzi Esercito come Furiere cioè addetto al controllo anche amministrativo dei pezzi di ricambio dei mezzi e delle derrate alimentari per la sezione.

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Sabatino in caserma con i suoi Commilitoni, 1962, 12 cm x 12 cm

Eccolo qui in una foto degli anni sessanta che lo ritrae in Caserma coi suoi commilitoni.

Andò in pensione nel 1978 e fu congedato con la Medaglia a Croce alla carriera militare con il Titolo di Aiutante Maresciallo Maggiore con l’onorificenza di Cavaliere della Repubblica datagli dall’allora Presidente Pertini.

Mia mamma mi racconta che era un ottimo cuoco, un papà, un nonno e un marito affettuosissimo, rigido nelle regole ma estremamente legato ai suoi affetti, forse proprio perché aveva rischiato più e più volte di perderli o di non avere la possibilità di avere una famiglia tutta sua.

Un aneddoto che da sempre accompagna il ricordo del mio bisnonno è che ogni volta che la famiglia si riuniva a casa sua per il Natale, la Pasqua o altre ricorrenze…si diceva che lui cucinasse “per un reggimento”, ma senza mai sprecare neppure una briciola!!! Forse proprio perché quel suo dover sostentare e procurare cibo per i suoi compagni di guerra lo aveva profondamente coinvolto.

Purtroppo non ho avuto la possibilità di conoscerlo perché è morto prima che io nascessi, il 2 novembre del 1997, ma in compenso eccomi qui in una bella foto del 3 novembre 2005, che mi ritrae appena nato accanto alla mia ormai novantenne bisnonna Titina, sua moglie, visibilmente euforica, molto orgogliosa ed emozionata per l’arrivo del suo primo pronipote.

FOTO 5

Io e la mia bisnonna; 3 novembre 2005, 9 cm x 16 cm

Mia nonna, “La signora marchesa”, di Vittoria Violante, III E

Non mi sarei mai aspettata di ritrovarmi in questa situazione.

Come ogni anno, il giorno del compleanno di mio nonno, tutta la famiglia si è riunita per un grande pranzo, fino a quando non è arrivato il “momento dei ricordi”. Mi spiego meglio. In questa particolare fase dei festeggiamenti mio nonno recupera alcune fotografie speciali, un po’ rovinate e in bianco e nero, appartenenti al passato: stavolta ha voluto ricordare la nonna. Mai avrei immaginato che il recupero della memoria mi avrebbe poi spinta a raccontarvi la storia di mia nonna paterna, Rosalia Ruggi d’Aragona.

Ricevimento a casa Rispoli, Corso Vittorio Emanuele, Napoli, 1924-1925

Nella foto di gruppo, tratta da un album fotografico, possiamo ammirare un ricevimento in maschera a casa Rispoli, la famiglia materna di mia nonna, cioè la dimora del mio trisavolo Francesco Rispoli, situata a Napoli, in Corso Vittorio Emanuele. Mia nonna non vi appare, probabilmente perché all’epoca troppo piccola. La ripresa fotografica può infatti collocarsi nella prima metà degli anni ’20 del secolo scorso e, per quanto sfocata, consente di intuire un contesto sontuoso, con le pareti ed il soffitto affrescato e illuminazione affidata ad eleganti appliquesi. La famiglia, infatti, apparteneva all’alta borghesia napoletana. Il capostipite, ingegnere, era titolare di un’importante impresa di costruzioni e si occupava di grandi opere, come quella della ristrutturazione del Teatro San Carlo.

Rosalia nacque a Napoli -il 2 luglio 1921 ed è venuta a mancare il 23 dicembre 2013, il giorno del mio ottavo onomastico – da Emma Rispoli ed Enrico Ruggi d’Aragona. Mia nonna per esaudire una promessa fatta a suo padre – il quale, attesa l’assenza di discendenti maschi, non voleva che il proprio ramo familiare perdesse la memoria delle proprie origini – nel 2006 ottenne che i propri figli potessero affiancare a quello paterno il cognome nobiliare Ruggi d’Aragona. È proprio per questa promessa che io oggi porto il cognome “Violante Ruggi d’Aragona”.

La famiglia Ruggi ha origini antichissime. Probabilmente il cognome è derivato dal Rouge bretone o normanno o, forse, da un Roux longobardo. Ciò che è certo è la presenza alle origini dell’albero genealogico familiare di un latinizzato Rugius. Lo stemma originale, talvolta raffigura un leone dorato in banda argentea in uno scudo rosso. È plausibile che si tratti di conquistatori arrivati nel Mezzogiorno d’Italia, che seppero stringere, quali nobili di spada, rapporti con le diverse dinastie, che si succedettero nel governo del territorio. Esistono due rami della famiglia, quello originario di Salerno e uno napoletano, sebbene la questione sia un po’ controversa.

Stemma originale della famiglia Ruggi d’Aragona

A partire dal 1522 la famiglia, che si era distinta nella difesa di Rodi durante l’assalto ottomano, acquisì per concessione dei sovrani di Spagna il titolo di d’Aragona e la legittimazione ad inserire nel proprio stemma i pali gialli e rossi del casato aragonese.

Stemma della famiglia Ruggi d’Aragona dopo il 1522

Inoltre, sembra che i rapporti con il ceppo originario non dovettero mai cessare.

La Repubblica Napoletana del 1799 costituì un evento sconvolgente : alcuni esponenti che vi aderirono pagarono poi con la vita e la privazione del titolo nobiliare questa scelta: altri assunsero una posizione più ambigua, mentre altri ancora rimasero fedeli ai Borbone. Questo episodio glorioso e triste della città di Napoli è raccontato da un famoso romanzo di Enzo Striano, Il resto di niente, da cui sono tratte queste scene di un film molto bello della regista napoletana Antonietta De Lillo.

In quei drammatici eventi si ebbe una frattura interna alla famiglia, che rese i legami molto più confusi, in particolare quelli con il ramo partenopeo, che maggiormente si era esposto. Il ramo napoletano, a cui appartengo, solo dopo l’Unità d’Italia ha ottenuto la riabilitazione, alla stregua di “martiri”, degli avvocati Antonio e Ferdinando che erano coinvolti nella Repubblica Napoletana e la restituzione del titolo di “d’Aragona”.

Nel corso dell’Ottocento l’antica residenza familiare salernitana venne inoltre donata al Comune di Salerno. Tale edificio poi divenne un ospedale, che ancora oggi porta il nome di “San Giovanni di Dio e Ruggi d’Aragona”.

È quindi da una unione tra aristocrazia di derivazione feudale e ricca borghesia cittadina che nacque mia nonna, la cui madre aveva seguito – cosa rarissima per l’epoca – il percorso di studi fino al conseguimento del diploma di scuola media superiore, nonostante il padre le avesse, poi, proibito di impegnarsi nel mondo del lavoro, perché convinto che il lavoro non fosse adatto a una ragazza di buona famiglia.

Emma Rispoli, Studio fotografico Marvuglia, Napoli 1905-1910

Nella foto in bianco e nero è ritratta, in primo piano, la madre di mia nonna, Emma Rispoli. La fotografia fu scattata a Napoli dal fotografo Marvuglia, in via Roma 305. Mi colpisce l’eleganza della cornice con disegni in rilevo a tema floreale.

Ricevimento in casa Rispoli, Via Tarantino, Napoli 1936 (cm 16,5 x 23)

Questa foto, scattata nell’appartamento vomerese di famiglia, risale a quando mia nonna aveva circa quindici anni (1936), sempre in occasione di una festa di Carnevale, come possiamo notare dall’abbigliamento dei presenti. Il contesto è sicuramente meno sontuoso, avendo la famiglia subito nel frattempo notevoli rovesci finanziari. Le persone riconoscibili in questa foto sono solo tre: la mia pro-zia, Vittoria; la sorella di mia nonna, Maria; mia nonna (la ragazza il cui volto, purtroppo, è scarsamente visibile in alto a destra). L’atmosfera che traspare da questa immagine è leggera e gioiosa, come ci si aspetta in una festa in maschera.

Posso, inoltre, aggiungere che nella fotografia sono presenti solo donne, fatta eccezione per un uomo in piedi sulla destra.

Ciò che caratterizza questa fotografia rispetto alla precedente, è che nonostante le vicissitudini, cui ho fatto riferimento, la famiglia non avesse abbandonato le proprie consuetudini. La foto assume più il carattere del “ricordo” personale”, che non quello di rappresentazione di un “evento”.

Come sua madre, anche mia nonna ebbe presto ambizioni culturali e lavorative non comuni in quel periodo per una donna. Infatti Rosalia, dopo aver preso la maturità classica, ottenne di frequentare l’Università, arrivando a conseguire, nel pieno degli eventi bellici, la laurea in lettere che le aprì, poi, le porte del mondo del lavoro in un’epoca in cui ancora limitatissimi erano gli sbocchi consentiti alle donne. A soli 22 anni, cominciò ad insegnare Lettere classiche in una scuola di Sapri, nel 1943 quando dopo lo sbarco degli alleati in Sicilia, fu chiamata per un incarico di pochi mesi. In questo video dell’istituto Luce sono registrati diversi momenti dell’evento che diede inizio alla liberazione del nostro paese.


La lunga carriera di Rosalia l’ha vista in cattedra fino all’età di 67 anni. In verità, mia nonna avrebbe, addirittura, voluto iscriversi a medicina, ma suo padre si oppose fermamente, convinto che il lavoro di medico non si addicesse ad una donna.

Primo piano Rosalia, Napoli, 1941. (cm 8,3 x 13)

Questa foto, in bianco e nero (scattata nel 1941 circa), è un primo piano di mia nonna, all’epoca ventenne, che, in una posa suggerita dal fotografo, guarda verso l’obiettivo della macchina fotografica. Osservandola ho potuto constatare la forte rassomiglianza di mia nonna sia con mia sorella, Alessandra, che con mia zia Piera, mentre nello sguardo ritengo di poter riconoscere alcuni tratti di mio padre Giancarlo.

In occasione delle quattro giornate di Napoli (27 settembre-30 settembre 1943), la nonna diede un importante aiuto ai partigiani. Difatti insieme ad una parente si dedicò alla raccolta ed al trasporto presso il liceo Sannazaro – dove i partigiani stabilirono la loro “base” – di bende e quanto necessario per la cura dei feriti nei combattimenti.

Fu durante questi avvenimenti che Rosalia conobbe Aedo Violante (Napoli 1925-2019), suo futuro sposo. In questo video ci sono interessanti testimonianze di chi ha partecipato alle quattro giornate.

Foto di classe, Liceo Classico Garibaldi, Napoli, 1958-1962 ( cm 12,9 x 17,7)

Come già raccontavo, la nonna era un’insegnante: lei amava insegnare e formare altre giovani menti per indirizzarle verso il proprio futuro. Questa foto, in bianco e nero, venne scattata a Napoli, probabilmente nel liceo classico Garibaldi, tra il 1958 e il 1962 a giudicare dalle acconciature super cotonate e dal modo di vestirsi. Mia nonna è, ovviamente, la donna adulta con il soprabito seduta tra le alunne (una classe evidentemente di sole donne); tutte indossavano, come si usava all’epoca, anche negli istituti superiori, il grembiule.

Dopo aver insegnato per diversi anni al Garibaldi, mia nonna ha insegnato anche al liceo scientifico di Fuorigrotta, per poi chiudere la sua carriera al liceo classico Jacopo Sannazaro.

Quello che mi sembra più opportuno sottolineare è che ancora oggi numerosi ex allievi ne parlano con devozione e rispetto. In particolare una allieva, a sua volta insegnante, poco prima che mia nonna morisse, le inviò, attraverso mia zia, anche lei insegnante, un brillante elaborato scritto da una sua studentessa, dicendo di riferirle “vorrei sapesse che se oggi c’è una studentessa che scrive in questo modo è perché io sono riuscita a trasferirle, a mia volta, solo in minima parte ciò che lei mi ha insegnato”.

Credo perciò che mia nonna abbia contribuito, a suo modo ed in un’epoca in cui molti lavori – quale ad es. quello di magistrato – erano preclusi alle donne, a dimostrare nei fatti la piena parità tra donne ed uomini.

Aedo e Rosalia, Napoli, 2012

Ecco qui invece una foto a colori più recente di mia nonna, insieme a suo marito, Silio Italico Aedo (a sua volta protagonista di una vita intensa, caratterizzata dal riconoscimento del titolo di Commendatore della Repubblica, per meriti partigiani, ma questa è un’altra storia), scattata nel 2012 a casa di mia zia, l’autrice dello scatto. Mio nonno e mia nonna guardano l’obiettivo sorridenti, mentre stringono tra le mani un bicchiere di champagne, molto probabilmente in occasione di una festa di compleanno.

Mia nonna inoltre, già anziana, ha recitato assieme ad Ennio Fantastichini , nel ruolo della “Signora Marchesa”, in un corto del regista Pappi Corsicato, prodotto dal pastificio Garofalo, dal titolo “Questioni di gusto”. Ho scelto questo video ridotto in cui mia nonna compare nelle ultime scene.

Ed è così che si conclude il nostro breve, ma intenso viaggio nella vita di una donna intelligente e diversa da molte altre sue coetanee, appunto un’eccezione.

La mia bisnonna Luisa e il suo grande cuore, di Antonio Garzillo, I M

Garzillo 1

Formato 14×20 Foto che rappresenta la mia bisnonna nel cortile dell’ospedale Annunziata, trovata in album di mia nonna.

Questa è una foto della mia bisnonna Luisa la madre di mia nonna… Purtroppo non ho avuto l’occasione di conoscerla perché è morta a 70 anni insieme al mio bisnonno. Con lui (il mio bisnonno) ha avuto la bellezza di sette figli tra cui mia nonna Assunta Castellano. La mia bisnonna lavorava all’Ospedale Annunziata dove, all’epoca, venivano accolti i bambini abbandonati e, poiché nonna Luisa aveva un animo buono,  quando trovava un bambino superstite della guerra coglieva l’attimo per portarlo in ospedale, insieme a lei.

In ospedale lavorava anche sua sorella Anna che aiutava Luisa a raccogliere quanti più feriti e bambini poteva. Finita la guerra nonna Luisa si dedica di più alla famiglia, che in quel periodo si trasferisce restando sempre al Vomero.

Garzillo 2

Formato 19×12 Anno 1950 circa

Questa è la foto del mio bisnonno Salvatore. A quei tempi,  lavorava come attore di fotoromanzi (parliamo del periodo subito dopo la II Guerra Mondiale). Da piccolo il mio bisnonno aveva poca fiducia in sé stesso, perché il padre gli diceva sempre che non avrebbe mai avuto un futuro, ma c’era una sola persona che lo incoraggiava sempre: suo fratello Antonio. Quando il padre si comportava in maniera dura con Salvatore, Antonio consolava il fratello pieno di lacrime che si nascondeva sotto le coperte (forse è da lui che ho preso il mio carattere e il mio nome). Nonno Salvatore è cresciuto con suo fratello che gli è stato d’appoggio finché i loro genitori si separarono e di Antonio non si ebbero più notizie.

Una volta adulto nonno Salvatore sposò Luisa e (come ho detto prima) hanno avuto la bellezza di 7 figli compresa mia nonna.

Nonno Salvatore partì, per un paio di mesi, per la guerra. Una volta tornato aprì un scuola di recitazione… Faccio le mie più sentite scuse per non essere riuscito a trovare il nome della scuola aperta dal mio bis nonno.