Una FREDDA guerra… , di Matteo Vitale, III A

Quella che vi voglio raccontare è la storia del mio bisnonno materno. Ho trovato nei cassetti di un armadio dei miei nonni tanti ricordi… fotografie, lettere, cappelli e divise, giochi di altri tempi… Quello che mi ha più colpito è stato il racconto sulla vita del mio bisnonno Sabatino e della sua partecipazione alla Seconda Guerra Mondiale.

Si chiamava Sabatino Manfredi ed era nato il 23 gennaio del 1917, era il terzo di sei figli e i suoi genitori si chiamavano Amalia e Egidio (nome che poi fu dato al mio nonno materno, suo secondogenito).

FOTO 1

Il mio bisnonno, 1954, 10 cm x 15 cm

Eccolo qui, ritratto in una bella foto in primo piano in una occasione ufficiale. Sulla divisa sono visibili i simboli delle Campagne a cui prese parte, nonché i gradi.

Il suo papà morì molto presto e, a quei tempi, nelle famiglie così numerose, toccava ai figli maschi farsi carico della mamma e delle sorelle. Fu così che essendo il primo figlio maschio fu subito iniziato alla leva militare e, appena raggiunta la maggiore età si arruolò nell’esercito Italiano, siamo nel 1935.

Soltanto 5 anni dopo, ahimè, l’Italia entrò in guerra, nell’ambito del Secondo Conflitto Mondiale. Il mio bisnonno era arruolato nella sezione dell’Artiglieria Pesante e faceva parte delle truppe che si muovevano sui carri armati (i Panzer). Ebbe il suo battesimo di fuoco con la Campagna dei Balcani, prendendo parte all’invasione della Jugoslavia. Si registrò una vittoria per l’Asse e si spianò la strada per l’avanzata verso la Russia. Partirono dalle basi in Albania, a Zara e in Istria e scesero a mano a mano nel territorio del Regno di Jugoslavia con divisioni di fanteria, motorizzate e corazzate. Il mio bisnonno si occupava anche degli approvvigionamenti e quindi doveva procurare beni di primissima necessità e derrate alimentari per la sezione a cui era stato affidato.

Dopo poco, ebbe inizio la Campagna di Russia. Qui il racconto si fa più duro: raccontava di grandi sofferenze dovute al freddo, alla mancanza di viveri, alla perdita di tanti commilitoni ormai diventati suoi amici. L’evento più drammatico corrisponde al racconto della Battaglia soprannominata della “Sacca del Don”. È il 26 gennaio del 1943 e mentre il grande inverno russo sferza le truppe, le residue forze dell’Asse cercano caoticamente di ripiegare nella parte meridionale del fronte orientale, a seguito del crollo del fronte sul fiume Don. Gli ultimi resti delle forze italo-tedesche-ungheresi, si trovano a dover affrontare alcuni reparti dell’Armata Rossa che si era stabilita nella cittadina di Nikolaevka per impedire la loro fuga. Di fatto, si ritrovarono accerchiati nella cosiddetta Sacca del Don.

 Il mio bisnonno Sabatino, insieme ad altri commilitoni che lo aiutarono nell’impresa, riuscì a salvare molti soldati, nonché il suo capitano, svuotando i camion che erano destinati al trasporto di viveri, armi, benzina e altri mezzi di sostentamento e riempiendoli di uomini, permettendogli in questo modo di superare l’accerchiamento e sfuggire a morte certa. In quella battaglia persero la vita 3.000 soldati, ma se ne salvarono in questo modo più del doppio.

Riuscito a sopravvivere a questa atroce esperienza, che lo segnò per sempre, rientrò in Patria e fu mandato prima a Bologna, poi a Firenze. In questo periodo andava e veniva da Napoli con il treno, che allora ci metteva tantissimo tempo a compiere i tragitti.

Ebbe anche la fortuna di incontrare l’amore della sua vita nella sua città natale e dopo un lungo fidanzamento, rigorosamente “in casa” (non poteva uscire da solo con la fidanzata, ma sempre accompagnato dalla mamma di lei!!!) finalmente il 5 gennaio del 1948 si sposò con la mia bisnonna Immacolata Esposito (per noi tutti in famiglia, Titina). Nel 1951 e nel 1954 ebbero due figli maschi il primo, Pio, il secondo Egidio, che poi sarebbe diventato papà della mia mamma.

FOTO 2

Titina a Napoli, 1945, 12 cm x 18 cm

Ecco la giovane Immacolata, è il 1945, ritratta a via Toledo nei pressi dell’edificio storico del Banco di Napoli, con alle spalle un gruppo di militari. Era normale, in quegli anni, vedere soldati per le strade delle città.

FOTO 3

Titina e suo figlio Pio, Napoli, 1949, 10 cm x 15 cm

Ed eccola sfoggiare con orgoglio il suo primogenito.

Quando finalmente fu definitivamente stanziato a Napoli, faceva parte della 10° SEZIONE O.R.M.E. Officina Riparazioni Mezzi Esercito come Furiere cioè addetto al controllo anche amministrativo dei pezzi di ricambio dei mezzi e delle derrate alimentari per la sezione.

FOTO 4

Sabatino in caserma con i suoi Commilitoni, 1962, 12 cm x 12 cm

Eccolo qui in una foto degli anni sessanta che lo ritrae in Caserma coi suoi commilitoni.

Andò in pensione nel 1978 e fu congedato con la Medaglia a Croce alla carriera militare con il Titolo di Aiutante Maresciallo Maggiore con l’onorificenza di Cavaliere della Repubblica datagli dall’allora Presidente Pertini.

Mia mamma mi racconta che era un ottimo cuoco, un papà, un nonno e un marito affettuosissimo, rigido nelle regole ma estremamente legato ai suoi affetti, forse proprio perché aveva rischiato più e più volte di perderli o di non avere la possibilità di avere una famiglia tutta sua.

Un aneddoto che da sempre accompagna il ricordo del mio bisnonno è che ogni volta che la famiglia si riuniva a casa sua per il Natale, la Pasqua o altre ricorrenze…si diceva che lui cucinasse “per un reggimento”, ma senza mai sprecare neppure una briciola!!! Forse proprio perché quel suo dover sostentare e procurare cibo per i suoi compagni di guerra lo aveva profondamente coinvolto.

Purtroppo non ho avuto la possibilità di conoscerlo perché è morto prima che io nascessi, il 2 novembre del 1997, ma in compenso eccomi qui in una bella foto del 3 novembre 2005, che mi ritrae appena nato accanto alla mia ormai novantenne bisnonna Titina, sua moglie, visibilmente euforica, molto orgogliosa ed emozionata per l’arrivo del suo primo pronipote.

FOTO 5

Io e la mia bisnonna; 3 novembre 2005, 9 cm x 16 cm

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Mia nonna, “La signora marchesa”, di Vittoria Violante, III E

Non mi sarei mai aspettata di ritrovarmi in questa situazione.

Come ogni anno, il giorno del compleanno di mio nonno, tutta la famiglia si è riunita per un grande pranzo, fino a quando non è arrivato il “momento dei ricordi”. Mi spiego meglio. In questa particolare fase dei festeggiamenti mio nonno recupera alcune fotografie speciali, un po’ rovinate e in bianco e nero, appartenenti al passato: stavolta ha voluto ricordare la nonna. Mai avrei immaginato che il recupero della memoria mi avrebbe poi spinta a raccontarvi la storia di mia nonna paterna, Rosalia Ruggi d’Aragona.

Ricevimento a casa Rispoli, Corso Vittorio Emanuele, Napoli, 1924-1925

Nella foto di gruppo, tratta da un album fotografico, possiamo ammirare un ricevimento in maschera a casa Rispoli, la famiglia materna di mia nonna, cioè la dimora del mio trisavolo Francesco Rispoli, situata a Napoli, in Corso Vittorio Emanuele. Mia nonna non vi appare, probabilmente perché all’epoca troppo piccola. La ripresa fotografica può infatti collocarsi nella prima metà degli anni ’20 del secolo scorso e, per quanto sfocata, consente di intuire un contesto sontuoso, con le pareti ed il soffitto affrescato e illuminazione affidata ad eleganti appliquesi. La famiglia, infatti, apparteneva all’alta borghesia napoletana. Il capostipite, ingegnere, era titolare di un’importante impresa di costruzioni e si occupava di grandi opere, come quella della ristrutturazione del Teatro San Carlo.

Rosalia nacque a Napoli -il 2 luglio 1921 ed è venuta a mancare il 23 dicembre 2013, il giorno del mio ottavo onomastico – da Emma Rispoli ed Enrico Ruggi d’Aragona. Mia nonna per esaudire una promessa fatta a suo padre – il quale, attesa l’assenza di discendenti maschi, non voleva che il proprio ramo familiare perdesse la memoria delle proprie origini – nel 2006 ottenne che i propri figli potessero affiancare a quello paterno il cognome nobiliare Ruggi d’Aragona. È proprio per questa promessa che io oggi porto il cognome “Violante Ruggi d’Aragona”.

La famiglia Ruggi ha origini antichissime. Probabilmente il cognome è derivato dal Rouge bretone o normanno o, forse, da un Roux longobardo. Ciò che è certo è la presenza alle origini dell’albero genealogico familiare di un latinizzato Rugius. Lo stemma originale, talvolta raffigura un leone dorato in banda argentea in uno scudo rosso. È plausibile che si tratti di conquistatori arrivati nel Mezzogiorno d’Italia, che seppero stringere, quali nobili di spada, rapporti con le diverse dinastie, che si succedettero nel governo del territorio. Esistono due rami della famiglia, quello originario di Salerno e uno napoletano, sebbene la questione sia un po’ controversa.

Stemma originale della famiglia Ruggi d’Aragona

A partire dal 1522 la famiglia, che si era distinta nella difesa di Rodi durante l’assalto ottomano, acquisì per concessione dei sovrani di Spagna il titolo di d’Aragona e la legittimazione ad inserire nel proprio stemma i pali gialli e rossi del casato aragonese.

Stemma della famiglia Ruggi d’Aragona dopo il 1522

Inoltre, sembra che i rapporti con il ceppo originario non dovettero mai cessare.

La Repubblica Napoletana del 1799 costituì un evento sconvolgente : alcuni esponenti che vi aderirono pagarono poi con la vita e la privazione del titolo nobiliare questa scelta: altri assunsero una posizione più ambigua, mentre altri ancora rimasero fedeli ai Borbone. Questo episodio glorioso e triste della città di Napoli è raccontato da un famoso romanzo di Enzo Striano, Il resto di niente, da cui sono tratte queste scene di un film molto bello della regista napoletana Antonietta De Lillo.

In quei drammatici eventi si ebbe una frattura interna alla famiglia, che rese i legami molto più confusi, in particolare quelli con il ramo partenopeo, che maggiormente si era esposto. Il ramo napoletano, a cui appartengo, solo dopo l’Unità d’Italia ha ottenuto la riabilitazione, alla stregua di “martiri”, degli avvocati Antonio e Ferdinando che erano coinvolti nella Repubblica Napoletana e la restituzione del titolo di “d’Aragona”.

Nel corso dell’Ottocento l’antica residenza familiare salernitana venne inoltre donata al Comune di Salerno. Tale edificio poi divenne un ospedale, che ancora oggi porta il nome di “San Giovanni di Dio e Ruggi d’Aragona”.

È quindi da una unione tra aristocrazia di derivazione feudale e ricca borghesia cittadina che nacque mia nonna, la cui madre aveva seguito – cosa rarissima per l’epoca – il percorso di studi fino al conseguimento del diploma di scuola media superiore, nonostante il padre le avesse, poi, proibito di impegnarsi nel mondo del lavoro, perché convinto che il lavoro non fosse adatto a una ragazza di buona famiglia.

Emma Rispoli, Studio fotografico Marvuglia, Napoli 1905-1910

Nella foto in bianco e nero è ritratta, in primo piano, la madre di mia nonna, Emma Rispoli. La fotografia fu scattata a Napoli dal fotografo Marvuglia, in via Roma 305. Mi colpisce l’eleganza della cornice con disegni in rilevo a tema floreale.

Ricevimento in casa Rispoli, Via Tarantino, Napoli 1936 (cm 16,5 x 23)

Questa foto, scattata nell’appartamento vomerese di famiglia, risale a quando mia nonna aveva circa quindici anni (1936), sempre in occasione di una festa di Carnevale, come possiamo notare dall’abbigliamento dei presenti. Il contesto è sicuramente meno sontuoso, avendo la famiglia subito nel frattempo notevoli rovesci finanziari. Le persone riconoscibili in questa foto sono solo tre: la mia pro-zia, Vittoria; la sorella di mia nonna, Maria; mia nonna (la ragazza il cui volto, purtroppo, è scarsamente visibile in alto a destra). L’atmosfera che traspare da questa immagine è leggera e gioiosa, come ci si aspetta in una festa in maschera.

Posso, inoltre, aggiungere che nella fotografia sono presenti solo donne, fatta eccezione per un uomo in piedi sulla destra.

Ciò che caratterizza questa fotografia rispetto alla precedente, è che nonostante le vicissitudini, cui ho fatto riferimento, la famiglia non avesse abbandonato le proprie consuetudini. La foto assume più il carattere del “ricordo” personale”, che non quello di rappresentazione di un “evento”.

Come sua madre, anche mia nonna ebbe presto ambizioni culturali e lavorative non comuni in quel periodo per una donna. Infatti Rosalia, dopo aver preso la maturità classica, ottenne di frequentare l’Università, arrivando a conseguire, nel pieno degli eventi bellici, la laurea in lettere che le aprì, poi, le porte del mondo del lavoro in un’epoca in cui ancora limitatissimi erano gli sbocchi consentiti alle donne. A soli 22 anni, cominciò ad insegnare Lettere classiche in una scuola di Sapri, nel 1943 quando dopo lo sbarco degli alleati in Sicilia, fu chiamata per un incarico di pochi mesi. In questo video dell’istituto Luce sono registrati diversi momenti dell’evento che diede inizio alla liberazione del nostro paese.


La lunga carriera di Rosalia l’ha vista in cattedra fino all’età di 67 anni. In verità, mia nonna avrebbe, addirittura, voluto iscriversi a medicina, ma suo padre si oppose fermamente, convinto che il lavoro di medico non si addicesse ad una donna.

Primo piano Rosalia, Napoli, 1941. (cm 8,3 x 13)

Questa foto, in bianco e nero (scattata nel 1941 circa), è un primo piano di mia nonna, all’epoca ventenne, che, in una posa suggerita dal fotografo, guarda verso l’obiettivo della macchina fotografica. Osservandola ho potuto constatare la forte rassomiglianza di mia nonna sia con mia sorella, Alessandra, che con mia zia Piera, mentre nello sguardo ritengo di poter riconoscere alcuni tratti di mio padre Giancarlo.

In occasione delle quattro giornate di Napoli (27 settembre-30 settembre 1943), la nonna diede un importante aiuto ai partigiani. Difatti insieme ad una parente si dedicò alla raccolta ed al trasporto presso il liceo Sannazaro – dove i partigiani stabilirono la loro “base” – di bende e quanto necessario per la cura dei feriti nei combattimenti.

Fu durante questi avvenimenti che Rosalia conobbe Aedo Violante (Napoli 1925-2019), suo futuro sposo. In questo video ci sono interessanti testimonianze di chi ha partecipato alle quattro giornate.

Foto di classe, Liceo Classico Garibaldi, Napoli, 1958-1962 ( cm 12,9 x 17,7)

Come già raccontavo, la nonna era un’insegnante: lei amava insegnare e formare altre giovani menti per indirizzarle verso il proprio futuro. Questa foto, in bianco e nero, venne scattata a Napoli, probabilmente nel liceo classico Garibaldi, tra il 1958 e il 1962 a giudicare dalle acconciature super cotonate e dal modo di vestirsi. Mia nonna è, ovviamente, la donna adulta con il soprabito seduta tra le alunne (una classe evidentemente di sole donne); tutte indossavano, come si usava all’epoca, anche negli istituti superiori, il grembiule.

Dopo aver insegnato per diversi anni al Garibaldi, mia nonna ha insegnato anche al liceo scientifico di Fuorigrotta, per poi chiudere la sua carriera al liceo classico Jacopo Sannazaro.

Quello che mi sembra più opportuno sottolineare è che ancora oggi numerosi ex allievi ne parlano con devozione e rispetto. In particolare una allieva, a sua volta insegnante, poco prima che mia nonna morisse, le inviò, attraverso mia zia, anche lei insegnante, un brillante elaborato scritto da una sua studentessa, dicendo di riferirle “vorrei sapesse che se oggi c’è una studentessa che scrive in questo modo è perché io sono riuscita a trasferirle, a mia volta, solo in minima parte ciò che lei mi ha insegnato”.

Credo perciò che mia nonna abbia contribuito, a suo modo ed in un’epoca in cui molti lavori – quale ad es. quello di magistrato – erano preclusi alle donne, a dimostrare nei fatti la piena parità tra donne ed uomini.

Aedo e Rosalia, Napoli, 2012

Ecco qui invece una foto a colori più recente di mia nonna, insieme a suo marito, Silio Italico Aedo (a sua volta protagonista di una vita intensa, caratterizzata dal riconoscimento del titolo di Commendatore della Repubblica, per meriti partigiani, ma questa è un’altra storia), scattata nel 2012 a casa di mia zia, l’autrice dello scatto. Mio nonno e mia nonna guardano l’obiettivo sorridenti, mentre stringono tra le mani un bicchiere di champagne, molto probabilmente in occasione di una festa di compleanno.

Mia nonna inoltre, già anziana, ha recitato assieme ad Ennio Fantastichini , nel ruolo della “Signora Marchesa”, in un corto del regista Pappi Corsicato, prodotto dal pastificio Garofalo, dal titolo “Questioni di gusto”. Ho scelto questo video ridotto in cui mia nonna compare nelle ultime scene.

Ed è così che si conclude il nostro breve, ma intenso viaggio nella vita di una donna intelligente e diversa da molte altre sue coetanee, appunto un’eccezione.

Frammenti di storia della mia famiglia, di Marta Tuccillo, I M

marta 1

11,5×16 foto trovata in un album da ricordi a casa dei miei nonni materni

Nella foto è ritratta la mia bisnonna Marcella al centro con le due sorelle maggiori, Maria e Antonina. Però manca il fratello primogenito Stefano. Vivevano in Sicilia a Messina. Questa è l’ultima foto scattata prima del terremoto di Messina. Quando avvenne il terremoto, il 28 dicembre 1908, Marcella era da poco andata a Napoli dagli zii per Natale, con l’intenzione di rimanerci un mese. Ma durante il terremoto perì l’intera famiglia. Rimase a vivere con gli zii a Napoli. Quando accadde aveva appena sei anni, e crebbe pensando che quelli fossero i suoi genitori.

marta 2

6×7,5 foto trovata in un album da ricordi a casa dei miei nonni materni

Qui c’è la mia bisnonna Marcella con sua zia Anna e il marito Alcibiade, divenuti di fatto genitori adottivi. Da notare è l’eleganza dell’abbigliamento, in particolare l’ampio cappello della zia, il colletto rigido dello zio e la veste della mia bisnonna Marcella. Alcibiade era un farmacista, quindi potevano permettersi abiti costosi.

marta 3

6×10 foto trovata in un album da ricordi a casa dei miei nonni materni

Qui Marcella in abiti tipici siciliani, probabilmente in occasione di un carnevale. La zia conservava gli abiti tradizionali siciliani in ricordo della sua terra di origine e della sua famiglia.

marta 4

6×9 foto conservata in un cassetto a casa dei miei nonni materni

Questo invece è il mio bisnonno Peter. Lui, nato in Ungheria e laureato in medicina a Seged, innamorato dell’Italia volle trasferirsi a Napoli dove dovette riprendere gli studi poiché non gli venne riconosciuta la laurea ungherese, per laurearsi nuovamente in medicina e chirurgia nell’Università di Napoli Federico II. Durante il periodo degli studi conobbe Marcella e se ne innamorò. Il mio bisnonno decise di svolgere la specialità di odontoiatria. Successivamente si è sposato e si è trasferito a Sorrento dove sono nati tre figli, Giorgio, Gerardo e mio nonno Fernando.

marta 5

8×5,5 foto conservata in un cassetto a casa dei miei nonni materni 1941

Questa foto è del natale 1941. L’Italia è in guerra ed anche i giochi dei ragazzi riflettono l’atmosfera bellica. Mio nonno Fernando ha 5 anni e indossa un berretto dei cavalieri di Sardegna, mentre suo fratello Giorgio indossa un elmetto e suo fratello Gerardo suona il tamburo come i tamburini che incitavano i soldati alla battaglia.

marta 6

5,5×8,5 foto conservate in un cassetto dei miei nonni materni

marta 7

5,5×8,5 foto conservate in un cassetto dei miei nonni materni

Queste foto sono del 1942. L’Italia è in guerra e tutti i bambini e adulti sono inquadrati militarmente. Mio nonno Fernando e suo fratello Giorgio erano figli della lupa. Era il grado militare dei bambini dai 6 agli 8 anni. Nella prima immagine mio nonno di anni sei è sull’attenti. Nella seconda foto i due fratelli fanno il saluto romano ovvero il saluto fascista.

marta 8

11×18 agenda conservata in un armadio a casa dei miei nonni materni

Durante il regime fascista venivano riprodotti i simboli del fascismo anche sugli oggetti di uso comune, come sull’agenda di mio nonno riportata nella foto.

marta 9

13×8 foto conservata in un cassetto dei miei nonni materni

Foto del 1941. Mio nonno, visto di spalle, e suo fratello Giorgio mentre ballano in costume tradizionale popolare la tarantella. I ragazzi delle scuole elementari dovevano dare spettacolo del ballo tradizionale Sorrentino ai militari che venivano a Sorrento in convalescenza dalle ferite riportate in guerra.

Nel marzo del 1944 ci fu una violenta eruzione del Vesuvio. A Sorrento cadde una quantità notevole di cenere. Il mio bisnonno Peter temendo che il soffitto della casa potesse cedere sotto il peso della cenere, incurante del pericolo, si recò sul tetto e con una pala rimosse una quantità notevole di cenere. Lo aiutarono i figli Giorgio, di anni 10, e mio nonno, di anni 8. Essi lavorarono con un velo applicato sulla bocca per non ingerire la cenere che incessantemente cadeva dal cielo.

Un episodio grottesco è quello vissuto da mio nonno a scuola durante quei giorni di pioggia di cenere. La sua maestra invece di rassicurare i bambini in attesa che i genitori li venissero a prendere, parlò dell’eruzione del Vesuvio del 79 d.C. che seppellì Pompei ed Ercolano. Alcuni anni dopo il mio bisnonno Peter, mio nonno Fernando, suo fratello Giorgio ed alcuni amici, scalarono le pendici del cratere del Vesuvio legati tra loro con una fune, come si vede nella foto sotto.

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14×9 foto trovata in un album da ricordi a casa dei miei nonni materni

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9×13 foto trovata in un album da ricordi a casa dei miei nonni materni

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20×20 foto conservata in un cassetto a casa dei miei nonni materni

Infine mio nonno Fernando e mia nonna Luciana nel giorno del matrimonio, il 1° dicembre del 1965. Hanno avuto quattro figli, tra cui mia mamma Valentina, l’ultima figlia. Il loro matrimonio dura ormai da 54 anni.

Dedicato a mia nonna, di Lorenza Chianese, III E

La storia che voglio raccontarvi, è quella di mia nonna, Mariarosaria D’Avino, una persona davvero speciale, che ha vissuto e vive una vita dinamica e piena di amore. È nata nel pieno della Seconda Guerra Mondiale, l’8 Luglio del 1941, a Somma Vesuviana, seconda di cinque figli di cui quattro maschi.

Raffaele D’Avino (il padre di mia nonna) – Fotografo: Antonio Capuano- Somma Vesuviana, 1941 (13,2 x 8 )

In questa foto, a figura intera, è rappresentato il padre di mia nonna, Raffaele D’Avino. Nel 1941 era militare. Qui Indossa l’uniforme del 30° reggimento di fanteria. E’ un ritratto scattato in uno studio fotografico, come si capisce dal fondale dipinto e dalla colonnina con vaso su cui poggia la mano.

Raffaele faceva il pompiere ed era sposato con Assunta Parisi (prima di dieci figli!) che invece era casalinga. Vivevano a Somma Vesuviana. Quando Raffaele andò in guerra, nel 1941, Assunta era incinta di  due gemelle, di cui una sarebbe stata mia nonna. Dato che il bisnonno voleva essere presente al momento del parto, si misero d’accordo che Assunta si sarebbe finta malata grave così, ricevuta la comunicazione, il comando militare gli avrebbe dato il permesso di tornare. Nel 1941, quando venne il momento della nascita, l’unico ginecologo che c’era a Somma Vesuviana era andato in guerra anche lui, quindi chiamarono un’ostetrica che fece nascere prima mia nonna ma l’altra bimba la vollero far nascere il giorno dopo. Il cordone ombelicale si infettò morirono la bambina e anche Assunta, madre naturale di mia nonna. I parti avvenivano in casa e c’erano spesso rischi di morte per le donne. Ho trovato un video del 1953 nell’Archivio dell’Istituto Luce dedicato alle ostetriche e al loro ruolo a volte accanto al medico, altre volte in situazioni disagiate. Ci sono delle scene relative allo svolgimento del parto in una casa di un paese di campagna che mi hanno colpito molto. I parti in casa cominciarono a diminuire solo negli anni ’60.

Dopo l’accaduto, a Raffaele arrivò un telegramma con cui gli veniva comunicato il decesso della moglie ma lui, pensando al loro accordo, non si preoccupò. Solo all’arrivo a casa si trovò di fronte al tragico evento.

Raffaele D’Avino e Luisa Parisi, Somma Vesuviana, 1943 ( 13×8,5 )

Dopo questo lutto, Raffaele fu congedato perché vedovo con già due figli e, come accadeva spesso in quegli anni, si risposò con la sorella di Assunta, Luisa Parisi , per dare una madre ai bambini. In questa foto Raffaele e Luisa sono ritratti nel 1942, poco prima della partenza per il viaggio di nozze, a Pompei. Non deve stupire la meta della loro luna di miele, a pochi chilometri dalla città in cui vivevano, poiché non erano previsti lunghi viaggi per gli sposi a quei tempi; anche così era un lusso.

Luisa e Raffaele sono molto eleganti: lei indossa un tailleur e il cappotto di pelliccia, cappello, guanti e ha una bella borsa; lui veste con un cappotto tipico da viaggio, camicia cravatta e guanti.

Luisa Parisi (zia di mia nonna) e mia nonna, Somma Vesuviana, 1942- (13 ,2 x 8 )

Questa foto è stata scattata nel 1942 da un fotografo. La bimba seduta sul trespolo è mia nonna, Mariarosaria, all’età di diciotto mesi e la donna al suo fianco è Luisa, sua zia, che l’ha cresciuta da madre. Anche questa è una foto scattata in studio. Mi intenerisce perché penso che mia nonna non sapesse della morte della sua madre naturale; è luminosa ed ha un viso paffuto e lucido che mi fa pensare alle bambole di porcellana. Luisa è seria e leggo la tristezza nel suo sguardo che non guarda l’obiettivo, forse portava il peso del dolore per la perdita della sorella ed era consapevole della sua responsabilità. I loro sguardi non si incrociano; Luisa tiene per la manina la nonna, incapace di un gesto più materno.

Nessuno disse alla piccola Mariarosaria che Luisa non era la sua vera madre, fino a quando, a cinque anni, mentre stava a casa di sua nonna, vide una foto di Assunta. Chiese alla nonna chi fosse quella donna e lei le rispose che era la sua vera madre morta alla sua nascita. Mia nonna rimase sconvolta ed una volta tornata a casa sua, non fece domande e non tirò mai più fuori l’argomento. Nonostante questo, oggi mi racconta che quando la zia la sgridava e la richiamava, pensava sempre a come sarebbe stato se avesse avuto la sua mamma. Da queste foto non traspare nulla della guerra che era in atto però la nonna ricorda molto bene i momenti in cui, durante i bombardamenti, lei e il primo dei suoi fratelli dovevano correre nei “ricoveri”, in genere nelle cantine e negli scantinati dei palazzi.

Mia nonna a sinistra, al centro Vincenzo e a destra Giuseppe, fratelli di mia nonna , Somma Vesuviana, via Macedonia 54, 1951 ( 9,5 x 6,3 )

Questo scatto è del fratello di Luisa che veniva da Milano ed aveva acquistato una nuova macchina fotografica. Era il 1951: mia nonna è la bambina a sinistra, quello al centro è il fratello, Vincenzo che aveva tre anni, quello a destra è l’altro fratello, Giuseppe, all’età di sei anni. Il fotografo ha inquadrato, leggermente dal basso, i tre bambini che sembrano guardare l’obiettivo con un misto di timore e sorpresa. Mariarosaria mette una mano protettiva sulla spalla del fratello più piccolo che come l’altro ha in mano un monopattino con una sola rotella. I monopattini li avevano montati i due fratelli. Funzionavano così: un bambino guidava il monopattino spingendolo in avanti e gli altri dovevano rincorrerlo. Giocavano tutti i giorni in cortile al salto alla corda, alla campana, improvvisavano recite e organizzavano tanti altri giochi all’aria aperta. Oggi, non è più così; ormai i bambini giocano con giochi comprati che sono più funzionali e più belli esteticamente, ma si è forse perso il vero senso del giocare. Mia nonna, avendo quattro fratelli, è sempre cresciuta facendo giochi da maschi, senza mai avere una bambola. Ha vissuto nel benessere grazie alla posizione economica della famiglia che, oltre a contare su proprietà immobiliari, svolgeva attività di vendita di frutta.

il sacrestano, il sacerdote, mia nonna, il padre di mia nonna, Santuario di Pompei, 1959 ( 9 x 14)
 

Questa foto è stata scattata nel 1959 per immortalare il momento in cui mia nonna, dopo aver superato l’esame per la patente automobilistica ed aver ricevuto in dono un’auto, partecipa al rito della benedizione delle auto che ancora oggi si svolge nel famoso Santuario di Pompei. La foto è in bianco e nero e ritrae, in piano americano, il sacrestano, il sacerdote benedicente, mia nonna, suo padre e l’auto. Mia nonna ha diciotto anni. Lei è stata la prima nel suo paese a possedere e guidare un’auto. Iniziò a guidare così presto perché suo padre, anche se era vigile del fuoco, non sapeva guidare. L’Italia in quegli anni viveva ancora nel benessere del boom economico e le donne al volante, segno di emancipazione, erano diventate molto più numerose come si vede in questo video dell’Istituto Luce.

Mia nonna e mio nonno,- Sorrento, 26/09/1964, ( 18 x 13)

Era il 26 settembre del 1964 quando mia nonna si è sposata con mio nonno, Salvatore Chianese che faceva parte di una famiglia di professionisti ed era un dirigente dell’ Intesa San Paolo di Torino. Questa foto è stata scattata a Sorrento dove ebbe luogo luogo il ricevimento di nozze. Gli sposi sono ritratti a figura intera sullo sfondo del panorama: una tipica inquadratura dei servizi fotografici matrimoniali. Si sono conosciuti nel 1961 e da lì è nata la loro storia d’amore, una storia che non finirà mai. Nel 2009 mio nonno è volato via per un tumore ai polmoni, a causa del fumo. Nonostante questo, la nonna mi dice sempre che lei dimentica sempre tutto, ma non perderà mai la memoria del nonno.

Mia nonna e mio nonno con i figli, Baia Domizia, 1976 (18 x 11,8)
 

Nella foto, a colori, ci sono i miei nonni con i loro quattro figli. A sinistra c’è mia zia Tina che è la terza in ordine di età, affianco a lei c’è Annamaria che è la prima, poi mia zia Lisa e infine mio padre Francesco che è l’ultimo. Qui si trovavano a Baia Domizia dove trascorrevano le vacanze estive e lo zio Vittorio, fratello del nonno, ha scattato questa foto. Baia Domizia è una località del litorale campano che ebbe un grande sviluppo edilizio tra anni ’60 e ’70 e diventò la metà balneare di molte famiglie.

La nonna mi dice sempre che avrebbe voluto avere altri figli,almeno altri quattro, ma non è stato possibile perché la figlia Lisa contrasse una febbre molto alta che le provocò la paralisi di tutto il lato destro del corpo. I miei nonni sono stati in giro in tutta Italia per consultare dottori e cercare strutture ospedaliere per curare la figlia.

Oggi zia Annamaria ha una figlia ed è una pediatra, zia Lisa è laureata e anche lei ha una figlia, zia Tina fa l’avvocato ed ha due figli e mio padre lavora in banca ed ha tre figlie. Le mie zie e mio padre sono molto uniti tra loro e si aiutano e sostengono in ogni occasione.

Queste due foto sono più recenti. La prima è stata scattata da me. E’ un autoscatto, infatti io appaio, tagliata sulla destra, mentre cerco alzare l’inquadratura per far entrare tutti nella foto. E’ di questo Natale e la nonna è l’ultima sulla destra, con il pullover chiaro. La seconda foto è stata scattata nel 2011 e stiamo festeggiando i settanta anni della nonna; lei è la quarta in seconda fila, raggiante tra nipoti, figli e parenti.

Oggi, la nonna è per tutta la famiglia un punto di riferimento, un faro che illumina il nostro cammino e se siamo tutti così uniti è solo ed esclusivamente grazie a lei. E’ sempre pronta ad aiutare, a dare una mano mettendo la cura per gli altri prima di quella di sé stessa. Non ha mai conosciuto la madre, ha affrontato perdite dolorose e difficoltà, ma è sempre riuscita a trovare la forza di andare avanti. Questa narrazione è un tributo a lei, alla sua forza, alla sua presenza e l’ho costruita grazie ai suoi racconti. So che non vede l’ora di leggerla e questo pensiero mi emoziona.

Rovistando in cantina, di Maria Vittoria De Maria, A

Con l’aiuto di mia nonna ho deciso di raccontarvi le radici della mia famiglia attraverso alcune foto.

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Questa foto d’epoca in bianco e nero, che risale ai primi del novecento, è stata scattata da un fotografo dello studio “Foto La Medusa” a  Poggiomarino, paesino vesuviano in provincia di Napoli. Le persone ritratte sono i miei trisavoli Giuseppe Catalano e la moglie Immacolata, di cui non si conoscono molti particolari, e il loro figlio Antonio, morto giovanissimo a causa di una sconosciuta malattia. I familiari, li hanno voluti ritrarre insieme per ricordarli dopo la morte. Questa foto è stata trovata in una cantina della vecchia casa della mia bisnonna materna Maria Catalano data successivamente alla figlia Maria Rosaria Tutichiano, cioè mia nonna.

Qui è ritratto il mio bisnonno materno Davide Tutichiano. In questo periodo che risale alla seconda guerra mondiale, la maggior parte degli uomini si arruolava nell’esercito, tra cui il mio bisnonno con il ruolo di maresciallo.

Le foto sono state scattate in bianco e nero da alcuni militari nel 1941 in Italia, e conservate da mia nonna nell’album di famiglia.

Questi sono anni duri, dalle foto  traspare tanta durezza e tristezza per una guerra che ha portato tanti disagi , povertà ma soprattutto tanto lutto, tante vite spezzate e tanto dolore per chi è sopravvissuto.

Dopo lunghi e tremendi combattimenti e  una lunga malattia,  il mio bisnonno fu prima fatto prigioniero e , dopo essere stato rimpatriato,alla fine della guerra conosce e sposa la mia bisnonna, dalla cui unione nascono tre figli, la maggiore è la mia nonna Maria Rosaria.

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Qui è raffigurata mia nonna Maria Rosaria che gioca su un triciclo dell’epoca in una serena giornata di giochi nel cortile di casa.

La foto è stata scattata dal padre quando mia nonna aveva due anni, a Poggiomarino il 25 agosto del 1950. La foto è in bianco e nero ed è conservata nel vecchio album di mia nonna.

In quel periodo, i bambini giocavano liberi sotto gli occhi vigili di amici e parenti, la vita infatti era molto comunitaria e tutto si svolgeva nei cortili dove si riunivano le famiglie, per strada dove non c’erano tante macchine e le persone si conoscevano tutte: infatti non si conosceva la parola “solitudine”.

bisnonno

Questa foto, scattata in uno studio fotografico a Poggiomarino nel 1952, e  conservata con cura da mia nonna, nel suo vecchio album in cantina, ritrae mia nonna all’età di 4 anni con il papà.

La foto inizialmente in bianco e nero, è stata successivamente colorata a mano, uno dei primi progressi della fotografia. I due erano seri e immobili per non rovinare la foto.

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Questa foto ritrae mio nonno materno Domenico Corcione, futuro marito di mia nonna Maria Rosaria Tutichiano, all’età di 12 anni. La foto è stata scattata in bianco e nero, nel 1956, a Poggiomarino nella sua vecchia classe dove iniziò la propria adolescenza. La foto è stata scattata da un fotografo, per rappresentare un ricordo di classe. Nella foto c’è il professore con di fronte i suoi alunni, tra cui mio nonno situato in seconda fila a destra con lo sguardo rivolto al professore. Questa foto è stata trovata nell’album di mio nonno, in cantina.

Ai tempi le classi non erano dotate di materiale scolastico come adesso, come per esempio, si possono notare i banchi che ai tempi erano molto semplici e vecchi rispetto a quelli di oggi. Non esisteva la penna biro ma sui banchi c’erano i calamai e carta assorbente, perché si scriveva con il pennino.

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La foto ritrae mia nonna, Maria Rosaria Tutichiano con in braccio la mia mamma Anna Corcione all’età di un anno. La foto è stata scattata a Poggiomarino, a casa della mia bisnonna materna Anna Vitulano (la madre di mio nonno). Questa foto è stata scattata in occasione del primo compleanno di mia madre. Quando si festeggiavano i compleanni, soprattutto dei più piccoli, le case erano piene di parenti e amici, un’occasione in più per stare tutti insieme. La foto è stata trovata nell’album di mia madre, ed è stata custodita insieme a tante altre foto sue e del fratello.

La fabbrica di dolci della mia famiglia, di Sofia Tammaro, I A

Sono Sofia della I A della scuola “Viale delle Acacie”.

bottega

Sono Sofia e amo molto i dolci soprattutto i confetti perciò la foto da cui voglio iniziare perché ci tengo in modo speciale è quella della Confetteria Orefice fondata dagli antenati di mia nonna. In questa foto vediamo la fabbrica e anche il negozio come appare oggi, gestito dai cugini di papà, a Secondigliano, Napoli. La fabbrica fu fondata dal mio trisavolo paterno Orefice Giovanni nel 1905 come si può anche leggere nella foto; il logo dell’azienda è un angioletto simbolo di amore, gioia e felicità perché il mio trisavolo diceva che i confetti venivano usati in occasioni liete ed infatti sulle scatole in cui vengono confezionati ancora adesso ci sono dei cherubini. Successivamente i nipoti hanno aperto anche il negozio dove vendono oltre che i confetti sfusi anche le bomboniere. A volte sono andata con papà al negozio e così ho avuto la possibilità di vedere anche la fabbrica dove ci sono dei grandi macchinari più moderni rispetto a quelli usati inizialmente dal mio trisavolo. Questa è una foto a colori scattata da mia nonna Orefice Rosaria (sua nipote) qualche anno fa. La foto è stata conservata dalla mia nonna paterna in un album a casa sua ed è stata scattata dopo qualche giorno dall’inaugurazione. Il negozio non è tanto grande il pavimento è chiaro e ci sono molti scaffali pieni di sacchetti e contenitori con dentro i confetti di tanti gusti e colori diversi a seconda dell’occasione. Poi ci sono delle mensole su cui sono esposte le bomboniere e altri oggetti per la vendita. Infine, come si può vedere dalla foto, c’è una piccola vetrina da esposizione esterna. A me piace molto andare al negozio e nella fabbrica perché c’è sempre un odore di zucchero filato e poi i cugini di papà mi regalano sempre qualche sacchetto di confetti simili agli smarties da portare a casa.

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In questa foto davanti alla finestra sono ritratti i miei trisavoli paterni Orefice Giovanni e la moglie. La foto è in bianco e nero, stampata su carta, realizzata da un fotografo nel 1900 circa a casa dei miei bisnonni a Napoli durante il compleanno del mio bisnonno Orefice Antonio, mi racconta mia nonna che i miei antenati erano persone semplici: il mio trisavolo era severo e meticoloso, mentre la moglie era allegra e cordiale, si riunivano spesso tutti insieme in famiglia, gli piaceva vestire bene come si può vedere anche nella foto e ricevevano spesso gente visto che avevano una casa molto grande. Peccato che mi ha detto mia nonna che quella casa è stata venduta tanti anni fa. Il mio trisavolo Orefice Giovanni era una persona mattiniera infatti si svegliava presto la mattina perché gli piaceva vedere la città “non ancora in movimento” come diceva lui. Era anche una persona molto ingegnosa infatti era capotecnico in una fabbrica di caramelle e affini che si chiamava Santoro (nel 1989); poi il mio trisavolo decise di aprire un bar, dove vendeva dolciumi, a Poggioreale che lasciò a uno dei figli quando nel 1905 decise di mettersi in proprio e produrre confetti aprendo una fabbrica e iniziando l’attività in Corso Secondigliano. La moglie lo aiutò molto in questa sua nuova esperienza lavorativa sostenendolo e incoraggiandolo infatti non era facile in quel periodo investire in una nuova attività. Inizialmente lo aiutavano in fabbrica gli altri figli maschi poi piano piano assunse altre persone e alla sua morte il figlio Orefice Antonio (il mio bisnonno paterno) proseguì la produzione e la gestione dell’azienda che poi affidò alla sua morte ai 7 figli di cui tre maschi: Orefice Giovanni, Salvatore e Ciro e quattro femmine Orefice Rosaria, Anna, Carmela e Giuseppina. Il mio trisavolo ritenne di lasciare ai figli maschi la gestione materiale della fabbrica e alle figlie femmine la gestione contabile. La fabbrica di confetti ancora oggi è gestita dai cugini di mio padre che l’hanno ereditata a loro volta. Mi racconta mio padre che ogni tanto da piccolo la nonna lo portava nella fabbrica per fargli vedere come si facevano i confetti e lui era molto incuriosito dai macchinari, poi a volte gli facevano scartare le mandorle e si divertiva molto perché c’erano anche i suoi cugini e alla fine mangiavano tutti insieme tante praline.

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Nella foto, qui sopra, sono ritratti i miei bisnonni paterni Orefice Antonio e Savarese Maria, genitori di mia nonna Rosaria, qui erano in Sicilia, a Palermo, a casa di un amico e collega, il Sig. Cillari, che aveva anche lui una fabbrica di confetti e iniziarono una collaborazione. Infatti il mio bisnonno cominciò ad usare una qualità di mandorla siciliana chiamata avola dal nome del paese vicino Siracusa che ancora oggi viene impiegata come mandorla di alta qualità nella Confetteria Orefice. Come si vede dalla fotografia il mio bisnonno, Orefice Antonio, era un po’ in sovrappeso perché era un buongustaio infatti gli piaceva molto mangiare e organizzava grandi tavolate per le feste, come anche i suoi genitori. Anche le sue figlie hanno ereditato questa sua passione per il cibo e sono infatti tutte ottime cuoche. Orefice Antonio era anche molto generoso ed allegro infatti sorrideva sempre, la moglie invece era un po’ severa con i figli e mia nonna mi racconta che a volte quando combinava dei guai e veniva punita il papà cercava sempre di farle togliere la punizione. Questa è una fotografia in bianco e nero scattata dalla moglie dell’amico e collega siciliano nel 1960 circa a casa loro con anche un loro nipote Luigi, con cui giocava mia nonna e i suoi fratelli e sorelle quando andavano a fargli visita durante l’estate perché i miei bisnonni andavano in vacanza lì vicino. La fotografia è conservata a casa di mia nonna Rosaria e lei mi racconta che si divertiva molto quando si recavano a trovare questi amici perché a volte andavano a ballare e c’era sempre questo nipote Luigi che le faceva compagnia insieme a sua sorella maggiore che però nella foto non compare. La casa degli amici dei miei bisnonni era molto grande e a volte mia nonna rimaneva lì i pomeriggi a giocare perché aveva anche un grande terrazzo.

Le mie origini: dall’America all’Italia, di Maya Paolì, I A

La mia storia ha inizio molto lontano, nella verde e ridente Irpinia, a Torre Le Nocelle, dove, mio nonno materno, Nonno Giannino, è nato!.. ma cominciamo dall’inizio…

Un anno fa, zia Marisa, la sorella di mia mamma, sapendo che avevamo dei parenti in America di cui mio nonno aveva perso le tracce, decise di fare una ricerca sui nostri avi e di raccogliere in un libro testimonianze, foto, articoli che riportassero alle nostre origini!! Ed ecco che il punto di partenza fu un signore con i baffi ritratto nella foto!

Vi presento il bisnonno di mio nonno, il mio antenato: il nonno della mia bisnonna Elena, mamma di nonno Giannino, Giovanni Antonio Ardolino.

bisnonno

In questa foto ha un’aria seria, austera, elegante e con i baffi ben in ordine. Chissà dove è stata scattata. A quei tempi le poche foto si facevano negli studi fotografici e questa sembra proprio fatta cosi!

Conosco poco di lui, ma so che nei primi del 900, una delle sue figlie, Giuseppa, nata nel 1867, insieme al marito, Ciriaco Ardolino, lasciò l’Italia per andare a cercare fortuna in America. Abbandonare la propria terra di origine era doloroso, si affrontavano viaggi lunghi che duravano mesi senza sapere se prima o poi si sarebbe tornati al proprio paese.

La nave si chiamava “Republic”, e salpò da Napoli alla volta di Boston il 27 aprile del 1904. Nel registro della lista passeggeri risulta la presenza di  Maria Giuseppa Ardolino, di 36 anni, che, insieme alla figlia Emma, ha come destinazione Wellesley, la città dove risiedeva il marito, partito dall’Italia qualche tempo prima.

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Registrazione lista passeggeri sulla nave Napoli- Boston: tra questi anche la mia antenata

Questa è la copia della lista dei passeggeri che venivano registrati al porto di arrivo negli Stati Uniti.

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Giuseppa, la nonna di mio nonno

Giuseppa in America si ambientò subito. In questa foto è ritratta davanti la sua casa di legno a Wellesley: sembra tesa, con un’acconciatura tipica di quel periodo, capelli lunghi legati alla nuca con la riga al centro e con un vestito da casa.. non sembra molto a suo agio davanti la macchina fotografica!

registrazione

Ad ogni modo le condizioni di vita erano dure soprattutto per le donne che dovevano portare avanti la famiglia, occupandosi delle faccende domestiche, mentre gli uomini lavoravano tutto il giorno. Il marito, dopo qualche anno dal suo arrivo, cominciò a lavorare dapprima come calzolaio e poi riuscì ad aprire un negozio di scarpe. Dal loro matrimonio nacquero 7 figli: due morirono presto, altri due divennero dei famosi scultori, le cui opere sono visibili su facciate di fabbricati dell’epoca della città e per ultima nacque la mia bisnonna, Eleanor Ardolino, a Wellesley alla fine del 1904. Secondo i calcoli, Giuseppa doveva essere incinta quando partì da Napoli per arrivare in America!

La testimonianza riportata nella foto sopra evidenzia l’anno di nascita di tutti i membri della famiglia Ardolino, compresa la mia bisnonna.

Eleanor, italianizzata Elena, tornata in Italia per un periodo di vacanza, rimase bloccata dalla prima guerra mondiale e cosi visse lontano dalla sua famiglia a Torre Le Nocelle da una zia, dove, qualche anno più tardi, conobbe il mio bisnonno, Giuseppe Recinto. Quando Giuseppe si sposò, era un giovane ingegnere, uno dei primi della provincia di Avellino, ma presto partì per la guerra, trascorrendo molto tempo in Africa, in Asia e in giro per il mondo, dove visse anche da prigioniero. Nonno Giannino mi racconta sempre che suo padre, fatto prigioniero da una tribù di cannibali, insieme ai suoi commilitoni, per addolcire la prigionia fischiettava il ritornello di “ Funicolì Funicolà”. Il capo tribù riconobbe la canzone napoletana e li risparmiò. Inoltre, in Abissinia, l’attuale Etiopia, il bisnonno progettò e costruì un ponte. Nel frattempo Elena, mamma di quattro figli, Giovanni (Giannino), Dario, Lelio e Valerio, si trasferì a Dentecane dove doveva portare avanti la famiglia da sola: era una donna molto forte, tenace, severa e i suoi figli la adoravano ma la temevano allo stesso tempo.

Dopo un po’ di anni finalmente Giuseppe tornò a casa e divenne Ingegnere Capo della Provincia di Avellino. La sua professionalità e la sue competenze erano tali da essere conosciuto in tutto il territorio e questo permise alla famiglia Recinto di vivere una vita agiata ma sempre rispettando il rigore dell’epoca.

Ecco una foto dei Recinto al completo, in un momento di relax a Rimini dove i miei bisnonni erano soliti andare in vacanza. Nonno Giannino è il ragazzo ritratto a destra.

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I bisnonni al mare con mio nonno, a destra nella foto, e i miei zii. Il più piccolo, zio Valerio, sembra una bambina!

In questa foto si nota che sulla spiaggia gli uomini erano in costume, invece le donne indossavano vestiti perché era scandaloso mostrare il proprio corpo in pubblico.. in questa foto, Elena è piuttosto audace perché mostra le gambe!

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I fratelli Recinto, nonno Giannino, Dario e Lelio con il loro nonno. I ragazzi indossavano la divisa con calzoni corti e giacca:non potevano scegliere liberamente il proprio look! Gli adulti rigorosamente in giacca e cravatta.

Dopo un’adolescenza felice ma con una educazione rigida e austera, mio nonno si trasferì a Napoli per studiare ingegneria. Era molto studioso e usciva solo quando tornava in paese.

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Nonno Giannino studente universitario. E’bellissimo, sembra un attore!

In una di queste occasioni conobbe Alba Pascucci, (il cui vero nome è Filomena, ma che si è fatta sempre chiamare Alba) che viveva a Napoli, ma che era originaria di Sant’Elena Irpina, dove trascorreva le vacanze insieme ai suoi genitori, Feliciano Pascucci e Colomba Rocci, cioè i miei bisnonni.

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I genitori di nonna Alba, Feliciano e Colomba.

Eccoli in questa foto ritratti vicini, con un abbraccio timido, non sfacciato. Allora era insolito fare effusioni in pubblico: il proprio amore si esprimeva con uno sguardo, scrivendosi lettere, aspettando l’occasione per potersi incontrare. Il bisnonno portava dei baffetti e la mia bisnonna, ha una tipica acconciatura dei primi del novecento. Mia nonna racconta sempre un aneddoto tra i due: Colomba chiamava il marito “Ciano”, diminutivo di Feliciano, e il mio bisnonno si arrabbiava per paura di essere confuso con un politico fascista, Galeazzo Ciano, genero di Mussolini.

Il mio bisnonno Feliciano, ispettore delle imposte dirette, cambiò molte città vivendo a Bologna, dove è nata mia nonna nel 1938, a Fano, ad Agropoli fino ad arrivare a Napoli, mentre la mia bisnonna proveniva da una facoltosa famiglia di farmacisti. La mamma mi parla spesso di loro: era una coppia aperta, espansiva e l’educazione che diedero alle tre figlie, Alba, Paola ed Eleonora era molto diversa da quella che aveva ricevuto nonno Giannino. Ecco la mia bellissima nonna in una foto da ragazza, quando studiava lingue e letteratura straniera. La sua posa, maliziosa ma non troppo, mette in evidenza gli occhi furbi e un sorriso quasi accennato. I capelli corti le esaltano il collo e gli orecchini  di perle danno luce al suo volto.

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Mia nonna Alba ritratta da ragazza: dicono che io le somigli molto!

Lei mi racconta sempre che nonno Giannino era particolarmente legato alla madre con cui trascorreva momenti di vacanza, trascurandola.

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Nonno Giannino in vacanza a Pescara con la mamma Elena. Erano gli anni 60, anni di cambiamento, ma ancora rigorosi per mio nonno!

Addirittura il nonno non la invitò alla sua festa di laurea per volere della madre, che preferiva un’altra corteggiatrice, amica di famiglia. Ma nonna Alba non si perse d’animo e affrontò la suocera avendo la meglio e sposando Giannino il 28/10/1964.

Queste foto, scattate durante le nozze e il ricevimento all’Hotel “Royal” di Napoli ritraggono i nonni in compagnia degli amici dei loro genitori. In quel periodo era di gran moda indossare ai ricevimenti cappelli con piume di uccelli del paradiso. Il vestito di mia nonna era di seta con collo e polsini di visone bianco. Mio nonno, elegante, era molto emozionato. I miei nonni si trasferirono a Salerno.

A due anni dal matrimonio nacque zia Elena che oggi vive in Germania perché ha sposato un tedesco e poi zia Marisa che è la mia zia preferita e vive a Salerno. Nel 1973 è nata mia madre Brunella che, per studiare ingegneria dove aveva studiato il papà, si trasferì a Napoli. Qui, tra i banchi universitari, conobbe mio padre Pietro. Ecco la famiglia Recinto al mare ad Ascea.

 

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La famiglia di mia mamma Brunella: lei è la piccola in braccio a nonna Alba!

In questa foto la famiglia di mia mamma è sulla barca di nonno Giannino. Nonno amava pescare e ogni giorno alle sei del mattino andava al largo con un amico maresciallo, tornando con un grande pescato! Mamma mi racconta sempre che i bimbi si radunavano intorno alla barca e lui regalava il pesce a tutti… nonostante questo, il suo frigorifero era sempre zeppo di pesce!!

I miei nonni sono sempre stati una coppia affiatata, nonostante avessero un carattere diverso. Hanno viaggiato tanto, amano leggere, frequentano teatri e amano la musica lirica. Vivono a Salerno, e sebbene abbiano 85 anni nonno e 80 nonna, sono attivissimi, sempre in giro, instancabili. Eccoli in una foto recente.

 

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Nonna Alba e Nonno Giannino in gita in Croazia

Mio nonno è molto importante per me, è ingegnere, mi aiuta in qualunque situazione, ha scritto un libro nonostante la sua età; ora, con l’aiuto di mia zia, ne sta scrivendo un altro. Nonna Alba, invece, professoressa di inglese in pensione, è divertente, simpatica ed è veramente una grande amica.

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Abitando a Napoli, non riesco a vederli cosi facilmente, ma ogni momento di festa è condiviso con loro.

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Natale 2013: in famiglia

In questa foto è ritratta la nostra famiglia il giorno di Natale di qualche anno fa. Noi festeggiamo il Natale in campagna, a Dentecane, e, ad anni alterni, lo trascorre con noi anche zia Elena dalla Germania (a destra nella foto), con zio Stephan, seduto accanto a lei, e i miei cugini: Lucas, Giulia e Liam. Vicino a nonna Alba c’è zia Marisa che ha solo un figlio, Francesco, che fa la boccaccia in foto! Zio Stefano, il marito, è seduto in basso a sinistra, accanto a Giulia. In alto a sinistra c’è il mio papà Pietro con in braccio la mia sorellina, Frida, e mamma Brunella.

Per me i momenti più belli sono proprio questi: con la famiglia, tutti in armonia. Di solito mia madre si diletta a cucinare preparando i suoi piatti migliori e quelli tradizionali natalizi. Mio nonno crea l’atmosfera con musiche natalizie che risuonano nella casa rendendoci felici di stare insieme. Questa è una delle mie foto preferite.