Per sempre, di Laura Capone, III E

Ho deciso di costruire la mia narrazione raccontando del matrimonio dei miei nonni materni e di quello dei miei genitori. In realtà dietro questa scelta c’è un motivo più profondo e personale. I miei genitori si sono separati due anni fa ed è stato difficile per me affrontare questo cambiamento. Confrontando questi due matrimoni voglio mettere in risalto la solidità delle unioni di una volta e il mio desiderio che un amore duri per sempre.

I miei nonni materni, Aldo Spina e Silvana Angelino, sono nati a Napoli, rispettivamente nel 1942 e nel 1944. Il nonno ha lavorato fin da piccolo nel negozio di abbigliamento del padre che, alla sua morte per un cancro ai polmoni, lasciò in eredità al figlio questa attività. Mia nonna invece ha lavorato per alcuni anni al Centro Direzionale di Napoli.

Aldo e Silvana si fidanzarono nel 1964. Erano innamoratissimi, inseparabili e certi di aver trovato incontrandosi l’amore di una vita.

Silvana e Aldo, Chiesa di Sant’Antonio a Posillipo, Napoli 4 settembre 1969 (cm 36 x 24)

Si sposarono il 4 settembre del 1969. Questa prima foto, a colori, fa parte dell’album fotografico che mia nonna conserva con cura.

Il matrimonio si svolse nella bella chiesa di Sant’Antonio a Posillipo, in una delle zone più panoramiche della città. Qui gli sposi sono rappresentati a figura intera: la nonna guarda in macchina mentre il nonno sposta lo sguardo a sinistra. Sono in chiesa e attendono il momento dello scambio delle fedi. Sullo sfondo si vedono gli invitati alla cerimonia.

Silvana e Aldo, Chiesa di Sant’Antonio a Posillipo, Napoli 4 settembre 1969

In questa seconda foto ci sono i miei nonni ritratti in piano americano sorridenti, mentre tagliano la torta nuziale. Non tutti in quegli anni organizzavano un ricevimento in un locale; i miei nonni preferirono, dopo la cerimonia religiosa, accogliere gli invitati in alcuni locali della chiesa dove tagliarono la torta e scattarono alcune foto con gli invitati. Si concessero invece un breve viaggio di nozze in Italia.

In questa come nell’altra foto, si possono notare i vestiti degli sposi. La nonna indossava un abito molto semplice, estivo in seta bianca, e un cappello. Lei adora truccarsi, infatti nella foto si intravede l’ombretto color azzurro, secondo la moda del tempo che suggeriva colori vivaci. Il vestito dello sposo è quello classico.

Sono una coppia molto unita ancora oggi; il loro amore è indescrivibile. Prima si dava molta importanza al matrimonio e la separazione era poco frequente.

La legge sul divorzio fu introdotta in Italia il 10 dicembre del 1970 sostenuta dai partiti di di sinistra mentre era osteggiata dai democristiani, dalla destra e da altre forze politiche di quell’area. La polemica infuriò subito e anche gli italiani erano divisi su questa questione: soprattutto tra i cattolici (quindi la maggioranza della popolazione) era una questione molto sentita per l’indissolubilità del vincolo matrimoniale ritenuto inviolabile dalla Chiesa. Fu indetto un referendum per l’abrogazione della legge, il 12 e il 13 maggio del 1974, e gli italiani votarono per il permanere della legge sul divorzio. Nel sito Fare gli italiani, curato dall’Istituto Luce, ci sono video molto interessanti sia sulla legge che sul referendum.

Per il referendum ci fu una grande propaganda anche attraverso la televisione, che coinvolse pure personaggi dello spettacolo a favore di uno schieramento o dell’altro.

Questa legge è sicuramente un importante diritto civile conquistato ma penso che abbia modificato molto la società e mi chiedo se il grande numero di separazioni che ci sono oggi, e che sicuramente dipendono da cambiamenti culturali e sociali più vasti, non siano anche favorite dalla facilità con cui si può sciogliere il legame matrimoniale. Ho l’impressione che mentre ai tempi dei miei nonni un’unione si affrontava con impegno e cercando di farla durare nel tempo, oggi, di fronte ad una crisi, le coppie scelgono nella maggior parte dei casi la separazione senza considerare a fondo le possibilità di una riconciliazione. Forse dietro questa mia osservazione ci sono soprattutto la sofferenza che ho dovuto affrontare per la separazione dei miei genitori e il mio sogno di un amore che sia per sempre, come è per i miei nonni. Magari, con il tempo, cambierò idea.

I miei genitori, Paolo Capone e Giuliana Spina, si sono fidanzati nel 2001. Papà è nato a Pomigliano d’Arco, il 21 febbraio del 1972 e mamma a Napoli, il 21 marzo del 1974. Lui lavora nel campo delle assicurazioni e lei è un’insegnante.

Giuliana e Paolo, Chiesa di San Francesco di Paola, Napoli 3 dicembre 2003 (cm 36 x 24)

Si sono sposati il 3 dicembre del 2003 ed erano contenti della loro scelta. La cerimonia religiosa si è svolta nella Chiesa di San Francesco di Paola, in Piazza Plebiscito. In questa foto, conservata in un album di mamma qui a casa, i miei genitori sono ritratti, in campo medio all’interno della basilica, dopo lo scambio della fede.  

Il vestito della sposa è  di seta, più scollato e completato da un lungo velo; quello dello sposo è il tradizionale abito scuro con giacca e cravatta.

Giuliana e Paolo, Napoli 2003

In questa foto è rappresentato il taglio della torta durante il ricevimento per i parenti. Ci fu poi un’altra grande festa solo per gli amici. E’ un piano americano in cui entrambi appaiono sorridenti davanti alla torta nuziale a tre piani.

Festa con amici, Napoli 2003

In quest’ultima foto invece viene rappresentata la festa dedicata agli amici. C’erano tanti invitati e si divertirono tutti. Si facevano giochi, si ballava, c’era il karaoke. Infatti in quegli anni i festeggiamenti per i matrimoni erano diventati molto più spettacolari.

Qualche giorno dopo i miei genitori partirono per il viaggio di nozze diretti in America.

Mia nonna, “La signora marchesa”, di Vittoria Violante, III E

Non mi sarei mai aspettata di ritrovarmi in questa situazione.

Come ogni anno, il giorno del compleanno di mio nonno, tutta la famiglia si è riunita per un grande pranzo, fino a quando non è arrivato il “momento dei ricordi”. Mi spiego meglio. In questa particolare fase dei festeggiamenti mio nonno recupera alcune fotografie speciali, un po’ rovinate e in bianco e nero, appartenenti al passato: stavolta ha voluto ricordare la nonna. Mai avrei immaginato che il recupero della memoria mi avrebbe poi spinta a raccontarvi la storia di mia nonna paterna, Rosalia Ruggi d’Aragona.

Ricevimento a casa Rispoli, Corso Vittorio Emanuele, Napoli, 1924-1925

Nella foto di gruppo, tratta da un album fotografico, possiamo ammirare un ricevimento in maschera a casa Rispoli, la famiglia materna di mia nonna, cioè la dimora del mio trisavolo Francesco Rispoli, situata a Napoli, in Corso Vittorio Emanuele. Mia nonna non vi appare, probabilmente perché all’epoca troppo piccola. La ripresa fotografica può infatti collocarsi nella prima metà degli anni ’20 del secolo scorso e, per quanto sfocata, consente di intuire un contesto sontuoso, con le pareti ed il soffitto affrescato e illuminazione affidata ad eleganti appliquesi. La famiglia, infatti, apparteneva all’alta borghesia napoletana. Il capostipite, ingegnere, era titolare di un’importante impresa di costruzioni e si occupava di grandi opere, come quella della ristrutturazione del Teatro San Carlo.

Rosalia nacque a Napoli -il 2 luglio 1921 ed è venuta a mancare il 23 dicembre 2013, il giorno del mio ottavo onomastico – da Emma Rispoli ed Enrico Ruggi d’Aragona. Mia nonna per esaudire una promessa fatta a suo padre – il quale, attesa l’assenza di discendenti maschi, non voleva che il proprio ramo familiare perdesse la memoria delle proprie origini – nel 2006 ottenne che i propri figli potessero affiancare a quello paterno il cognome nobiliare Ruggi d’Aragona. È proprio per questa promessa che io oggi porto il cognome “Violante Ruggi d’Aragona”.

La famiglia Ruggi ha origini antichissime. Probabilmente il cognome è derivato dal Rouge bretone o normanno o, forse, da un Roux longobardo. Ciò che è certo è la presenza alle origini dell’albero genealogico familiare di un latinizzato Rugius. Lo stemma originale, talvolta raffigura un leone dorato in banda argentea in uno scudo rosso. È plausibile che si tratti di conquistatori arrivati nel Mezzogiorno d’Italia, che seppero stringere, quali nobili di spada, rapporti con le diverse dinastie, che si succedettero nel governo del territorio. Esistono due rami della famiglia, quello originario di Salerno e uno napoletano, sebbene la questione sia un po’ controversa.

Stemma originale della famiglia Ruggi d’Aragona

A partire dal 1522 la famiglia, che si era distinta nella difesa di Rodi durante l’assalto ottomano, acquisì per concessione dei sovrani di Spagna il titolo di d’Aragona e la legittimazione ad inserire nel proprio stemma i pali gialli e rossi del casato aragonese.

Stemma della famiglia Ruggi d’Aragona dopo il 1522

Inoltre, sembra che i rapporti con il ceppo originario non dovettero mai cessare.

La Repubblica Napoletana del 1799 costituì un evento sconvolgente : alcuni esponenti che vi aderirono pagarono poi con la vita e la privazione del titolo nobiliare questa scelta: altri assunsero una posizione più ambigua, mentre altri ancora rimasero fedeli ai Borbone. Questo episodio glorioso e triste della città di Napoli è raccontato da un famoso romanzo di Enzo Striano, Il resto di niente, da cui sono tratte queste scene di un film molto bello della regista napoletana Antonietta De Lillo.

In quei drammatici eventi si ebbe una frattura interna alla famiglia, che rese i legami molto più confusi, in particolare quelli con il ramo partenopeo, che maggiormente si era esposto. Il ramo napoletano, a cui appartengo, solo dopo l’Unità d’Italia ha ottenuto la riabilitazione, alla stregua di “martiri”, degli avvocati Antonio e Ferdinando che erano coinvolti nella Repubblica Napoletana e la restituzione del titolo di “d’Aragona”.

Nel corso dell’Ottocento l’antica residenza familiare salernitana venne inoltre donata al Comune di Salerno. Tale edificio poi divenne un ospedale, che ancora oggi porta il nome di “San Giovanni di Dio e Ruggi d’Aragona”.

È quindi da una unione tra aristocrazia di derivazione feudale e ricca borghesia cittadina che nacque mia nonna, la cui madre aveva seguito – cosa rarissima per l’epoca – il percorso di studi fino al conseguimento del diploma di scuola media superiore, nonostante il padre le avesse, poi, proibito di impegnarsi nel mondo del lavoro, perché convinto che il lavoro non fosse adatto a una ragazza di buona famiglia.

Emma Rispoli, Studio fotografico Marvuglia, Napoli 1905-1910

Nella foto in bianco e nero è ritratta, in primo piano, la madre di mia nonna, Emma Rispoli. La fotografia fu scattata a Napoli dal fotografo Marvuglia, in via Roma 305. Mi colpisce l’eleganza della cornice con disegni in rilevo a tema floreale.

Ricevimento in casa Rispoli, Via Tarantino, Napoli 1936 (cm 16,5 x 23)

Questa foto, scattata nell’appartamento vomerese di famiglia, risale a quando mia nonna aveva circa quindici anni (1936), sempre in occasione di una festa di Carnevale, come possiamo notare dall’abbigliamento dei presenti. Il contesto è sicuramente meno sontuoso, avendo la famiglia subito nel frattempo notevoli rovesci finanziari. Le persone riconoscibili in questa foto sono solo tre: la mia pro-zia, Vittoria; la sorella di mia nonna, Maria; mia nonna (la ragazza il cui volto, purtroppo, è scarsamente visibile in alto a destra). L’atmosfera che traspare da questa immagine è leggera e gioiosa, come ci si aspetta in una festa in maschera.

Posso, inoltre, aggiungere che nella fotografia sono presenti solo donne, fatta eccezione per un uomo in piedi sulla destra.

Ciò che caratterizza questa fotografia rispetto alla precedente, è che nonostante le vicissitudini, cui ho fatto riferimento, la famiglia non avesse abbandonato le proprie consuetudini. La foto assume più il carattere del “ricordo” personale”, che non quello di rappresentazione di un “evento”.

Come sua madre, anche mia nonna ebbe presto ambizioni culturali e lavorative non comuni in quel periodo per una donna. Infatti Rosalia, dopo aver preso la maturità classica, ottenne di frequentare l’Università, arrivando a conseguire, nel pieno degli eventi bellici, la laurea in lettere che le aprì, poi, le porte del mondo del lavoro in un’epoca in cui ancora limitatissimi erano gli sbocchi consentiti alle donne. A soli 22 anni, cominciò ad insegnare Lettere classiche in una scuola di Sapri, nel 1943 quando dopo lo sbarco degli alleati in Sicilia, fu chiamata per un incarico di pochi mesi. In questo video dell’istituto Luce sono registrati diversi momenti dell’evento che diede inizio alla liberazione del nostro paese.


La lunga carriera di Rosalia l’ha vista in cattedra fino all’età di 67 anni. In verità, mia nonna avrebbe, addirittura, voluto iscriversi a medicina, ma suo padre si oppose fermamente, convinto che il lavoro di medico non si addicesse ad una donna.

Primo piano Rosalia, Napoli, 1941. (cm 8,3 x 13)

Questa foto, in bianco e nero (scattata nel 1941 circa), è un primo piano di mia nonna, all’epoca ventenne, che, in una posa suggerita dal fotografo, guarda verso l’obiettivo della macchina fotografica. Osservandola ho potuto constatare la forte rassomiglianza di mia nonna sia con mia sorella, Alessandra, che con mia zia Piera, mentre nello sguardo ritengo di poter riconoscere alcuni tratti di mio padre Giancarlo.

In occasione delle quattro giornate di Napoli (27 settembre-30 settembre 1943), la nonna diede un importante aiuto ai partigiani. Difatti insieme ad una parente si dedicò alla raccolta ed al trasporto presso il liceo Sannazaro – dove i partigiani stabilirono la loro “base” – di bende e quanto necessario per la cura dei feriti nei combattimenti.

Fu durante questi avvenimenti che Rosalia conobbe Aedo Violante (Napoli 1925-2019), suo futuro sposo. In questo video ci sono interessanti testimonianze di chi ha partecipato alle quattro giornate.

Foto di classe, Liceo Classico Garibaldi, Napoli, 1958-1962 ( cm 12,9 x 17,7)

Come già raccontavo, la nonna era un’insegnante: lei amava insegnare e formare altre giovani menti per indirizzarle verso il proprio futuro. Questa foto, in bianco e nero, venne scattata a Napoli, probabilmente nel liceo classico Garibaldi, tra il 1958 e il 1962 a giudicare dalle acconciature super cotonate e dal modo di vestirsi. Mia nonna è, ovviamente, la donna adulta con il soprabito seduta tra le alunne (una classe evidentemente di sole donne); tutte indossavano, come si usava all’epoca, anche negli istituti superiori, il grembiule.

Dopo aver insegnato per diversi anni al Garibaldi, mia nonna ha insegnato anche al liceo scientifico di Fuorigrotta, per poi chiudere la sua carriera al liceo classico Jacopo Sannazaro.

Quello che mi sembra più opportuno sottolineare è che ancora oggi numerosi ex allievi ne parlano con devozione e rispetto. In particolare una allieva, a sua volta insegnante, poco prima che mia nonna morisse, le inviò, attraverso mia zia, anche lei insegnante, un brillante elaborato scritto da una sua studentessa, dicendo di riferirle “vorrei sapesse che se oggi c’è una studentessa che scrive in questo modo è perché io sono riuscita a trasferirle, a mia volta, solo in minima parte ciò che lei mi ha insegnato”.

Credo perciò che mia nonna abbia contribuito, a suo modo ed in un’epoca in cui molti lavori – quale ad es. quello di magistrato – erano preclusi alle donne, a dimostrare nei fatti la piena parità tra donne ed uomini.

Aedo e Rosalia, Napoli, 2012

Ecco qui invece una foto a colori più recente di mia nonna, insieme a suo marito, Silio Italico Aedo (a sua volta protagonista di una vita intensa, caratterizzata dal riconoscimento del titolo di Commendatore della Repubblica, per meriti partigiani, ma questa è un’altra storia), scattata nel 2012 a casa di mia zia, l’autrice dello scatto. Mio nonno e mia nonna guardano l’obiettivo sorridenti, mentre stringono tra le mani un bicchiere di champagne, molto probabilmente in occasione di una festa di compleanno.

Mia nonna inoltre, già anziana, ha recitato assieme ad Ennio Fantastichini , nel ruolo della “Signora Marchesa”, in un corto del regista Pappi Corsicato, prodotto dal pastificio Garofalo, dal titolo “Questioni di gusto”. Ho scelto questo video ridotto in cui mia nonna compare nelle ultime scene.

Ed è così che si conclude il nostro breve, ma intenso viaggio nella vita di una donna intelligente e diversa da molte altre sue coetanee, appunto un’eccezione.

Frammenti di storia della mia famiglia, di Marta Tuccillo, I M

marta 1

11,5×16 foto trovata in un album da ricordi a casa dei miei nonni materni

Nella foto è ritratta la mia bisnonna Marcella al centro con le due sorelle maggiori, Maria e Antonina. Però manca il fratello primogenito Stefano. Vivevano in Sicilia a Messina. Questa è l’ultima foto scattata prima del terremoto di Messina. Quando avvenne il terremoto, il 28 dicembre 1908, Marcella era da poco andata a Napoli dagli zii per Natale, con l’intenzione di rimanerci un mese. Ma durante il terremoto perì l’intera famiglia. Rimase a vivere con gli zii a Napoli. Quando accadde aveva appena sei anni, e crebbe pensando che quelli fossero i suoi genitori.

marta 2

6×7,5 foto trovata in un album da ricordi a casa dei miei nonni materni

Qui c’è la mia bisnonna Marcella con sua zia Anna e il marito Alcibiade, divenuti di fatto genitori adottivi. Da notare è l’eleganza dell’abbigliamento, in particolare l’ampio cappello della zia, il colletto rigido dello zio e la veste della mia bisnonna Marcella. Alcibiade era un farmacista, quindi potevano permettersi abiti costosi.

marta 3

6×10 foto trovata in un album da ricordi a casa dei miei nonni materni

Qui Marcella in abiti tipici siciliani, probabilmente in occasione di un carnevale. La zia conservava gli abiti tradizionali siciliani in ricordo della sua terra di origine e della sua famiglia.

marta 4

6×9 foto conservata in un cassetto a casa dei miei nonni materni

Questo invece è il mio bisnonno Peter. Lui, nato in Ungheria e laureato in medicina a Seged, innamorato dell’Italia volle trasferirsi a Napoli dove dovette riprendere gli studi poiché non gli venne riconosciuta la laurea ungherese, per laurearsi nuovamente in medicina e chirurgia nell’Università di Napoli Federico II. Durante il periodo degli studi conobbe Marcella e se ne innamorò. Il mio bisnonno decise di svolgere la specialità di odontoiatria. Successivamente si è sposato e si è trasferito a Sorrento dove sono nati tre figli, Giorgio, Gerardo e mio nonno Fernando.

marta 5

8×5,5 foto conservata in un cassetto a casa dei miei nonni materni 1941

Questa foto è del natale 1941. L’Italia è in guerra ed anche i giochi dei ragazzi riflettono l’atmosfera bellica. Mio nonno Fernando ha 5 anni e indossa un berretto dei cavalieri di Sardegna, mentre suo fratello Giorgio indossa un elmetto e suo fratello Gerardo suona il tamburo come i tamburini che incitavano i soldati alla battaglia.

marta 6

5,5×8,5 foto conservate in un cassetto dei miei nonni materni

marta 7

5,5×8,5 foto conservate in un cassetto dei miei nonni materni

Queste foto sono del 1942. L’Italia è in guerra e tutti i bambini e adulti sono inquadrati militarmente. Mio nonno Fernando e suo fratello Giorgio erano figli della lupa. Era il grado militare dei bambini dai 6 agli 8 anni. Nella prima immagine mio nonno di anni sei è sull’attenti. Nella seconda foto i due fratelli fanno il saluto romano ovvero il saluto fascista.

marta 8

11×18 agenda conservata in un armadio a casa dei miei nonni materni

Durante il regime fascista venivano riprodotti i simboli del fascismo anche sugli oggetti di uso comune, come sull’agenda di mio nonno riportata nella foto.

marta 9

13×8 foto conservata in un cassetto dei miei nonni materni

Foto del 1941. Mio nonno, visto di spalle, e suo fratello Giorgio mentre ballano in costume tradizionale popolare la tarantella. I ragazzi delle scuole elementari dovevano dare spettacolo del ballo tradizionale Sorrentino ai militari che venivano a Sorrento in convalescenza dalle ferite riportate in guerra.

Nel marzo del 1944 ci fu una violenta eruzione del Vesuvio. A Sorrento cadde una quantità notevole di cenere. Il mio bisnonno Peter temendo che il soffitto della casa potesse cedere sotto il peso della cenere, incurante del pericolo, si recò sul tetto e con una pala rimosse una quantità notevole di cenere. Lo aiutarono i figli Giorgio, di anni 10, e mio nonno, di anni 8. Essi lavorarono con un velo applicato sulla bocca per non ingerire la cenere che incessantemente cadeva dal cielo.

Un episodio grottesco è quello vissuto da mio nonno a scuola durante quei giorni di pioggia di cenere. La sua maestra invece di rassicurare i bambini in attesa che i genitori li venissero a prendere, parlò dell’eruzione del Vesuvio del 79 d.C. che seppellì Pompei ed Ercolano. Alcuni anni dopo il mio bisnonno Peter, mio nonno Fernando, suo fratello Giorgio ed alcuni amici, scalarono le pendici del cratere del Vesuvio legati tra loro con una fune, come si vede nella foto sotto.

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14×9 foto trovata in un album da ricordi a casa dei miei nonni materni

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9×13 foto trovata in un album da ricordi a casa dei miei nonni materni

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20×20 foto conservata in un cassetto a casa dei miei nonni materni

Infine mio nonno Fernando e mia nonna Luciana nel giorno del matrimonio, il 1° dicembre del 1965. Hanno avuto quattro figli, tra cui mia mamma Valentina, l’ultima figlia. Il loro matrimonio dura ormai da 54 anni.

Il mio bisnonno in Albania, di Federica Buccino, III E

Francesco Paolo Gentile, il mio bisnonno paterno, nacque a Palermo nel 1915 ed era il primo di nove figli (in totale erano tre maschi e sei femmine) che si chiamavano Mimmo, Nino, Sara, Gina, Elvira,  Franca, Irene ed infine Francesco Paolo. Frequentò la scuola degli ufficiali e fece parte, per quattro mesi, della prima linea. In prima linea c’erano i soldati addestrati a combattere e si trovavano faccia a faccia col nemico, invece nelle retrovie aspettavano i comandi dei superiori a seconda delle esigenze. A venticinque anni fu chiamato a combattere per l’Italia durante la seconda guerra mondiale. Ha partecipato all’occupazione in Albania, Grecia e Jugoslavia da parte degli italiani negli anni dal 1940 al 1943. La seconda guerra mondiale è costata all’umanità sei anni di sofferenze con un totale di morti che oscilla tra i 55 e 60 milioni. Per fortuna il mio bisnonno alla fine della guerra riuscì a tornare dai suoi familiari a piedi e con mezzi di fortuna. Tornò sano e salvo nascondendosi  in un camion di patate. Le orribili immagini della guerra gli rimasero impresse fino all’ultimo giorno di vita. In questa narrazione mi sono concentrata su alcune foto che lo ritraggono in Albania nel 1938 e nel 1939.

Francesco Paolo Gentile, Venezia 1938

In questa foto Francesco Paolo Gentile, è ritratto in primo piano. Si trova a Venezia, prima della guerra, durante il viaggio di nozze nel 1938. In questa foto il soggetto guarda l’obbiettivo e accenna un sorriso. E’ stata stampata in bianco e nero e spillata su un cartoncino; è conservata nel cassetto dello studio di mia madre. L’autore dello scatto è un suo amico,Giuseppe Jaquinta. Il bisnonno si sposò con Maria De Paola, la quale aveva 21 anni e, dopo 9 mesi, nacque il primo figlio, Salvatore, fratello di mia nonna. Non si capisce bene cosa ci sia sullo sfondo ma si notano bene i particolari della divisa e soprattutto il cappello. Era un bersagliere.

Francesco Paolo Gentile, Tirana 1938

In questa foto, campo medio, il mio bisnonno è accovacciato con accanto un magnifico falco che veniva addestrato per studiare le mosse del nemico e portare messaggi. Quest’immagine è stata scattata da un collega nel 1938 ed è stata stampata in bianco e nero. Si trovava in Albania, più precisamente a Tirana. Sullo sfondo si vede il campo militare, a sinistra e alle sue spalle  si possono notare delle porzioni di tenda. Francesco Paolo, guarda fisso nell’obbiettivo Indossa una camicia, un pantalone, degli stivali e il cappello piumato caratteristico dell’ arma dei bersaglieri. Andava molto fiero di questa sua appartenenza.

Questa foto, come le seguenti sono precedenti all’entrata in guerra dell’Italia nel secondo conflitto mondiale. In particolare con l’Albania, il governo italiano aveva stretto rapporti dalla metà degli anni 20. “Sono questi, infatti, gli anni nei quali l’Italia fascista – interessata ad esercitare controllo economico, finanziario e politico sull’area ed al mantenimento di buone relazioni con re Zog – accresce il condizionamento sul commercio estero albanese; promuove, sotto l’egida della Banca d’Italia, la creazione della Banca Nazionale Albanese; favorisce iniziative diverse in campo agricolo, minerario ed industriale tramite la costituzione di società italiane o italo-albanesi. È il preludio diplomatico a quella che sarà la scelta politico-militare di occupare il paese. Il 7 aprile 1939 lo sbarco a Durazzo di un Corpo di spedizione militare italiano segna di fatto l’occupazione dell’Albania.” Queste informazioni le ho tratte da una sezione del sito dell’Istituto Luce dedicata agli archivi fotografici del Reparto Albania (1939-1943). Sul territorio dei Balcani (incluse anche Grecia e Jugoslavia) si giocò la contesa tra Germania e Italia, nel tentativo, che registrò diversi momenti di tensione, di controllare il Mediterraneo. Questo video dell’Istituto Luce presenta, con chiari intenti propagandistici, l’occupazione del paese.

Francesco Paolo Gentile, valle del Devoli, Albania, 1938

Qui il bisnonno si trova ancora in Albania, in una località sul fiume Devoli ed è stata scattata nel 1938 da un collega. E’ stata stampata in bianco e nero e conservata in un album. Indossa la sua divisa con degli stivali alti e neri. In questa foto è ripreso in campo medio e nello sfondo ci sono molte piante e lampioni. Passeggia in un parco e lungo un viale. Ha la divisa ma è un uniforme per la libera uscita; per un preciso lasso di tempo, dopo studi o esercitazioni, si aveva del tempo per uscire. Nel caso in cui un militare non aveva un comportamento adeguato, non poteva andare in libera uscita, rimanendo in caserma. Quando andavano in libera uscita, dovevano essere impeccabili e ordinati dato che rappresentavano l’Italia. La guerra è ancora lontana e nella valle del Devoli, il governo fascista aveva costituito un’ azienda per l’estrazione del petrolio (1935-1943), l’A.I.P.A. (Azienda Italiana Petroli Albania), voluta da Costanzo Ciano, ministro delle colonie. Questo video documenta la visita di Galeazzo Ciano all’azienda nel 1937.

Degli anni in cui fu in prima linea nei Balcani, a conflitto scoppiato, non conserviamo foto in famiglia, ma dai suoi racconti sappiamo della fame sofferta tanto che alcuni suoi commilitoni mangiavano animali e topi. Sempre per fame, il mio bisnonno, autorizzò l’autista di una camionetta a sfondare la saracinesca di un negozio di dolci per poter sfamare tutto il plotone. Poiché erano diversi giorni che non mangiavano, dopo stettero male per l’ingente quantità di dolci ingeriti.
A fine conflitto, la mia bisnonna risultava presunta vedova di guerra in quanto non si avevano più notizie di Francesco Paolo che a causa di una ferita alla testa perse la memoria. Riuscì poi a tornare a casa, come ho scritto all’inizio di questa narrazione, grazie ad un camion che trasportava patate e fu congedato con il grado di colonnello, non senza aver ricevuto diverse medaglie al valore militare. Quando finalmente riuscì a ricongiungersi con la sua famiglia, ebbe altri due figli: Maria Rosaria e Silvana, la più piccola. Nonostante tutti gli ostacoli, Francesco Paolo Gentile ha vissuto fino all’età di 92 anni.

Cronache di guerra, di Lorenzo Capano, III E

Ecco qui il primo protagonista di questa narrazione, Carlo Capano, il mio bisnonno. Nato il 4 novembre del 1896 viene mandato in guerra a venti anni nel 1916.

Questo campo medio che lo ritrae a figura intera è stato scattato nel dicembre del 1917, come si legge dalla scritta a mano, a Torino e dalla stessa città la foto come cartolina è stata mandata in seguito per posta a suo padre Vincenzo come ricordo. Lo stesso Carlo appunta sul retro che se l’è ritrovata in tasca e l’ha imbucata al suo rientro in Italia, l’8 dicembre del 1918, a guerra finita. Mi piacerebbe sapere se la frase aggiunta sul fronte della foto, “Le beffarde geste della vita”, che per grafia e colore dell’inchiostro assocerei alla nota sul ritrovamento, risale al momento del rientro o è una riflessione successiva sul gran massacro che fu la Prima Guerra Mondiale.

Dal fronte, spesso spedisce lettere per narrare la vita da soldato alla sua famiglia descrivendo delle volte le scene più crude dopo una battaglia. Alcune delle fotografie che abbiamo conservato portano sul retro, scritti di suo pugno, degli appunti del momento o dei ricordi di anni successivi.

Trincea

Questa è una delle fotografie che sono state conservate da lui; in questo caso rappresenta un trincea in campo lungo e ci aiuta a capire le condizioni di vita in una guerra di posizione dove tutti gli uomini sono ammassati in condizioni pessime. Uno dei soldati si allontana dalla trincea per esplorare il viottolo e vedere dove conduce.

Monte Pertica

Ma le immagini più ricorrenti sono scene di guerra. La foto raffigura, con un totale, le vittime di un massacro sul monte Pertica. Non c’è un’indicazione precisa della data ma, dalla sconfitta di Caporetto (24 ottobre 1917), il fronte italiano si era stabilizzato sul Monte Grappa e sul Piave e il Monte Pertica era stata una delle cime più contese tra italiani e austriaci fino ad essere definitivamente conquistata dai nostri il 27 ottobre del 1918. Questo video illustra chiaramente l’ubicazione del fronte e le mosse dell’esercito italiano

Per questa foto che ritrae i corpi dei soldati morti in battaglia e adagiati sulle barelle , si legge una data sul retro

Dall’appunto di Carlo si desume che ci sia stata una battaglia tra il 6 e il 7 agosto del 1917 ma nella Cronologia della Guerra al fronte italiano non ho trovato nessun riscontro (forse ha confuso con il 17 agosto,Undicesima battaglia dell’Isonzo e vittoria italiana sull’altipiano della Bainsizza ?).

Questa foto fa capire in qualche modo cos’era la ”grande guerra”, una guerra di posizione in cui dovevi come soldato sparare a vista e in cui si utilizzarono per la prima volta le armi chimiche. Le maschere antigas divennero il simbolo di questo terribile conflitto

Premiazione di un ardito

In quest’altra foto possiamo vedere la premiazione di un Ardito. Anche Carlo faceva parte di questi speciali reparti. Gli Arditi erano reparti di assalto costituiti da soldati specializzati, temerari e audaci ufficialmente riconosciuti da Vittorio Emanuele III nel 1917. Qui è proprio Vittorio Emanuele III che procede alla premiazione di uno di questi soldati.

C’è un altro avvenimento che vorrei raccontare, ma purtroppo non possiedo foto con cui accompagnare la vicenda. Facendomi aiutare dai miei parenti, ho scoperto che il mio bisnonno Carlo Capano, dopo la dodicesima battaglia del fiume Isonzo (meglio conosciuta come battaglia di Caporetto, 24 ottobre 1917), fu fatto prigioniero. Mentre gli austriaci lo deportavano insieme a molti altri, fu costretto a portare il corpo di un nemico ferito. Durante il trasporto ci fu un bombardamento. Il mio bisnonno, sebbene in preda al panico, ebbe un attimo di lucidità: lasciò a terra il ferito che stava trasportando mentre tutti scappavano e riuscì a rifugiarsi in un posto al chiuso a prima vista sicuro. Purtroppo all’interno vi erano dei tedeschi che tentarono di imprigionarlo nuovamente. A a questo punto Carlo fece loro una proposta allettante: offrì del lardo che aveva con sé (e che in quel momento era molto prezioso)  in cambio della libertà! Quel giorno sfuggì così alla prigionia e, se non fosse stato così furbo, ora non sarei qui a narrarvi le sue gesta.

Ma ad un’altro ramo della famiglia appartiene un altro soldato che nel tempo libero si dilettava a scrivere.

Francesco De Peppo

Ragazzo del ’99 (dunque mandato in guerra prima di aver compiuto 18 anni per via del bisogno urgente di soldati) , Francesco de Peppo (mio prozio, fratello della mia bisnonna materna Margherita) trascorre i mesi da marzo a novembre 1918 in zona di guerra, prestando servizio in una batteria di artiglieria nei pressi del monte Coni Zugna. Scrive un diario di guerra gelosamente conservato fino alla morte, poi ritrovato dalla moglie e dai figli.

Oggi quel diario è stato raccolto insieme ad altere testimonianze di quella guerra nel sito http://espresso.repubblica.it/grandeguerra/index.php

Tra le pagine del diario di mio zio ho scelto questa, che si trova al link http://espresso.repubblica.it/grandeguerra/index.php?page=estratto&id=1023

Assisto a duelli d’aeroplani; ne cadono due (austriaci) di cui uno vicino la nostra Batteria. Colpito da proiettile antiaereo, si ferma un momento nell’aria, mentre tutto il cielo intorno a questi, si copre di nuvolette grigie, seguite da un piccolo sparo. Finalmente colpito altre volte comincia a volteggiare e a far capriole su se stesso, finché non s’abbatte al suolo. Che spettacolo raccapricciante! I corpi degli aviatori non si distinguono più, tale è lo sfacelo. Tutto il motore è sporco di sangue, e qui un braccio, la una gamba, a terra un groviglio di visceri, cervella, ed arti mutilati.

Ritorno pieno di tristezza e di melanconia. Poveretti! Anche loro forse, come l’abbiamo tutti, avevano una mamma, una sposa, un caro che l’aspettavano, anche loro forse in cuore loro maledivano questa guerra che l’obbligavano a combattere ed uccidere individui come loro, senza averli mai conosciuti, senza odio personale, ma solo perché fin dalla nascita, avevano inculcati a quegli esseri odiare individui che fossero nati in Italia, ed avessero il nome d’Italiano, come noi tutto quello che sa d’Austriaco.

Per tutta la giornata mi resta innanzi agli occhi lo spettacolo straziante di quei poveretti. Quanto è brutta la guerra, e quanto è più brutta la maniera che si combatte, essendo buona qualsiasi arma, qualsiasi strumento d’offesa. Non essendo la guerra che un duello moltiplicato migliaia di volte per se stesso, identiche dovrebbero essere le leggi d’onore. Se in un duello, l’avversario avesse la spada un po’ più lunga dell’altro si riterrebbe disonorato. Perché poi quello che è disonore per un uomo, non è infamante per una nazione? Perché si permette l’uso dei gas asfissianti? dei sottomarini? degli aeroplani che vengono a devastare città intere ed inermi? E perché infine si permette l’uso di tanti mezzi d’offesa sleali e diabolici?”

Uno dei testi preferiti del mio prozio è questo. Il titolo (anche se non dato da lui) è estremamente adatto: RACCAPRICCIANTE. Infatti Francesco si rende conto dell’atrocità della guerra e si sfoga in seguito su di un diario; scrive che, anche se era austriaco, il morto avrà comunque avuto una madre, una famiglia e nulla di diverso rispetto a noi, solo la nazionalità. Proprio come racconta Remarque in tante pagine del suo famoso romanzo “Niente di nuovo sul fronte occidentale”

Scrivere questa narrazione è stata l’occasione per conoscere storie di famiglia che non mi avevano raccontato. Certo, sapevo che il mio bisnonno era stato in guerra, ma ho potuto scoprire tanti particolari della sua vita.

Invece non avevo sentito parlare di Francesco de Peppo, ma mia madre mi ha raccontato che gli è stata molto vicina durante la sua infanzia ed è una persona a lei molto cara.

Ho scoperto inoltre l’importanza di mantenere in buone condizioni le testimonianze storiche di famiglia come diari o fotografie.

Queste storie testimoniano la particolarità della mia famiglia ; spero che siano state gradite e sono stato contento di averle condivise maturando un nuovo interesse per la mia storia famigliare.

LA CASA DELLA PIAGGIOLA, di Riccardo Zuccaro, III M

Con l’inizio della Seconda guerra mondiale i genitori di mia nonna andarono a rifugiarsi a Gubbio in Umbria, città natale della mia bisnonna. Lasciata Napoli trovarono rifugio in una casa di campagna chiamata la Piaggiola. Qui mia nonna e i suoi sette fratelli hanno vissuto terribili e fantastiche avventure.

Il padre di mia nonna, Galati Giuseppe, fu chiamato a far parte dell’esercito e pertanto fu costretto a lasciare moglie e figli a Gubbio. Mia nonna mi ha raccontato che mentre lei si trovava nella casa in compagnia solo di un’altra sorella di poco più grande, arrivarono i Tedeschi che in quei giorni erano a Gubbio per dei rastrellamenti di partigiani. Lei si nascose sotto un letto mentre la sorella più grande nella stalla. Un giovane  tedesco entrò nella stanza dove si trovava mia nonna e la vide nascosta sotto il letto, ma lui uscì dalla stanza dicendo agli altri militari che non aveva trovato nessuno, salvando la vita di mia nonna. Mia nonna non ha mai capito perché il militare tedesco non  la catturò.

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In questa foto sono raffigurati Rachele Piccotti e Giuseppe Galati 8×13 la foto ha un formato particolare detto “formato Margherita“. (Pompei 1910)

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Mia Nonna a pochi mesi di età, 1937 13×7 cm

Qualche giorno dopo, il fratello della mia bisnonna, Attilio Piccotti anni 41, partigiano, fu catturato dai Tedeschi e fucilato nella piazza centrale del paese insieme ad altre 39 persone (I 40 Martiri di Gubbio).

Il fratello di mia Madre, Pietro, zio al quale sono stato molto legato, salito su un albero, ha assistito alla fucilazione dello zio Attilio e raccontò tutto ai suoi familiari. Data l’estrema povertà del tempo, mio zio mi ha raccontato che dopo una fucilazione alla quale aveva assistito,  scese dall’albero e tolte le scarpe ai fucilati le  portò ai propri fratelli.

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Mia nonna al matrimonio di Zio Pietro 8×13

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La mia bisnonna Rachele Piccotti 1919

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Retro della foto formato cartolina

Dopo la fine della guerra e poco prima di rientrare a Napoli, mentre tutti i fratelli di mia nonna stavano giocando nella campagna circostante, Franceschino, uno dei fratelli maggiori di nonna, per dissetarsi bevve acqua da un pozzo lì presente e poco tempo dopo morì a causa del tifo contratto per l’acqua infetta.

Rientrati a Napoli, il padre di mia nonna ha ricevuto il titolo di Cavaliere della Repubblica e delle medaglie per essere stato in guerra.

 

IL MIO BISNONNO: UN UOMO DAVVERO SPECIALE, di Alessandro Amabile, III M

I miei bisnonni materni si chiamavano Lorenzo e Giacinta, si sono conosciuti a Bari, si sono innamorati e poi si sono sposati. Hanno avuto 3 figli maschi: Antonio, Domenico e Nicola, quest’ultimo è il papà della mia mamma.

Mia mamma, che ha il nome di sua nonna Giacinta, mi racconta che il mio bisnonno, che si chiamava Lorenzo, all’inizio era fascista, come molti a quell’epoca.

Durante il regime fascista fu istituita l’Opera Nazionale Balilla per “l’assistenza e per l’educazione fisica e morale della gioventù”. Lo scopo di questa organizzazione era infondere nei giovani il sentimento della disciplina e dell’educazione militare renderli consapevoli della loro italianità.

Col tempo il mio bisnonno diventò antifascista perché non condivideva le idee del regime; tanto che una volta, poiché si era ribellato insieme a numerosi amici è stato messo in carcere per qualche giorno. Mia mamma adorava suo nonno e per lei era un punto di riferimento fortissimo; quando poteva, stava sempre insieme al nonno che le raccontava tante storie e spesso passeggiavano insieme.

Mi racconta che una domenica uscì con il nonno e andarono a fare una lunga passeggiata in collina, il nonno le fece una sorpresa molto gradita perché le organizzò un pic-nic solo per lei. Inoltre mia madre viaggiava spesso con i suoi genitori e i suoi nonni.

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In questa foto c’è mia mamma a 10 anni con il nonno a Rosamarina che è un villaggio turistico vicino a Ostuni (6,5×9,26)

Il mio bisnonno era molto generoso ed aveva una mente matematica ed un fiuto per gli affari, aveva un mobilificio. Diede lavoro ai suoi amici che non se la passavano tanto bene.

Un particolare che mamma mi racconta è che il nonno aveva cominciato ad impegnarsi negli studi per non fare una brutta figura con le ragazze di classe che erano tutte molto diligenti e studiose. Diventò ragioniere e i suoi genitori furono molto contenti.

I miei bisnonni spesso viaggiavano, sono andati a Venezia, Milano, Firenze, Roma.

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Questi sono i miei due bisnonni sul vaporetto a Venezia nel 1964 10,55×10,95

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Questi invece sono i miei nonni con mia mamma a Venezia, piazza San Marco 1972 11×13

Il mio bisnonno amava molto il calcio. La sua squadra preferita era il Napoli. Tra le tante cose, ha insegnato a mia madre a seguire le partite di calcio. Infatti, qualche volta, andavano allo stadio insieme. Ma la mia mamma mi racconta che vedeva con lui anche Carosello e i film.

Mia mamma dice che il mio bisnonno non è mancato mai ad un suo compleanno, in questa foto infatti c’è mia mamma che spegne le candeline dei suoi 5 anni con il nonno la nonna e la sua mamma.

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Qui c’è mia madre che festeggia i suoi 5 anni con tutti i suoi cugini i suoi nonni e la sua mamma. 13×9 cm