Gwen e Lucia, di Maurizio Splendore

lucia_Gwendolyn

Si chiamano Lucia e Gwendolyn,
Napoli, Via Milano, corre l’anno 1948.
Sono sul balcone della casa dei miei nonni, il fotografo è mio padre, molto innamorato di Lucia e suo futuro sposo.
Non sono tanti i tre anni trascorsi dal più che tumultuoso evento che sfregiò il mondo e l’umanità intera, eppure pare non vi sia più traccia di ciò che entrambe avevano patito soltanto ieri.
E le bianche lenzuola distese fuori dai balconi della città sono la bandiera bianca che si arrende finalmente alla vita e, perché no, alla spensieratezza.
La Guerra… che follia.
Questa immagine farebbe mai pensare che le due giovani donne solo poco tempo prima erano su fronti opposti, inconsapevoli nemiche?
Gwendolyn (lei però si faceva chiamare Gwen), infatti, è appena arrivata dal Galles dove aveva incontrato un bellissimo giovane italiano, un prigioniero di guerra, zio Franco. Si innamorarono.
Si narra che quando lei arrivò finalmente a Napoli, appena scesa dal treno zio Franco si lanciò verso di lei ed entrambi si strinsero in un bacio appassionato creando uno scompiglio oggi difficile da immaginare. Gli avventori del momento assistettero dal vero a ciò che avevano forse solo visto in qualche film americano, strappando applausi, risate, stupore, meraviglia e, chissà, forse anche vergogna o addirittura sdegno, in qualcuno un po’ più timorato.
Se li aveste conosciuti avreste compreso subito che non poteva accadere diversamente.
Zio Franco non era propriamente mio zio, ma l’amicizia con mio papà Ulio è stato il più prezioso e inestimabile esempio di amicizia a cui abbia assistito e dunque, come minimo, lui doveva essere mio zio.
Senza questa piccola cornice avreste mai immaginato una cosa del genere? in fondo è solo la foto di due bellissime ragazze eppure sono l’immagine di due luccicanti mondi che si incontrano sul vasto oceano dell’amore.
Vi prego, non storcete il naso, perché credo che si tratti proprio di questo e non altro.
L’amicizia di Lucia e Gwen divenne da subito pari a quella tra mio padre Ulio e mio zio Franco.
Lucia non conosceva una sola parola di inglese e tanto meno Gwen l’italiano.
Ma non serviva.
Tirate voi ora la somma di questa storia, che sennò divento ancora più stucchevole.
Enjoy!
Napoli, 21 dicembre 2019

Tra Catania e Roma, tra il Carso e l’Etiopia. Tratti di una breve storia di famiglia, di Elena Musumeci

Raccontare la storia della mia famiglia paterna è molto difficile, perché ho solo dei vaghi ricordi della mia infanzia con loro.

Eppure, ripescando qui e là nelle poche immagini del passato, possono riaffiorare i volti di mia nonna Elda Mezzadri, di mio nonno Antonino Musumeci, e del mio bisnonno Leo Mezzadri che, seppur mai conosciuto, era una presenza costante in piccoli ritratti caricaturali di vari membri della famiglia, da lui effettuati.

Nelle ultime settimane questi volti hanno riacquisito una voce, colori, pensieri. Posso dire di aver avuto modo di conoscerli davvero riordinando le carte di famiglia recuperate dopo la loro scomparsa, e lasciate per molti anni all’umidità e alla muffa, in uno scatolone in cantina.

Questo lavoro è stato rivelatore di molte cose teoricamente note ma toccate veramente con mano ancora una volta: le carte rendono le storie vive, e questo viene incredibilmente amplificato nelle storie così vicine a noi. Storie familiari, ma che non conosciamo veramente mai a fondo. Assieme a questo ho capito anche il perché in pochi, anche tra gli archivisti,  riordinano le proprie memorie di famiglia.

Il passato a volte può essere molto più complicato del presente.

Nella foto qui sotto, in cattedra, è ritratto frontalmente mio nonno, Antonino Musumeci.

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Mio nonno era nato a Catania nel 1909 ed era un professore di matematica. Me lo ricordo in occasione di un solo incontro, in Sicilia, quando io avrò avuto all’incirca 9 anni e mia sorella Marina sarebbe nata da lì a poco. Nei miei ricordi è un signore alto e distinto, con un bastone da passeggio. Andammo a comprare il pane, dei panini col sesamo, e tutti lo chiamavano “professore”, il che mi fece sentire parte di una stirpe molto importante, anche se per me semisconosciuta.

Antonino Musumeci fu tenente dell’Esercito Regio in Africa. Aveva frequentato la scuola per allievi ufficiali ad Addis Abeba ed era a capo di combattenti àscari. Quando vi fu la conquista britannica dell’ Africa Orientale Italiana, fu fatto prigioniero e condotto in Kenya, dove rimase per molti anni, dal 1941 al 1947. A questo link un sito specifico ricostruisce la storia dei campi di prigionia inglesi in Kenya, ma non ho trovato il nome di mio nonno.

nonno

Una parte importante delle sue carte è costituita da una serie di lettere inviate e ricevute in questo suo lungo periodo di prigionia.

lettera

Per 6 anni le sue lettere riportano lamentele  per la sua salute cagionevole e alcuni interventi chirurgici subiti nel campo di detenzione, per il fatto di non ricevere notizie da casa, per il trattamento discriminante che diceva di ricevere in quanto italiano, e purtroppo a ciò si aggiunge una considerazione non sempre lusinghiera riguardo la popolazione locale, che credo fu frequente in chi ebbe parte in quell’esperienza, e che dunque deve essere stata comune di molti italiani – e non solo – in Africa, durante il colonialismo e la guerra.

Riuscì fortunatamente a tornare vivo a Catania nel 1947, e si riunì alle sue vecchie compagnie di gioventù. Qui incontrò mia nonna, Elda Mezzadri.

nonna

Mia nonna apparteneva a una famiglia della piccola borghesia catanese. Il padre, Leo Mezzadri, era stato anch’egli un soldato. Avevano vissuto qualche anno a Roma, in Viale delle Milizie – come risulta dalla corrispondenza degli anni del Fascismo – e poi erano tornati nella loro città natale durante gli anni della guerra. Mia nonna era abbastanza corteggiata, stando a quanto si può leggere nelle sue lettere.

Elda e Antonino si sposarono, nel 1951, e si trasferirono a Brescia, dove lui era stato inviato come insegnante.

nonna e nonno

Qui nel 1953 nacque mio padre, Mario Musumeci, e furono inviati molti telegrammi di auguri per la sua nascita.

mario musumeci

Tra questi spiccano i biglietti con le poesie del bisnonno Leo Mezzadri, con il quale mio padre Mario aveva un rapporto molto stretto e affettuoso.

bisnonno e mario

Il bisnonno Leo era stato dapprima un sottoufficiale degli Alpini, e come soldato aveva vissuto in molte città.

Aveva anche ricevuto delle onorificenze per aver combattuto sul fronte del Carso durante la Prima Guerra Mondiale.

attestato

Prima della guerra era stato direttore di un giornale locale “La Provincia di Mantova”, e aveva una spiccata inclinazione per la scrittura.

giornale

Era un uomo molto creativo, e ci sono moltissimi suoi componimenti scritti che venivano richiesti anche per propaganda pubblicitaria, oltre che turistica.

componimento

Poco dopo la famiglia lasciò Brescia e tornò a Catania, dove mio padre passò tutta la sua infanzia.

Purtroppo, il matrimonio tra mio nonno e mia nonna non ebbe l’esito sperato, e i due si separarono alla fine degli anni ’60.

Dopo qualche anno, nel 1971, mia nonna raggiunse a Roma mio padre che si era iscritto all’Università La Sapienza, e trovò una casa nel quartiere Cinecittà.

Da bambina io la conobbi abbastanza bene. Mi era molto simpatica anche se non mi dava troppa confidenza. Non era molto felice, e si rinchiuse per molti anni in casa senza uscire quasi mai. Ricordo però che partecipava da casa a moltissimi quiz televisivi, e ogni tanto vinceva gettoni d’oro. Inoltre era una lettrice compulsiva di cataloghi postalmarket, di cui restano moltissime testimonianze tra le sue carte a partire dagli anni ’70, assieme a copie di periodici di gossip e altre riviste di casalinghe e ricette.

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Mio nonno si risposò con una vecchia amica in comune delle comitive catanesi di gioventù, la “zia” Gemma, venuta a mancare di recente.

I miei nonni morirono in due città diverse, a tanti chilometri, ma a pochi anni di distanza, nel 1990 e nel 1993. I miei ricordi di loro sono molto vaghi. Ma Le foto e le carte di questo piccolo archivio di famiglia mi hanno permesso di conoscerli meglio, e sono il filo di una piccola narrazione tra tante, che attraversa tutto un secolo, il ‘900, e tramite cui si può ricostruire una parte della nostra storia comune.

Elena Musumeci, archivista, vive e lavora a Roma.

 

Pistole e margherite. Ritratti femminili tra gli anni ’20 e ’30, della prof.ssa Blandina Comenale

Sono cresciuta in una famiglia di donne.

Non perché gli uomini non ci fossero, né perché fossero in minoranza numerica. Le ragioni della mia affermazione non si devono ricercare nella matematica. Era più una questione di percezione. La sensazione che fossero le donne a essere anima e collante della famiglia. Una sensazione che non saprei nemmeno motivare con solide argomentazioni: se ripenso alla mia infanzia, le donne del lato materno della mia famiglia non erano nemmeno tante. Mia mamma ha due sorelle e ben cinque fratelli. Poi c’era nonna Nicolina. E un numero poco precisabile di cugine di nonna, cugine di mamma, cugine mie. Quello che forse ha reso la loro presenza tanto significativa nel mio immaginario è stata la loro capacità di tessere una rete di sicurezza, dei collegamenti invisibili che hanno formato una sorellanza che va oltre le generazioni e le diversità. Soprattutto oltre le diversità. Credo proprio che la capacità di restare vicine e solidali, usando le proprie differenze come un completamento e non come causa di distanza, sia stato il principale punto di forza delle donne della mia famiglia che, diverse ma sempre compatte, hanno affrontato insieme circa un secolo di vicissitudini personali e storiche.

Mi rendo conto che fino a questo momento ho ricordato per nome solo una di loro, nonna Nicolina. Ed è proprio da una sua foto che voglio partire. Nonna Nicolina era nata il 27 dicembre del 1913.

Nicolina

Era consuetudine, negli anni 20 e 30, che le ragazze le cui famiglie ne avevano la possibilità si facessero ritrarre da un fotografo. Le foto venivano scattate nello studio o, come nel caso della foto di mia nonna, a casa del committente, in un ambiente ricreato ad arte dagli sfondi mobili portati dal fotografo. Spesso queste foto erano destinate a essere donate al promesso sposo. Solitamente ritraevano la ragazza a figura intera, in una posa composta che, nel tentativo di mimare la naturalezza della quotidianità, risultava in verità piuttosto artificiosa e fissa. Nella foto venivano inclusi oggetti comuni, che però avevano un loro preciso linguaggio. Il più delle volte le giovani posavano accanto ad arredi domestici, ad indicare quale fosse il loro posto nel mondo, e tenevano fra le mani un oggetto, anch’esso portatore di un significato: un fiore, ad indicare semplicità e purezza, o talvolta uno strofinaccio ben pulito che simboleggiasse la diligenza nel tenere in ordine la casa.

Nel caso di mia nonna Nicolina, devo dire che il fotografo ha saputo guardare lontano: nella foto riconosco lo stesso stile, lo stesso abbigliamento, la stessa pettinatura, la stessa sobrietà, la compostezza quasi severa, lo stesso sguardo sereno un po’ distaccato dalle cose del mondo, che sono stati tipici di mia nonna per tutti i giorni dei suoi cento anni di vita. Mia nonna aveva anche un sorriso bellissimo, ma ha imparato a concederselo più spesso solo nei suoi anni più recenti.

Ci sono poi i ritratti delle sue due sorelle, entrambe maggiori di lei di qualche anno. Io non le ho mai conosciute, quindi non saprei dire in che misura quello che raccontano le foto sia rispondente a verità.

la sorella di Nicolina
un’altra sorella di Nicolina

Di certo, pur nella diversità di stile e di temperamento che in certa misura influenza le pose e gli sguardi, abbiamo altri due esempi di foto posata, codificata secondo un insieme di convenzioni.

Ma poi c’è zia Rosa. La cugina di mia nonna e delle sue sorelle. L’increspatura sulla superficie, il salto nella partitura, l’inciampo, il singhiozzo, l’elemento che interrompe il discorso convenzionale.

Zia Rosa era nata il 6 gennaio del 1903 e nella foto ha approssimativamente la stessa età che hanno le sue cugine nelle loro. Anche lei è ritratta a figura intera, in piedi, un po’ a tre quarti, come loro. Non so se questo ritratto sia opera di un fotografo o di un parente con l’hobby della fotografia. Fatto sta che c’è qualche evidente differenza… niente margherite fra le mani, niente sedie di Vienna, niente pose composte.

zia Rosa

Il braccio destro teso, una pistola in pugno, il dito sul grilletto. Un abitino estivo di cotone bianco, di taglio quasi infantile, innocente, diverso dai completi sobri e scuri delle cugine, sembra sottolineare ancora di più quella pistola. Lo sguardo però è verso la macchina fotografica: non sta prendendo la mira, sembra piuttosto dire “non sto per spararti davvero, è un gioco, ma volendo ne sarei capace”.

Di zia Rosa – che è mancata nel 1997, quando io avevo quasi 18 anni – conservo il ricordo di una donna anziana, molto minuta, coi capelli candidi sempre raccolti e gli occhi chiari sempre vivaci, vigili, acuti come spilli. L’aspetto fragile non nascondeva la tempra d’acciaio. Eppure una costante delle nostre visite a casa sua erano gli zuccherini alla frutta che aveva sempre per noi bambini in un vaso di vetro sul comò della sua stanza. Questa foto invece mi è capitata sott’occhio quando lei già non c’era più da tanto, e mi ha acceso una sorta di riflettore su un piccolo mistero.

Sia lei che nonna Nicolina le ho sempre conosciute vedove. Di nonno Autari conosco il nome, la storia, ho visto tante sue foto e ascoltato tanti aneddoti importanti, minimi, commoventi, buffi, che è quasi come se lo avessi conosciuto di persona. Potrei dire lo stesso dei suoi fratelli Camillo, Vittorio, Corrado, anche se non ho incontrato nessuno di loro.

Forse una volta da bambina ho chiesto dove fosse il marito di zia Rosa, perché i bambini queste cose le domandano. E mi sarò sentita rispondere un generico “è morto”. Solo recentemente ho realizzato che di questa persona non so nulla. E con “nulla” intendo dire che di lui non ho mai visto una foto, non ho mai sentito parlare, non ho mai sentito nemmeno pronunciare il suo nome di battesimo. Se non fosse per il cognome che ha lasciato all’unica figlia, potrei anche dubitare che sia mai esistito. Da voci rubate qua e là nei discorsi quasi furtivi di parenti vari, ho ricostruito che zia Rosa, la piccola e minuta zia Rosa, deve averlo in qualche modo mandato via da casa. E per arrivare a fare un gesto così abnorme nei patriarcali anni 30 o 40 di un piccolissimo paesino perso tra i monti e i boschi del Cilento, devo supporre che quest’uomo si sia reso colpevole di comportamenti assolutamente inaccettabili. A rafforzare questa ipotesi, la totale damnatio memoriae che sembra aver affetto la sua figura: in una famiglia accogliente e aperta a qualsiasi stravaganza (compresa quella di adottare un leoncino nato allo zoo e rifiutato dalla mamma, tanto per fare un esempio), colpisce molto che una persona sia stata cacciata via dalla quotidianità e perfino dai ricordi. Insomma, la ragazza con la pistola, volendo, sarebbe stata capace di sparare.

Rosa e Nicolina

Mi piace concludere questa piccola carrellata con una foto dei primi anni 80. A sinistra c’è Rosa, a destra Nicolina. La ragazza con la pistola e la creatura sobria e quasi angelica. Negli anni hanno condiviso spesso viaggi e pellegrinaggi, e la foto è stata scattata in occasione di uno di essi. Ironia della sorte, posano fra cannoni e palle di piombo. Ma stavolta nessuno ha voglia di sparare, nemmeno per gioco. Sono sopravvissute a guerre e a dolori che hanno più volte mandato all’aria le loro famiglie e la loro tranquillità. Ma loro sono lì, insieme. Fissano l’obiettivo: obliqua e un po’ ironica Rosa, ferma e incrollabile Nicolina. Due donne diverse, ma ciascuna a suo modo, acciaio.

Vacanze “settanta”, di Massimo Canario

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La data sulla destra della foto dice settembre 1970 ma certamente lo scatto è dell’agosto precedente e la location, come si direbbe oggi, il Trentino, verosimilmente la Val di Non, perché, se non ricordo male, lì in quegli anni passavamo le vacanze di agosto.
Allora le scuole chiudevano a giugno e per molti ragazzi ciò segnava l’inizio delle vacanze che si sarebbero protratte fino a tutto settembre: chi possedeva una casa in una località marina si trasferiva lì e lasciava i bambini con le mamme, quando non lavoravano, o con i nonni. Nel nostro caso erano tre zie, le sorelle di mio padre, che ci ospitavano da metà giugno a fine luglio in Puglia, vicino Ostuni.
Dopo un mese e mezzo di mare tornavamo alla base, Roma, per spostarci in montagna.
Il Trentino e l’Alto Adige sono state le nostre mete preferite: solo qualche anno le tradimmo per la Val d’Aosta, ma era qualche anno più avanti.
La Val di Non quindi e per la precisione un paesino che si chiama Malosco, pensione Negritella. Non è che mi ricordo tutto a memoria, ma appunto le foto aiutano. E poi, una ventina di anni fa decisi di tornarci, anche se solo di passaggio, proprio per rivedere i posti che ci avevano ospitati da piccoli.
Questa foto la conserva mia zia, una sorella di mamma, e quindi ho pensato potesse averla scattata mio padre, ma non ne sono sicuro, soprattutto perché papà non fotografava quasi mai. E questo, oltre che per scarsa passione, perché avevamo, per così dire, il fotografo ufficiale delle vacanze.
Era il papà di Barbara, la protagonista femminile della foto, il mitico Gastone. Me lo ricordo sempre con due tre macchine fotografiche appresso, che cambiava gli obiettivi e soprattutto chino sulla sua altrettanto mitica rolleiflex Tessar e a segnare su un blocchetto notes data e soggetto della ripresa.
Rivedo la foto e immagino dovesse fare parecchio freddo. In quegli anni non era una rarità. Mi ricordo di un’estate, al Passo San Pellegrino, tra val di Fiemme e val di Fassa, il 15 di agosto ci fu una nevicata incredibile, per la gioia di noi ragazzini.
Allora non lo percepivo ma oggi posso dirlo: sono stato un ragazzino fortunato. Passare i mesi estivi in quel modo, senza campi estivi, prima al mare e poi in montagna mi aiutava molto ad affrontare un nuovo anno.

Guerra e pace: storia di nonni, bambini, passioni, di Umberto Mandara

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Caro Geremia,

questa foto color seppia è stata scattata da mio nonno Umberto (si chiama come me), durante la prima guerra mondiale; il nonno apparteneva al genio militare e si occupava di fotografia e telefonia.

Nella grande casa di Sparanise, la casa di zia Letizia, ci sono ancora la sua divisa, il suo fischietto di capostazione, forse anche la vecchia camera fotografica con soffietto.  Guarda che bella scena! Si potrebbe intitolare GUERRA E PACE. Mi sembra la vittoria della bellezza e della tenerezza sulla bruttura della violenza, la vita che rinasce dopo lo sterminio, la poesia che irrompe nella grammatica della vita. Bellissimo l’intreccio di sguardi: il bambino incrocia i suoi occhi con l’uccellino e gli sorride. I soldati lo guardano con tenerezza. Hanno il viso sporco e il bambino è candido, una luce, un germoglio verde e fragile che scoppia dal tralcio rinsecchito della vite.

Geremia, questa foto mi sembra un presepe. . . Perché anche il presepe, quello vero, è un gioco di sguardi, anzi una rete di cuori e la rete di cuori mi sembra la realtà più profonda del nostro vivere. Ma questa è una storia che ti racconterò un’altra volta.

Un bacio forte e fai bei sogni,

tuo nonno Umberto

Geremia è ancora piccolo e questa lettera per il momento la conserva mia figlia; lei capirà il momento giusto per avvicinarlo a questa piccola magia (nda).

***

Ma eccolo qui, il giovane Umberto Mandara, appena diciottenne, con la sua divisa da ufficiale del Genio Militare e con i suoi compagni d’ arme.

umberto

Gli sguardi sono vivaci e sinceri i sorrisi. Penso che la grande guerra non sia ancora cominciata.

Nelle immagini che seguono, invece, ormai sul fronte, Umberto è alle prese con le sue passioni: la fotografia ….

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… e la telegrafia.

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Quella sigaretta tra le dita sarebbe rimasta una costante della sua vita e purtroppo il fumo accanito avrebbe alla lunga minato la sua salute.

Dopo la guerra, anzi le guerre, perché partecipò e fotografò anche la guerra d’Africa, il nonno si sposò nel 1921 con la nonna Maria Cirella e si impiegò come capostazione nelle Ferrovie dello Stato, prima a Cassino e poi a Sparanise.

Era riservato e di poche parole e trascorreva gran parte del suo tempo libero, negli anni di Marconi, a costruire apparati radio; la prima radio del paese nacque negli anni 30, in quelle nottate di fumo di sigarette e di saldatore; la casa di Sparanise divenne subito meta di paesani incantati davanti ad una scatola che parlava. Era una radio a galena, un cristallo ‘magico’ che consentiva di selezionare le emittenti mediante un ago. La radio era piena di solenoidi e valvole termoioniche. Quelle valvole e quegli avvolgimenti, rimaste dormienti e inutili per tanti anni, sarebbero riemersi da una cassa polverosa della soffitta, nei pomeriggi afosi degli anni 60; quelle ‘controre’ non passavano mai, ma allora esisteva ancora quella forza incantatrice e feconda che si chiama ‘noia’, fonte inesauribile di esplorazioni, invenzioni e giochi.

La soffitta della grande casa era stracolma di oggetti che scatenavano la fantasia di noi bambini; ricordo la macchina fotografica col treppiede, un arcolaio per tessere la lana e persino un orologio a cipolla che riproduceva una roulette in miniatura. Riemerse anche il galvanometro; questo strumento dopo tanti anni riprese a funzionare e l’ago si mosse. Per me fu un colpo di fulmine: fu lì che mi innamorai dell’elettronica, che sarebbe diventata il mio mestiere. E invece mio fratello Andrea fu attratto dalle foto, un grande archivio di immagini color seppia della guerra; Andrea avrebbe iniziato subito a sviluppare e stampare in bianco e nero.

E pensare che purtroppo non avevamo conosciuto il nonno, morto solo un mese dopo la mia nascita, ma l’elettricità, i treni e le foto entrarono nel nostro cuore e forse fu mio padre Renato, uomo di lettere e non certo di tecnica, l’abile mediatore.

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Il passaggio di un merci, alla stazione di Sparanise, ancora mi emoziona profondamente.  E nella casa di Sparanise, negli anni è nato un grande plastico ferroviario pieno di congegni elettromeccanici ; la stanza del plastico ha finito  per contagiare l’ infanzia di Marco, Luca e Giovanna, i miei tre figli e di molti altri ragazzini, ed alcuni di loro ora operano come elettricisti e installatori di impianti. Alla fine questa passione ha conquistato anche il nipotino Geremia, che per Carnevale ha voluto un vestito da capostazione per guidare i trenini. In questa immagine, sullo sfondo si intravede la lampada antica delle ferrovie dello stato.

Questa dunque può essere una piccola storia di passioni nate da un uomo silenzioso e riservato e che senza scambiare una parola le ha trasmesse alle generazioni successive. E quando le generazioni si ‘parlano’ tra di loro ci si sente in compagnia …

E la foto che abbiamo visto all’inizio? Nei pomeriggi di inverno, davanti alla stufa, mia nonna Maria raccontava che, durante un viaggio a Venezia, subito dopo la guerra, il nonno si fermò all’ improvviso davanti alla vetrina di un fotografo: ‘Ma quella l’ho scattata io!’, esclamò. Ed era proprio la bella foto dei soldati col bambino e l’uccellino, così bella che era andata in giro per l’Italia.

Napoli 19 marzo 2019

Umberto Mandara

***

La mia storia

Sono nato a Napoli nel ’56, l’anno della nevicata. Nei primi anni ho vissuto a Sparanise nella grande casa dei nonni, insieme con Andrea il fratellino e Letizia, la zia. Mantengo un tenero ricordo dei miei genitori, Renato e Clelia in quei mitici anni 60 al Vomero. Ho imparato a costruire castelli ed aquiloni sulla spiaggia di Mondragone in una banda di undici cugini. Gli anni 70 sono stati anni di studio, incontri, gruppi sociali, comunità religiose, amicizie profonde, amori. Dopo la laurea in Ingegneria Elettronica sono cominciate svariate avventure e mi sono ritrovato a fare il capoprogetto software, il delegato sindacale, il dirigente comunale, il conduttore di gruppi formativi. E soprattutto lo sposo di Margherita ed il papà di Marco, Luca e Giovanna, in una bella casa con giardino nello splendido rione Sanità. Ora che ho i capelli bianchi e una pancetta da nonno, nel periglioso limbo tra fine lavoro e pensione, mi sto chiedendo: ma insomma Umberto chi è? Per ora mi sono dato una risposta: un buon organizzatore di giochi.

Le fotografie ritraggono Umberto Mandara durante l’incontro con gli insegnanti  alla scuola Viale delle Acacie, a marzo 2019 (ndr).

I luoghi della storia e della memoria. La casa dei miei bisnonni, di Elisa Lumini

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Sollecitata da Letizia Cortini, ho scelto di raccontare due storie legate ai miei bisnonni, che non ho mai conosciuto, attingendo quindi ai ricordi dei miei genitori quali fonti privilegiate a testimonianza del passato. La prima storia è già stata pubblicata e riguarda la mia famiglia materna originaria di Praia a Mare.
La seconda storia pubblicata e linkabile in fondo, per leggerla integralmente, ha origine da una fotografia dei miei bisnonni paterni e si ricollega a eventi noti del nostro passato e in particolare all’esperienza partigiana nei territori della Maremma.

Fonti visive - Uso e trattamento

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I soggetti ripresi nell’inquadratura, con questa postura diritta e lo sguardo severo sono i miei bisnonni, i genitori di mia nonna da parte di padre. Probabilmente erano davvero persone severe e austere, anche perché avevano grandi responsabilità sulle loro spalle.

I loro nomi erano Annunziata Tanturli e Martino Sensi. Grazie a loro è stato costruito, ed esiste ancora oggi, il podere di Poggio Lupinaio, nel pieno della campagna maremmana, in provincia di Grosseto. Come per ogni altro podere che avesse un grande appezzamento di terra la prima vera necessità della famiglia era quella di poter contare su tante braccia, utili per coltivare i campi, per allevare e governare gli animali. Ecco perché la mia bisnonna Annunziata ha dato alla luce ben dieci figli, cinque maschi e cinque femmine, tra i quali c’era anche mia nonna Rosina, la settima figlia.

FLP_F_004 Mia nonna Rosina Sensi negli anni…

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I pescatori di Praia a Mare. Intervista a mia madre, di Elisa Lumini

FLP_F_006Effettivamente è passato un po’ di tempo da quando la Professoressa Letizia Ventura mi ha invitato a condividere con questo gruppo le storie di famiglia elaborate da me l’anno scorso per il Progetto “Fonti visive – Uso e trattamento”. Dunque, scusandomi per aver fatto passare tutto questo tempo, pubblico finalmente qui i miei due racconti di famiglia.
Innanzitutto mi presento, sono una studentessa iscritta alla Scuola di Specializzazione in beni archivistici e librari dell’Università “La Sapienza” di Roma. L’anno scorso ho avuto la fortuna e il piacere di seguire Il corso tenuto dalla Prof.ssa Cortini “Storia e fonti del documento audiovisivo” e di contribuire, nel mio piccolo, al progetto del blog “Fonti visive” che, come già saprete, è disponibile a questo indirizzo https://fontivisive.wordpress.com/.
La parte del corso che ho trovato particolarmente fondamentale e utile per tutti coloro che intendono operare nell’ambito della conservazione e della descrizione del documento audiovisivo è stata proprio l’esercitazione pratica. Per la prima volta ho avuto modo di conoscere e utilizzare la Scheda F 4.0. elaborata dall’ICCD e ho avuto modo di familiarizzare con la catalogazione del film, dunque delle immagini in movimento.
Ma prima di affrontare questo lavoro tecnico la Professoressa ci ha introdotto gradualmente a una stimolante e coinvolgente riflessione sul linguaggio fotografico e filmico.
Proprio nell’ambito di questo stimolante percorso nascono le storie di famiglia, che partono dalla descrizione di fonti fotografiche private tramite la Scheda F 4.0.. Nello specifico ho scelto di raccontare due storie legate ai miei bisnonni, che non ho mai conosciuto, attingendo quindi ai ricordi dei miei genitori quali fonti privilegiate a testimonianza del passato.

La storia di famiglia che voglio condividere ha origine da una foto di mio nonno da parte di madre, ma racconta in particolare del lavoro di pescatore svolto da suo suocero (il padre di mia nonna materna).
In questo caso il racconto non si ricollega ad avvenimenti storici particolari, ma è incentrato sull’intervista orale a cui ho sottoposto mia madre. Dunque una storia raccontata secondo il suo punto di vista sulla scia dell’alone fantastico che conservano i ricordi d’infanzia. Un’intervista che si concentra in particolare sulla descrizione delle modalità e dei gesti rituali legati al mestiere di pescatore svolto in un piccolo paese di mare.
Colgo questa occasione per ringraziare nuovamente la Professoressa Letizia Ventura per tutti i suoi fondamentali insegnamenti e per tutti gli stimoli che ha offerto e continua a offrire ai suoi studenti nell’introdurre a un percorso di alfabetizzazione ed educazione all’immagine che penso sia fondamentale per ciascuno di noi, in particolare per tutti coloro che sono nati e cresciuti nell’era del digitale.
Un caro saluto a tutti.

Fonti visive - Uso e trattamento

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Questa immagine ritrae otto uomini, otto pescatori calabresi del paese di Praia a Mare. Tra questi pescatori c’è mio nonno, Fortunato Pace, in costume da bagno, postura eretta e braccia appoggiate ai fianchi (è il secondo da sinistra tra quelli in piedi sulla barca).

Praia a Mare è un paese in provincia di Cosenza, nato come sbocco sul mare per la località di montagna Aieta, un paese dunque dedito alla pesca, abitato da pescatori. Mio nonno è stato soprattutto un fabbro, un mestiere che ha imparato da suo padre, Rosario Pace, ma per lunghi periodi si è dedicato alla pesca. Lavorando in mare ha conosciuto il suo futuro suocero, Biagio Laprovitera, il capo dei pescatori di Praia a Mare, colui che aveva il compito di gestire le operazioni di pesca in tutte le loro fasi.

FLP_F_006 Il matrimonio tra mio nonno Fortunato e mia nonna Iolanda…

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