Una FREDDA guerra… , di Matteo Vitale, III A

Quella che vi voglio raccontare è la storia del mio bisnonno materno. Ho trovato nei cassetti di un armadio dei miei nonni tanti ricordi… fotografie, lettere, cappelli e divise, giochi di altri tempi… Quello che mi ha più colpito è stato il racconto sulla vita del mio bisnonno Sabatino e della sua partecipazione alla Seconda Guerra Mondiale.

Si chiamava Sabatino Manfredi ed era nato il 23 gennaio del 1917, era il terzo di sei figli e i suoi genitori si chiamavano Amalia e Egidio (nome che poi fu dato al mio nonno materno, suo secondogenito).

FOTO 1

Il mio bisnonno, 1954, 10 cm x 15 cm

Eccolo qui, ritratto in una bella foto in primo piano in una occasione ufficiale. Sulla divisa sono visibili i simboli delle Campagne a cui prese parte, nonché i gradi.

Il suo papà morì molto presto e, a quei tempi, nelle famiglie così numerose, toccava ai figli maschi farsi carico della mamma e delle sorelle. Fu così che essendo il primo figlio maschio fu subito iniziato alla leva militare e, appena raggiunta la maggiore età si arruolò nell’esercito Italiano, siamo nel 1935.

Soltanto 5 anni dopo, ahimè, l’Italia entrò in guerra, nell’ambito del Secondo Conflitto Mondiale. Il mio bisnonno era arruolato nella sezione dell’Artiglieria Pesante e faceva parte delle truppe che si muovevano sui carri armati (i Panzer). Ebbe il suo battesimo di fuoco con la Campagna dei Balcani, prendendo parte all’invasione della Jugoslavia. Si registrò una vittoria per l’Asse e si spianò la strada per l’avanzata verso la Russia. Partirono dalle basi in Albania, a Zara e in Istria e scesero a mano a mano nel territorio del Regno di Jugoslavia con divisioni di fanteria, motorizzate e corazzate. Il mio bisnonno si occupava anche degli approvvigionamenti e quindi doveva procurare beni di primissima necessità e derrate alimentari per la sezione a cui era stato affidato.

Dopo poco, ebbe inizio la Campagna di Russia. Qui il racconto si fa più duro: raccontava di grandi sofferenze dovute al freddo, alla mancanza di viveri, alla perdita di tanti commilitoni ormai diventati suoi amici. L’evento più drammatico corrisponde al racconto della Battaglia soprannominata della “Sacca del Don”. È il 26 gennaio del 1943 e mentre il grande inverno russo sferza le truppe, le residue forze dell’Asse cercano caoticamente di ripiegare nella parte meridionale del fronte orientale, a seguito del crollo del fronte sul fiume Don. Gli ultimi resti delle forze italo-tedesche-ungheresi, si trovano a dover affrontare alcuni reparti dell’Armata Rossa che si era stabilita nella cittadina di Nikolaevka per impedire la loro fuga. Di fatto, si ritrovarono accerchiati nella cosiddetta Sacca del Don.

 Il mio bisnonno Sabatino, insieme ad altri commilitoni che lo aiutarono nell’impresa, riuscì a salvare molti soldati, nonché il suo capitano, svuotando i camion che erano destinati al trasporto di viveri, armi, benzina e altri mezzi di sostentamento e riempiendoli di uomini, permettendogli in questo modo di superare l’accerchiamento e sfuggire a morte certa. In quella battaglia persero la vita 3.000 soldati, ma se ne salvarono in questo modo più del doppio.

Riuscito a sopravvivere a questa atroce esperienza, che lo segnò per sempre, rientrò in Patria e fu mandato prima a Bologna, poi a Firenze. In questo periodo andava e veniva da Napoli con il treno, che allora ci metteva tantissimo tempo a compiere i tragitti.

Ebbe anche la fortuna di incontrare l’amore della sua vita nella sua città natale e dopo un lungo fidanzamento, rigorosamente “in casa” (non poteva uscire da solo con la fidanzata, ma sempre accompagnato dalla mamma di lei!!!) finalmente il 5 gennaio del 1948 si sposò con la mia bisnonna Immacolata Esposito (per noi tutti in famiglia, Titina). Nel 1951 e nel 1954 ebbero due figli maschi il primo, Pio, il secondo Egidio, che poi sarebbe diventato papà della mia mamma.

FOTO 2

Titina a Napoli, 1945, 12 cm x 18 cm

Ecco la giovane Immacolata, è il 1945, ritratta a via Toledo nei pressi dell’edificio storico del Banco di Napoli, con alle spalle un gruppo di militari. Era normale, in quegli anni, vedere soldati per le strade delle città.

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Titina e suo figlio Pio, Napoli, 1949, 10 cm x 15 cm

Ed eccola sfoggiare con orgoglio il suo primogenito.

Quando finalmente fu definitivamente stanziato a Napoli, faceva parte della 10° SEZIONE O.R.M.E. Officina Riparazioni Mezzi Esercito come Furiere cioè addetto al controllo anche amministrativo dei pezzi di ricambio dei mezzi e delle derrate alimentari per la sezione.

FOTO 4

Sabatino in caserma con i suoi Commilitoni, 1962, 12 cm x 12 cm

Eccolo qui in una foto degli anni sessanta che lo ritrae in Caserma coi suoi commilitoni.

Andò in pensione nel 1978 e fu congedato con la Medaglia a Croce alla carriera militare con il Titolo di Aiutante Maresciallo Maggiore con l’onorificenza di Cavaliere della Repubblica datagli dall’allora Presidente Pertini.

Mia mamma mi racconta che era un ottimo cuoco, un papà, un nonno e un marito affettuosissimo, rigido nelle regole ma estremamente legato ai suoi affetti, forse proprio perché aveva rischiato più e più volte di perderli o di non avere la possibilità di avere una famiglia tutta sua.

Un aneddoto che da sempre accompagna il ricordo del mio bisnonno è che ogni volta che la famiglia si riuniva a casa sua per il Natale, la Pasqua o altre ricorrenze…si diceva che lui cucinasse “per un reggimento”, ma senza mai sprecare neppure una briciola!!! Forse proprio perché quel suo dover sostentare e procurare cibo per i suoi compagni di guerra lo aveva profondamente coinvolto.

Purtroppo non ho avuto la possibilità di conoscerlo perché è morto prima che io nascessi, il 2 novembre del 1997, ma in compenso eccomi qui in una bella foto del 3 novembre 2005, che mi ritrae appena nato accanto alla mia ormai novantenne bisnonna Titina, sua moglie, visibilmente euforica, molto orgogliosa ed emozionata per l’arrivo del suo primo pronipote.

FOTO 5

Io e la mia bisnonna; 3 novembre 2005, 9 cm x 16 cm

Dedicato a mia nonna, di Lorenza Chianese, III E

La storia che voglio raccontarvi, è quella di mia nonna, Mariarosaria D’Avino, una persona davvero speciale, che ha vissuto e vive una vita dinamica e piena di amore. È nata nel pieno della Seconda Guerra Mondiale, l’8 Luglio del 1941, a Somma Vesuviana, seconda di cinque figli di cui quattro maschi.

Raffaele D’Avino (il padre di mia nonna) – Fotografo: Antonio Capuano- Somma Vesuviana, 1941 (13,2 x 8 )

In questa foto, a figura intera, è rappresentato il padre di mia nonna, Raffaele D’Avino. Nel 1941 era militare. Qui Indossa l’uniforme del 30° reggimento di fanteria. E’ un ritratto scattato in uno studio fotografico, come si capisce dal fondale dipinto e dalla colonnina con vaso su cui poggia la mano.

Raffaele faceva il pompiere ed era sposato con Assunta Parisi (prima di dieci figli!) che invece era casalinga. Vivevano a Somma Vesuviana. Quando Raffaele andò in guerra, nel 1941, Assunta era incinta di  due gemelle, di cui una sarebbe stata mia nonna. Dato che il bisnonno voleva essere presente al momento del parto, si misero d’accordo che Assunta si sarebbe finta malata grave così, ricevuta la comunicazione, il comando militare gli avrebbe dato il permesso di tornare. Nel 1941, quando venne il momento della nascita, l’unico ginecologo che c’era a Somma Vesuviana era andato in guerra anche lui, quindi chiamarono un’ostetrica che fece nascere prima mia nonna ma l’altra bimba la vollero far nascere il giorno dopo. Il cordone ombelicale si infettò morirono la bambina e anche Assunta, madre naturale di mia nonna. I parti avvenivano in casa e c’erano spesso rischi di morte per le donne. Ho trovato un video del 1953 nell’Archivio dell’Istituto Luce dedicato alle ostetriche e al loro ruolo a volte accanto al medico, altre volte in situazioni disagiate. Ci sono delle scene relative allo svolgimento del parto in una casa di un paese di campagna che mi hanno colpito molto. I parti in casa cominciarono a diminuire solo negli anni ’60.

Dopo l’accaduto, a Raffaele arrivò un telegramma con cui gli veniva comunicato il decesso della moglie ma lui, pensando al loro accordo, non si preoccupò. Solo all’arrivo a casa si trovò di fronte al tragico evento.

Raffaele D’Avino e Luisa Parisi, Somma Vesuviana, 1943 ( 13×8,5 )

Dopo questo lutto, Raffaele fu congedato perché vedovo con già due figli e, come accadeva spesso in quegli anni, si risposò con la sorella di Assunta, Luisa Parisi , per dare una madre ai bambini. In questa foto Raffaele e Luisa sono ritratti nel 1942, poco prima della partenza per il viaggio di nozze, a Pompei. Non deve stupire la meta della loro luna di miele, a pochi chilometri dalla città in cui vivevano, poiché non erano previsti lunghi viaggi per gli sposi a quei tempi; anche così era un lusso.

Luisa e Raffaele sono molto eleganti: lei indossa un tailleur e il cappotto di pelliccia, cappello, guanti e ha una bella borsa; lui veste con un cappotto tipico da viaggio, camicia cravatta e guanti.

Luisa Parisi (zia di mia nonna) e mia nonna, Somma Vesuviana, 1942- (13 ,2 x 8 )

Questa foto è stata scattata nel 1942 da un fotografo. La bimba seduta sul trespolo è mia nonna, Mariarosaria, all’età di diciotto mesi e la donna al suo fianco è Luisa, sua zia, che l’ha cresciuta da madre. Anche questa è una foto scattata in studio. Mi intenerisce perché penso che mia nonna non sapesse della morte della sua madre naturale; è luminosa ed ha un viso paffuto e lucido che mi fa pensare alle bambole di porcellana. Luisa è seria e leggo la tristezza nel suo sguardo che non guarda l’obiettivo, forse portava il peso del dolore per la perdita della sorella ed era consapevole della sua responsabilità. I loro sguardi non si incrociano; Luisa tiene per la manina la nonna, incapace di un gesto più materno.

Nessuno disse alla piccola Mariarosaria che Luisa non era la sua vera madre, fino a quando, a cinque anni, mentre stava a casa di sua nonna, vide una foto di Assunta. Chiese alla nonna chi fosse quella donna e lei le rispose che era la sua vera madre morta alla sua nascita. Mia nonna rimase sconvolta ed una volta tornata a casa sua, non fece domande e non tirò mai più fuori l’argomento. Nonostante questo, oggi mi racconta che quando la zia la sgridava e la richiamava, pensava sempre a come sarebbe stato se avesse avuto la sua mamma. Da queste foto non traspare nulla della guerra che era in atto però la nonna ricorda molto bene i momenti in cui, durante i bombardamenti, lei e il primo dei suoi fratelli dovevano correre nei “ricoveri”, in genere nelle cantine e negli scantinati dei palazzi.

Mia nonna a sinistra, al centro Vincenzo e a destra Giuseppe, fratelli di mia nonna , Somma Vesuviana, via Macedonia 54, 1951 ( 9,5 x 6,3 )

Questo scatto è del fratello di Luisa che veniva da Milano ed aveva acquistato una nuova macchina fotografica. Era il 1951: mia nonna è la bambina a sinistra, quello al centro è il fratello, Vincenzo che aveva tre anni, quello a destra è l’altro fratello, Giuseppe, all’età di sei anni. Il fotografo ha inquadrato, leggermente dal basso, i tre bambini che sembrano guardare l’obiettivo con un misto di timore e sorpresa. Mariarosaria mette una mano protettiva sulla spalla del fratello più piccolo che come l’altro ha in mano un monopattino con una sola rotella. I monopattini li avevano montati i due fratelli. Funzionavano così: un bambino guidava il monopattino spingendolo in avanti e gli altri dovevano rincorrerlo. Giocavano tutti i giorni in cortile al salto alla corda, alla campana, improvvisavano recite e organizzavano tanti altri giochi all’aria aperta. Oggi, non è più così; ormai i bambini giocano con giochi comprati che sono più funzionali e più belli esteticamente, ma si è forse perso il vero senso del giocare. Mia nonna, avendo quattro fratelli, è sempre cresciuta facendo giochi da maschi, senza mai avere una bambola. Ha vissuto nel benessere grazie alla posizione economica della famiglia che, oltre a contare su proprietà immobiliari, svolgeva attività di vendita di frutta.

il sacrestano, il sacerdote, mia nonna, il padre di mia nonna, Santuario di Pompei, 1959 ( 9 x 14)
 

Questa foto è stata scattata nel 1959 per immortalare il momento in cui mia nonna, dopo aver superato l’esame per la patente automobilistica ed aver ricevuto in dono un’auto, partecipa al rito della benedizione delle auto che ancora oggi si svolge nel famoso Santuario di Pompei. La foto è in bianco e nero e ritrae, in piano americano, il sacrestano, il sacerdote benedicente, mia nonna, suo padre e l’auto. Mia nonna ha diciotto anni. Lei è stata la prima nel suo paese a possedere e guidare un’auto. Iniziò a guidare così presto perché suo padre, anche se era vigile del fuoco, non sapeva guidare. L’Italia in quegli anni viveva ancora nel benessere del boom economico e le donne al volante, segno di emancipazione, erano diventate molto più numerose come si vede in questo video dell’Istituto Luce.

Mia nonna e mio nonno,- Sorrento, 26/09/1964, ( 18 x 13)

Era il 26 settembre del 1964 quando mia nonna si è sposata con mio nonno, Salvatore Chianese che faceva parte di una famiglia di professionisti ed era un dirigente dell’ Intesa San Paolo di Torino. Questa foto è stata scattata a Sorrento dove ebbe luogo luogo il ricevimento di nozze. Gli sposi sono ritratti a figura intera sullo sfondo del panorama: una tipica inquadratura dei servizi fotografici matrimoniali. Si sono conosciuti nel 1961 e da lì è nata la loro storia d’amore, una storia che non finirà mai. Nel 2009 mio nonno è volato via per un tumore ai polmoni, a causa del fumo. Nonostante questo, la nonna mi dice sempre che lei dimentica sempre tutto, ma non perderà mai la memoria del nonno.

Mia nonna e mio nonno con i figli, Baia Domizia, 1976 (18 x 11,8)
 

Nella foto, a colori, ci sono i miei nonni con i loro quattro figli. A sinistra c’è mia zia Tina che è la terza in ordine di età, affianco a lei c’è Annamaria che è la prima, poi mia zia Lisa e infine mio padre Francesco che è l’ultimo. Qui si trovavano a Baia Domizia dove trascorrevano le vacanze estive e lo zio Vittorio, fratello del nonno, ha scattato questa foto. Baia Domizia è una località del litorale campano che ebbe un grande sviluppo edilizio tra anni ’60 e ’70 e diventò la metà balneare di molte famiglie.

La nonna mi dice sempre che avrebbe voluto avere altri figli,almeno altri quattro, ma non è stato possibile perché la figlia Lisa contrasse una febbre molto alta che le provocò la paralisi di tutto il lato destro del corpo. I miei nonni sono stati in giro in tutta Italia per consultare dottori e cercare strutture ospedaliere per curare la figlia.

Oggi zia Annamaria ha una figlia ed è una pediatra, zia Lisa è laureata e anche lei ha una figlia, zia Tina fa l’avvocato ed ha due figli e mio padre lavora in banca ed ha tre figlie. Le mie zie e mio padre sono molto uniti tra loro e si aiutano e sostengono in ogni occasione.

Queste due foto sono più recenti. La prima è stata scattata da me. E’ un autoscatto, infatti io appaio, tagliata sulla destra, mentre cerco alzare l’inquadratura per far entrare tutti nella foto. E’ di questo Natale e la nonna è l’ultima sulla destra, con il pullover chiaro. La seconda foto è stata scattata nel 2011 e stiamo festeggiando i settanta anni della nonna; lei è la quarta in seconda fila, raggiante tra nipoti, figli e parenti.

Oggi, la nonna è per tutta la famiglia un punto di riferimento, un faro che illumina il nostro cammino e se siamo tutti così uniti è solo ed esclusivamente grazie a lei. E’ sempre pronta ad aiutare, a dare una mano mettendo la cura per gli altri prima di quella di sé stessa. Non ha mai conosciuto la madre, ha affrontato perdite dolorose e difficoltà, ma è sempre riuscita a trovare la forza di andare avanti. Questa narrazione è un tributo a lei, alla sua forza, alla sua presenza e l’ho costruita grazie ai suoi racconti. So che non vede l’ora di leggerla e questo pensiero mi emoziona.

Salvò tutti tranne se stesso, di Gian Carlo Rubino, III A

Galleria

Ciao a tutti! Mi chiamo Gian Carlo Rubino  e sono molto contento di  raccontare la storia dei miei avi e in particolare dello zio di mio padre, Francesco Rubino, nato a Salerno il 3 novembre 1910 e morto tragicamente nel … Continua a leggere

Cronache di guerra, di Lorenzo Capano, III E

Ecco qui il primo protagonista di questa narrazione, Carlo Capano, il mio bisnonno. Nato il 4 novembre del 1896 viene mandato in guerra a venti anni nel 1916.

Questo campo medio che lo ritrae a figura intera è stato scattato nel dicembre del 1917, come si legge dalla scritta a mano, a Torino e dalla stessa città la foto come cartolina è stata mandata in seguito per posta a suo padre Vincenzo come ricordo. Lo stesso Carlo appunta sul retro che se l’è ritrovata in tasca e l’ha imbucata al suo rientro in Italia, l’8 dicembre del 1918, a guerra finita. Mi piacerebbe sapere se la frase aggiunta sul fronte della foto, “Le beffarde geste della vita”, che per grafia e colore dell’inchiostro assocerei alla nota sul ritrovamento, risale al momento del rientro o è una riflessione successiva sul gran massacro che fu la Prima Guerra Mondiale.

Dal fronte, spesso spedisce lettere per narrare la vita da soldato alla sua famiglia descrivendo delle volte le scene più crude dopo una battaglia. Alcune delle fotografie che abbiamo conservato portano sul retro, scritti di suo pugno, degli appunti del momento o dei ricordi di anni successivi.

Trincea

Questa è una delle fotografie che sono state conservate da lui; in questo caso rappresenta un trincea in campo lungo e ci aiuta a capire le condizioni di vita in una guerra di posizione dove tutti gli uomini sono ammassati in condizioni pessime. Uno dei soldati si allontana dalla trincea per esplorare il viottolo e vedere dove conduce.

Monte Pertica

Ma le immagini più ricorrenti sono scene di guerra. La foto raffigura, con un totale, le vittime di un massacro sul monte Pertica. Non c’è un’indicazione precisa della data ma, dalla sconfitta di Caporetto (24 ottobre 1917), il fronte italiano si era stabilizzato sul Monte Grappa e sul Piave e il Monte Pertica era stata una delle cime più contese tra italiani e austriaci fino ad essere definitivamente conquistata dai nostri il 27 ottobre del 1918. Questo video illustra chiaramente l’ubicazione del fronte e le mosse dell’esercito italiano

Per questa foto che ritrae i corpi dei soldati morti in battaglia e adagiati sulle barelle , si legge una data sul retro

Dall’appunto di Carlo si desume che ci sia stata una battaglia tra il 6 e il 7 agosto del 1917 ma nella Cronologia della Guerra al fronte italiano non ho trovato nessun riscontro (forse ha confuso con il 17 agosto,Undicesima battaglia dell’Isonzo e vittoria italiana sull’altipiano della Bainsizza ?).

Questa foto fa capire in qualche modo cos’era la ”grande guerra”, una guerra di posizione in cui dovevi come soldato sparare a vista e in cui si utilizzarono per la prima volta le armi chimiche. Le maschere antigas divennero il simbolo di questo terribile conflitto

Premiazione di un ardito

In quest’altra foto possiamo vedere la premiazione di un Ardito. Anche Carlo faceva parte di questi speciali reparti. Gli Arditi erano reparti di assalto costituiti da soldati specializzati, temerari e audaci ufficialmente riconosciuti da Vittorio Emanuele III nel 1917. Qui è proprio Vittorio Emanuele III che procede alla premiazione di uno di questi soldati.

C’è un altro avvenimento che vorrei raccontare, ma purtroppo non possiedo foto con cui accompagnare la vicenda. Facendomi aiutare dai miei parenti, ho scoperto che il mio bisnonno Carlo Capano, dopo la dodicesima battaglia del fiume Isonzo (meglio conosciuta come battaglia di Caporetto, 24 ottobre 1917), fu fatto prigioniero. Mentre gli austriaci lo deportavano insieme a molti altri, fu costretto a portare il corpo di un nemico ferito. Durante il trasporto ci fu un bombardamento. Il mio bisnonno, sebbene in preda al panico, ebbe un attimo di lucidità: lasciò a terra il ferito che stava trasportando mentre tutti scappavano e riuscì a rifugiarsi in un posto al chiuso a prima vista sicuro. Purtroppo all’interno vi erano dei tedeschi che tentarono di imprigionarlo nuovamente. A a questo punto Carlo fece loro una proposta allettante: offrì del lardo che aveva con sé (e che in quel momento era molto prezioso)  in cambio della libertà! Quel giorno sfuggì così alla prigionia e, se non fosse stato così furbo, ora non sarei qui a narrarvi le sue gesta.

Ma ad un’altro ramo della famiglia appartiene un altro soldato che nel tempo libero si dilettava a scrivere.

Francesco De Peppo

Ragazzo del ’99 (dunque mandato in guerra prima di aver compiuto 18 anni per via del bisogno urgente di soldati) , Francesco de Peppo (mio prozio, fratello della mia bisnonna materna Margherita) trascorre i mesi da marzo a novembre 1918 in zona di guerra, prestando servizio in una batteria di artiglieria nei pressi del monte Coni Zugna. Scrive un diario di guerra gelosamente conservato fino alla morte, poi ritrovato dalla moglie e dai figli.

Oggi quel diario è stato raccolto insieme ad altere testimonianze di quella guerra nel sito http://espresso.repubblica.it/grandeguerra/index.php

Tra le pagine del diario di mio zio ho scelto questa, che si trova al link http://espresso.repubblica.it/grandeguerra/index.php?page=estratto&id=1023

Assisto a duelli d’aeroplani; ne cadono due (austriaci) di cui uno vicino la nostra Batteria. Colpito da proiettile antiaereo, si ferma un momento nell’aria, mentre tutto il cielo intorno a questi, si copre di nuvolette grigie, seguite da un piccolo sparo. Finalmente colpito altre volte comincia a volteggiare e a far capriole su se stesso, finché non s’abbatte al suolo. Che spettacolo raccapricciante! I corpi degli aviatori non si distinguono più, tale è lo sfacelo. Tutto il motore è sporco di sangue, e qui un braccio, la una gamba, a terra un groviglio di visceri, cervella, ed arti mutilati.

Ritorno pieno di tristezza e di melanconia. Poveretti! Anche loro forse, come l’abbiamo tutti, avevano una mamma, una sposa, un caro che l’aspettavano, anche loro forse in cuore loro maledivano questa guerra che l’obbligavano a combattere ed uccidere individui come loro, senza averli mai conosciuti, senza odio personale, ma solo perché fin dalla nascita, avevano inculcati a quegli esseri odiare individui che fossero nati in Italia, ed avessero il nome d’Italiano, come noi tutto quello che sa d’Austriaco.

Per tutta la giornata mi resta innanzi agli occhi lo spettacolo straziante di quei poveretti. Quanto è brutta la guerra, e quanto è più brutta la maniera che si combatte, essendo buona qualsiasi arma, qualsiasi strumento d’offesa. Non essendo la guerra che un duello moltiplicato migliaia di volte per se stesso, identiche dovrebbero essere le leggi d’onore. Se in un duello, l’avversario avesse la spada un po’ più lunga dell’altro si riterrebbe disonorato. Perché poi quello che è disonore per un uomo, non è infamante per una nazione? Perché si permette l’uso dei gas asfissianti? dei sottomarini? degli aeroplani che vengono a devastare città intere ed inermi? E perché infine si permette l’uso di tanti mezzi d’offesa sleali e diabolici?”

Uno dei testi preferiti del mio prozio è questo. Il titolo (anche se non dato da lui) è estremamente adatto: RACCAPRICCIANTE. Infatti Francesco si rende conto dell’atrocità della guerra e si sfoga in seguito su di un diario; scrive che, anche se era austriaco, il morto avrà comunque avuto una madre, una famiglia e nulla di diverso rispetto a noi, solo la nazionalità. Proprio come racconta Remarque in tante pagine del suo famoso romanzo “Niente di nuovo sul fronte occidentale”

Scrivere questa narrazione è stata l’occasione per conoscere storie di famiglia che non mi avevano raccontato. Certo, sapevo che il mio bisnonno era stato in guerra, ma ho potuto scoprire tanti particolari della sua vita.

Invece non avevo sentito parlare di Francesco de Peppo, ma mia madre mi ha raccontato che gli è stata molto vicina durante la sua infanzia ed è una persona a lei molto cara.

Ho scoperto inoltre l’importanza di mantenere in buone condizioni le testimonianze storiche di famiglia come diari o fotografie.

Queste storie testimoniano la particolarità della mia famiglia ; spero che siano state gradite e sono stato contento di averle condivise maturando un nuovo interesse per la mia storia famigliare.

Alla ricerca di un sogno…, di Biagio Varricchio III A

In una cassa di legno a casa di  mio nonno ho trovato tante foto, tutte in bianco e nero e ingiallite, così ho cominciato a frugare, quelle che mi affascinavano di piu’ erano quelle che riguardavano le guerre…

In questo periodo sto studiando le Guerre mondiali e con quelle foto assaporavo il gusto della realtà.

Così ho raccolto e messo da parte le fotografie che ritraevano il mio bisnonno Luciano che ha partecipato ad entrambe le Guerre mondiali.

Il mio bisnonno era un ingegnere, SPERO DI POTERLO DIVENTARE ANCHE IO!!! Egli  fu chiamato alle armi nella Prima guerra mondiale e partì per Valenza, come vediamo nella foto che segue datata giugno 1918.

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Mio bisnonno a Valenza; giugno 1918; 10 cm x 15 cm

Nella foto, in bianco e nero e un po’ ingiallita, a campo medio, è rappresentato il mio bisnonno che porta un cavallo per la cittadina di Valenza.

Come ha raccontato mio nonno Vittorio, suo figlio  fu collocato negli uffici amministrativi per le sue competenze specifiche. Aveva l’incarico di scrivere lettere per diplomatici e di controllare la strumentazione tecnica e spesso rappresentava lo Stato Italiano nei discorsi con alcune Autorità, infatti era sempre vestito in modo elegante.

Raccontava spesso ai suoi figli che nonostante vivesse una situazione di “privilegio” in guerra, avvertiva il dolore della morte dei suoi compagni di guerra, i suoi compaesani che erano partiti con lui ma non più tornati. Mio nonno mi ha raccontato che la parte più dolorosa è stata il rientro a casa del mio bisnonno, numerose persone, madri, mogli,  figli, si recavano da lui mostrandogli foto dei loro parenti di cui non avevano più notizie. E’ stato insignito anche del titolo di Cavaliere, come si legge nel quadro appeso nel suo studio, che ho fotografato.

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Attestato di Cavaliere dell’Ordine di Vittorio Veneto consegnato al mio bisnonno; 1918

La foto è un totale a colori dell’attestato che fu consegnato al mio bisnonno.

Una  foto che mi ha colpito molto è la successiva, dietro leggo: “Firenze 5-XI-18- Ricordo della fine della guerra”.

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Mio bisnonno a Firenze con dei suoi compagni di guerra; 5 novembre 1918 15 cm x 18 cm

La foto ritrae il mio bisnonno con due compagni di “avventura”. È a campo medio con il totale del gruppo e sullo sfondo si vede una delle città più belle d’Italia: la suggestiva Firenze. Mi sembra di vedere nei loro occhi l’orgoglio di aver partecipato alla difesa della Patria.

Ho provato ad immaginare quanta volontà avessero questi giovani per abbandonare le loro case e  famiglie pur di combattere per la Patria. Penso che noi cittadini di oggi non riusciamo a comprendere in profondità il loro sacrificio, considerando che tutti collaboriamo spesso a rovinare la nostra Patria.

Infine ho raccolto questa ultima foto.

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Il mio bisnonno Luciano in compagnia del fratello Eugenio in occasione di una festa a Caivano (NA); 1919

Mio nonno mi ha raccontato che questa foto ritrae il mio bisnonno Luciano in compagnia del fratello Eugenio, in occasione di una festa organizzata dal cugino per il suo rientro a casa. È a campo corto, un piano americano, in bianco e nero. Eugenio era un medico veterinario, viveva in un palazzo antico a Caivano, paese situato lungo il percorso che collega Napoli e Caserta. Egli  aveva l’incarico di curare i cavalli del re durante il tragitto tra le due città, ancora oggi nel palazzo è possibile vedere i ganci dove venivano attaccati i cavalli del re.

In questa foto i due fratelli sono vestiti in modo molto elegante, provenivano da famiglie molto benestanti, ma come mi ha ripetuto spesso mio nonno, il periodo di guerra ha reso povero suo padre Luciano che era un ingegnere molto ricco e suo  fratello Eugenio, veterinario.

Ripercorrere le tappe più significative della vita del mio bisnonno attraverso queste foto, ha dato ancora più valore al sogno della mia vita che spero di realizzare al termine del mio percorso di studi. 

Galleria di vita di mio nonno Mario, di Alberto Scarfò, III A

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Mio nonno Mario, Napoli; 1961, 10 cm x 15 cm

Mio nonno Mario nacque a Napoli nel 1934, secondogenito di una famiglia di 6 figli, per questo motivo, nonostante il mio bisnonno Antonio facesse l’avvocato, le condizioni di vita non erano proprio agiate.

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Mio nonno con suo fratello Carlo, Nola, 1938; 10 cm x 15 cm

I primi anni di vita il nonno li trascorse vivendo a piazza Mazzini, ma dopo qualche anno, a causa dello scoppio della guerra e dei bombardamenti sulla città, l’intera famiglia si trasferì a Nola, ospite dei cugini materni. A Nola mio nonno concluse le scuole elementari, in un periodo di spensieratezza nonostante la guerra di cui raccontava sempre. Nella foto sopra, in un totale, è ritratto mio nonno insieme a suo fratello maggiore; sullo sfondo si intravede la vegetazione del giardino di casa.

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Mio nonno con la sua classe, Napoli, 1948; 15 cm x 18

Una volta tornato a vivere al Vomero a Napoli, frequentò il ginnasio e poi il liceo classico presso l’istituto “Jacopo Sannazzaro” che anch’io frequenterò l’anno prossimo. Nella foto, un totale del gruppo, è ritratto mio nonno (primo a sinistra) con i suoi compagni di classe e il professore di italiano. Sullo sfondo si distinguono le scale e il portone d’ingresso dell’edificio.

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Mia nonna, Ischia (NA); 1952, 15 cm x 18

La foto ritrae mia nonna Annamaria durante un soggiorno in una località di vacanza. L’inquadratura la rappresenta in posizione quasi centrata, sullo sfondo si intravede uno stabilimento balneare. A scuola  mio nonno conobbe mia nonna Annamaria, con cui si sposò nel 1966 dopo un lungo fidanzamento.

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Mio nonno con altri commilitoni, Bari, 1961, 15 cm x 18

Nel 1961 mio nonno fu richiamato dall’esercito per il servizio militare. Non so dire quanto tempo stette lontano da Napoli e dove di preciso svolse il suo addestramento. La foto ritrae mio nonno, il secondo da sinistra, con un’ inquadratura centrata, durante il soggiorno nella caserma dove ha prestato il servizio militare. Sullo sfondo si può intravedere la strada e l’edificio.

Dopo il servizio militare, nonno Mario fu assunto come contabile allo stabilimento siderurgico di Bagnoli, dove lavorò fino alla chiusura delle acciaierie. A quel punto, spinto dalla sua passione per la pittura, decise di aprire una galleria d’arte al Vomero. Mio nonno Mario è morto nel 2016 e ha lasciato nella sua casa centinaia di libri che parlano delle opere d’arte e della storia di Napoli, città della cui storia era appassionato.

L’EVOLUZIONE DELLA LEVA OBBLIGATORIA VISSUTA DALLA MIA FAMIGLIA, di Alessandra Cutillo, III D

Nel mio racconto voglio parlarvi dell’evoluzione del  servizio militare vissuto dalla mia famiglia.

INTRODUZIONE – In Italia,  il servizio militare obbligatorio è stato istituito con la nascita del Regno d’Italia e confermato con la nascita della Repubblica italiana. E’ stato in regime operativo dal 1861 al 2004, per 144 anni. L’obbligatorietà del servizio, prevista dalla costituzione della Repubblica Italiana, è inattiva dal 1º gennaio 2005, come stabilito dalla legge 23 agosto 2004, n. 226

Durante la prima guerra mondiale (1914-1918) cominciarono a verificarsi i primi significativi episodi di obiezione di coscienza: i primi casi di obiezione al servizio militare obbligatorio furono quelli di Remigio Cuminetti, un testimone di Geova, che nel 1916 in piena grande guerra finì sotto processo per diserzione a causa del suo rifiuto di indossare l’uniforme, e di Luigi Lué e Alberto Long.

L’obiettore di coscienza è un cittadino che, dovendo prestare servizio militare armato, contrappone il proprio rifiuto all’uso  delle armi e quindi  a un dovere imposto dall’ordinamento giuridico.

Dopo il primo dopoguerra, il regime fascista introdusse l’istruzione premilitare, “impartita con carattere continuativo a tutti i giovani dall’anno in cui compiono l’8º anno di età a quello in cui compiono il 21°”. Tale istruzione comprendeva due periodi: il primo, dal compimento dell’ottavo al compimento del 18º anno di età, era di competenza della Opera Nazionale Balilla creata nel 1926; il secondo, servizio premilitare obbligatorio, dal compimento del 18º anno di età (leva fascista) alla chiamata alle armi della rispettiva classe di leva”. Il cittadino italiano iscritto nelle liste di leva diventava così soldato e da quel giorno, incombeva su di lui l’obbligo militare (obbligo di leva). Il servizio di leva poteva essere svolto anche presso la milizia fascista (MVSN).

A seguito dell’emanazione della legge 15 dicembre 1972 n. 772 (“Norme per il riconoscimento della obiezione di coscienza”), si ebbe per la prima volta una disciplina dell’obiezione di coscienza nonché l’istituzione del servizio civile, obbligatorio, alternativo e sostitutivo a quello militare per chi, risultato idoneo alla visita di leva, non volesse prestare servizio armato. Inizialmente il servizio civile obbligatorio aveva una durata maggiore rispetto al servizio militare, durata via via equiparata mentre il rapporto fra il numero di persone che svolgevano i due tipi di servizio si attestava sulla parità. 

Con la legge 20 ottobre 1999 n. 380 venne introdotto  per la prima volta nella storia del paese, il servizio militare femminile volontario, consentendo così alle donne di arruolarsi come volontarie nelle forze armate italiane. Il periodo di ferma obbligatorio continuò a subire riduzioni nel tempo con vari provvedimenti legislativi fino alla  sospensione del 2005.

LA MIA FAMIGLIA

Questa foto cartolina è stata scattata a Brindisi il 20/09/1941, ritrae il mio bisnonno Carlo Caputo durante la seconda guerra mondiale, Sergente nella divisione Murge, 7°armata. La inviò a sua moglie, la mia bisnonna Linuccia, per dichiararle il suo amore. La famiglia dei miei bisnonni da Napoli andarono a vivere a  S. Giovanni di Geppaloni (BN) per sfuggire ai bombardamenti della guerra.

La fotografia che segue è stata scattata dal fotografo dell’esercito ed è stata conservata dai miei nonni materni. L’inquadratura mostra mio nonno a figura intera in un campo medio.

La foto infatti ritrae mio nonno materno di nome Gennaro Esposito nel 1960 in visita a Trieste durante la libera uscita di 3 giorni, ricevuta durante il servizio militare. All’epoca il servizio militare era obbligatorio per tutti i cittadini maschi italiani maggiorenni e durava 18 mesi. Questa foto è stata conservata dai miei nonni materni in un album fotografico.

Questa foto ritrae mio nonno Gennaro Esposito nel 1961 al  Sacrario  militare di Redipuglia, monumentale cimitero militare costruito  in memoria di oltre 100.000 soldati italiani caduti durante la  prima guerra mondiale. E’ stata  scattata in Friuli Venezia Giulia dal fotografo e conservata dai miei nonni materni in un album fotografico. L’inquadratura della foto è quasi un piano americano.

Questa foto ritrae mio nonno Gennaro Esposito all’età di 20 anni nel 1961, nel Battiglione Paracadutisti Nembo a Cervignano del Friuli  quando  faceva il servizio militare.

Durante il servizio militare mio nonno era autista del camion 42 e trasportava i militari e la banda del Nembo  per le parate che si svolgevano  a  Vittorio Veneto (Treviso), quartier generale del battaglione Nembo della divisione Folgore.

Mio nonno ha ricevuto anche un encomio di 1.000 lire (la paga giornaliera del militare era 160 lire) per essere riuscito a guidare il camion sul Monte Carso fino al posto di guardia situato alla frontiera con la Jugoslavia. Ha guidato in strade strette, sterrate  e senza parapetti dove nessun altro camion di quelle dimensioni era riuscito ad arrivare prima.  La foto è stata scattata da un fotografo ed è stata conservata dai miei nonni materni in un album fotografico, l’inquadratura della foto è un campo medio con il nonno ritratto a figura intera.

Mio padre Alberto non ha prestato il servizio militare ma ha svolto il servizio civile perché è stato un obiettore di coscienza.

Questa foto ritrae mio padre insieme ad alcuni amici  obiettori nel 1995  all’interno del Don Orione ad Ercolano. Partendo da sinistra: Giuseppe, mio padre Alberto, Raffaele, Alessandro. Alcuni di essi sono ancor oggi tra i migliori amici di mio padre, un’amicizia nata durante questa bellissima esperienza. Infatti personalmente frequento le loro famiglie talvolta anche durante le vacanze.

Mio padre ha svolto tale servizio civile  presso l’istituto Don Orione ad Ercolano. La foto è stata scattata da un loro collega obiettore ed è stata conservata in un album fotografico, l’inquadratura della foto è un totale del gruppo.

Fra i compiti di mio padre come obiettore di coscienza c’era l’assistenza ai disabili: li aiutava a vestirsi, lavarsi e a mangiare. Altri compiti riguardavano l’assistenza alle attività di formazione nei laboratori artigianali, ad esempio: realizzazione di oggetti in legno, ceramica ecc. Inoltre, si occupava dei trasporti come autista e dell’organizzazione e compartecipazione di attività  ludiche, ricreative e sportive. Questa esperienza  ha dato a mio padre una visione della vita totalmente diversa e inimmaginabile, facendogli capire i veri valori della vita.

Questa foto ritrae mio padre Alberto con  un altro obiettore  insieme ad un gruppo di ragazzi disabili ospiti della struttura. La foto è stata scattata da un collega obiettore nel 1996 ed è stata conservata in un album fotografico, l’inquadratura della foto mostra i ragazzi in piano americano.

Questa foto ritrae mio padre Alberto Cutillo e la cuoca di nome Rosaria  nel refettorio dell’ Istituto Don Orione ad Ercolano, nel 1996 durante a 21 anni. Questa foto è stata conservata in un album fotografico ed è stata scattata da un collega obiettore, l’inquadratura della foto è un campo medio.

Voglio ringraziare i miei genitori che mi hanno aiutato a realizzare questo bellissimo racconto, di cui vado fiera.