Mena e Peppe, di Valeria De Laurentiis

 

1916: l’Italia è in guerra dal maggio del 1915. Due foto, viraggio seppia, scattate in studio fotografico con fondali artistici.

A sinistra mio nonno materno Giuseppe Loffredo (Napoli 1895-1980), Peppino per tutti, nonno Peppe per noi nipoti.

A destra mia nonna Filomena Borriello (Napoli 1897-1995), nonna Mena.

Il nonno è un artigliere, ha 21 anni e si trova a Nettuno dove c’è, dal 1888, il Poligono di tiro adibito soprattutto ad attività di tiro con artiglieria. Non andrà al fronte ma presterà servizio militare almeno fino al 1919. Questa foto è datata 31 settembre 1916 e un mese dopo, da altre foto in divisa, capisco che è stato trasferito a Milano. E’ stata scattata dallo studio fotografico Barattoni, trasferitosi da Anzio a Nettuno.

La nonna va da una sarta come apprendista.

Peppino e Mena si sono conosciuti a Napoli perché la sartoria in cui Mena impara a tagliare e cucire abiti è proprio di fronte alla libreria e casa editrice in via S. Biagio dei Librai 2 (pieno centro storico), l’azienda di famiglia, in cui lui già lavora con il padre Luigi. Si guardano dal balcone, racconta mia madre, Elena.

Nel 1916 sono fidanzati e la lontananza pesa. Così Peppino si fa immortalare e invia la sua foto a Mena scrivendo sul retro:

“A Menuccia mia. Peppino 31/9/1916”.

Siede su una sedia savonarola, in una posa disinvolta ma composta che mette in bella vista gli stivali tirati a lucido; il gomito destro poggia su di un tavolino intarsiato e la mano regge il volto satinato dall’espressione fissa che pare tagliato di netto ad un bronzo antico e incastrato tra uniforme e berretto. Il fondale bucolico, i fiori nel vaso di vetro opaco e la pianta da interno sul trespolo bianco a quattro gambe trasmettono l’idea che la vita da militare, ma non al fronte, non è poi così dura. Si usa così perché il ritratto fotografico ancora imita quello pittorico e, prima del diffondersi delle avanguardie artistiche che abbandoneranno il campo della rappresentazione realistica, l’arte fotografica ha bisogno di nobilitarsi.

Mena, a sua volta, gli invia un suo ritratto ed un mese dopo è già tra le mani di Peppino, trasferitosi a Milano, che annota sul retro della foto “Milano nell’ottobre del 1916”.

Il ritratto mi appare speculare anche se declinato al femminile in tutte le sue componenti. La sedia savonarola lascia il posto ad un’elegante poltroncina thonet dal cui schienale Mena quasi si affaccia ,il trespolo si abbassa ,si arrotonda ed ospita una pianta, in un bel vaso liberty con le tipiche figure femminili danzanti, insieme a dei fiori; lo sfondo è meno arioso e lascia intravedere una colonna dall’alto basamento  e delle nuvole forse. Mena è elegantissima nel suo abito nero con il colletto di tessuto leggero e bianco; il cappello a larga falda incornicia il volto appena inclinato che guarda nella macchina con un’espressione languida e composta allo stesso tempo. La figura è appena torta e le gambe lievemente accavallate, come si conviene a una signora, ma abbastanza da far spuntare dall’orlo mosso dell’abito le splendide scarpe in pelle nera con il doppio cinturino. Le mani sono bellissime, degne della migliore ritrattistica pittorica. La nonna indossa orecchini, un grazioso anello (che ho riconosciuto tra quelli di famiglia), una collana sottile e si intravede anche la tracolla metallica di una borsetta che si nasconde tra l’abito e lo schienale della sedia.

Immagino che Mena abbia indossato l’abito e gli accessori migliori per Peppino perché da questa foto non traspare il clima che si respirava in Italia durante la Grande Guerra. E’ vero che l’orrore era tutto nella carneficina delle trincee, nello sconvolgimento inaspettato e totale che quella guerra fu per tutti i soldati coinvolti, ma anche i civili, in tutto il territorio nazionale, patirono restrizioni e sacrifici; soffrirono l’assenza di mariti, figli, padri e vissero l’angoscia di non vederli tornare.

Eppure Mena e Peppino, come tanti altri, mantengono il filo che li unisce attraverso, foto con dediche, lettere, diari.

Scoprono, come scrive Ungaretti nella poesia Veglia, di non essere mai stati tanto attaccati alla vita.

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Manda a Mena anche questa foto da Milano. Sul retro si legge: “Milano ottobre 1916. Questi sono i quattro cannoni della mia batteria. Guardali bene, quante notti in compagnia di essi, passo pensando a te. Tuo Peppino”.

Sono fortunati e non si perdono. Nel 1920 si sposano e mettono su una famiglia di otto figli. L’azienda di famiglia riprende la sua attività  e Peppino lavora tra i libri per tutto il resto della sua vita mentre Mena si occupa dei bambini e della casa.

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Qui l’intera famiglia è ritratta nel febbraio del 1940, dopo venti anni di matrimonio, Peppino e Mena, guardano orgogliosi e sorridenti l’obiettivo, benevoli monarchi in trono di questa allegra piramide famigliare che vede i figli maggiori al vertice (Maria, Luigi e Cristina), gli altri ai lati, parallelamente in ordine di età ( Elena e Rita, Enzo e Alfredo, il piccolo Gianni che Peppino tiene per mano, l’ultimo dei Loffredo editori). La foto è scattata nella camera da pranzo di casa loro che in quegli anni era a Napoli, in Piazzetta Forcella n. 22.

I nonni e i miei zii sono ben vestiti  e pettinati: non c’è dubbio, è una foto ufficiale.

Ancora una tremenda guerra li aspetta, ma questo è l’inizio di un’altra lunga narrazione…

Posso anticipare solo il lieto fine: ecco Peppino e Mena che festeggiano i cinquanta anni di matrimonio, nel 1970.

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Sono ancora innamorati e ancora centro di una piramide famigliare che si è moltiplicata!!

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Valeria De Laurentiis, docente III E

 

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Sport e fascismo, di Chiara Ottaviano

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Quella che propongo è una foto di famiglia che però non è proprio di famiglia. Chi sta saltando è mio padre e foto come queste, chiaramente scattate nella stessa occasione, ce n’erano altre nel cassetto panciuto del suo scrittoio: in una aveva il giavellotto in mano, in un’altra sembrerebbe avere appena lanciato il peso.
Da bambina insieme ai mei fratelli, nei pomeriggi di noia, spesso aprivamo quel cassetto, guardavamo, commentavamo, ridevamo soprattutto. Questa fotografia ci faceva particolarmente ridere. Il campo sportivo sembrava un pezzo di campagna con erba e forse sassi, sicuramente non c’era alcun materassino per attutire la caduta dopo il salto, papà era con la camicia e le scarpe “normali”, solo i calzoncini sembravano appropriati a uno che volesse fare dello sport. E poi quel salto a sforbiciata… quanto poteva essere alta l’asticella? Decisamente non tanto. Sì papà (l’autorità indiscussa) era appassionato di sport- dall’atletica al calcio alla pallacanestro – ed era anche uno sportivo praticante. Giocava a pallone, sapeva andare a cavallo e sulla spiaggia aveva insegnato a tutti noi a giocare ai tamburelli. Fino a oltre ottant’anni faceva degli scambi e provava a corricchiare dietro la pallina. Ma proprio un campione non poteva essere stato mai. Aveva tra l’altro un difetto ai piedi, molto probabilmente congenito, che si vede anche in foto se si presta attenzione. E poi cosa facevano quei quattro signori in posa a destra della fotografia? Uno, in divisa, sembrava l’autorità. Erano forse i giudici di un qualche campionato studentesco di atletica a cui mio padre aveva partecipato tentando tutte le specialità? Insomma, ridevamo, come i ragazzi ridono degli adulti che sembrano vissuti nell’età della pietra comportandosi in modo incomprensibile e ai loro occhi del tutto inadeguato.
Poi, qualche anno fa, quando avevo sparso la voce che stavo allestendo il sito dell’Archivio degli Iblei e che per questo cercavo collaborazioni e contributi, un gentilissimo signore, Giovanni Antoci, mi ha mostrato molte e interessanti fotografie fatte dal padre, fotografo professionista attivo soprattutto negli anni venti e trenta, che aveva documentato a Ragusa tante manifestazione del regime fascista. Fra le tante, mi sono ritrovata fra le mani proprio questa foto, di cui avevo del tutto dimenticato l’esistenza. Immaginate la mia sorpresa.
Solo a quel punto ho potuto datarla comprendendo il contesto. E mi è ritornata in mente una battuta di mio padre che ai tempi mi era risultata del tutto incomprensibile.
Doveva essere il 1939 e mio padre era iscritto al primo anno di ingegneria a Catania. Ciò implicava l’iscrizione ai GUF Gruppi Universitari Fascisti, una delle articolazioni del PNF- Partito Nazionale Fascista, che tra il 1926 e 1928 aveva finito per raggruppare tutte le preesistenti organizzazioni studentesche, con la sola esclusione della cattolica Fuci. Il regolamento dei GUF, costituiti in ogni capoluogo di provincia, prevedeva per gli aderenti attività culturali e artistiche, ma grande importanza veniva attribuita anche all’attività fisica. Come recitava l’articolo 3, gli studenti iscritti al primo anno di Università, dichiarati idonei dai medici sportivi alla pratica degli sport, per poter ottenere l’iscrizione ai GUF dovevano conseguire il “brevetto sportivo”.
La foto di mio padre impegnato nel salto in alto non è dunque una foto tipica da “album di famiglia”. Oltre che a casa mia e nello studio del fotografo Antoci una copia sarà stata conservata a Ragusa nell’archivio del PNF, che era il committente, e con molta probabilità una copia sarà stata presente negli uffici romani dei GUF, presumibili destinatari. Documentava le prove per il conseguimento del brevetto sportivo di una matricola universitaria della provincia di Ragusa. Mio padre.
Mi era a questo punto diventata più chiara la battuta che papà aveva fatto ridendo, spiegando qualcosa che io da bambina non avevo capito. “Uno per tutti”, aveva detto. Aggiungendo che lo avevano chiamato a Catania, dove studiava, chiedendogli di rientrare a Ragusa in gran fretta. E io così la interpreto: l’obbligo del brevetto sportivo, come tante disposizioni che dal centro giungevano fino alle più estreme periferie dell’Italia, veniva dal Pnf ragusano probabilmente assolto in modo solo formale, diciamo così. Insomma, si scriveva che tutto era a posto, che tutti i valorosi studenti universitari erano anche gagliardi sportivi e che tutti avevano dunque conseguito il brevetto. Poi deve essere giunta dal centro una qualche richiesta di documentazione ulteriore. Ed ecco che chiamano mio padre, l’appassionato sportivo, e gli chiedono di prestarsi per queste “foto di scena”, con anche loro in campo. “Uno per tutti”. Fra le foto di Giuseppe Antoci non ci sono infatti altre foto simili a questa con altri atleti. Se le cose stanno così capisco anche perché mio padre, per come l’ho conosciuto, fosse un po’ imbarazzato davanti a quelle imagini. Cresciuto durante il fascismo e convinto giovane fascista, l’essersi prestato a quella messa in scena probabimente gli aveva procurato del disagio. In fondo i fascisti ragusani, i suoi superiori, stavano prendendo in giro quelli di Roma.
Ma forse non è neanche così. Le montagne di fotografie realizzate in occasione delle molteplici attività fascista, al nord come al sud del Paese, sono state in gran parte distrutte anche se negli archivi pubblici e nelle famiglie ne sono ancora conservate innumerevoli. Erano fatte per “documentare” il fatto che in ogni angolo del Paese le parole d’ordine, le disposizioni, le iniziative del regime fossero eseguite e svolte con entusiasmo e partecipazione dal centro alla periferie. Da quelle immagini, riprodotte in giornali, manifesti, e mostre, l’Italia fascista nella sua “totalità” risultava straordinariamente omogenea e quindi unita. Questa unità e omogeneità altro non era che la promessa del totalitarismo; quelle immagini, che davano visibilità alla promessa realizzata, erano elementi non secondari della complessa macchina della propaganda.
Se la mia interpretazione non è del tutto infondata, questa foto di mio padre in calzoncini è da considerarsi “documento” di un bluff a opera della periferia ma di cui molto probabilmente al centro, soddisfatti per avere ottenuto l’immagine richiesta, erano più che consapevoli.

Per chi volesse guardare le altre foto del “brevetto sportivo” e più in generale del ventennio a Ragusa rimando al percorso Archivio immagini dell’Archivio degli Iblei http://www.archiviodegliiblei.it/index.php?it/198/anni-20-40.


COMMENTI

Letizia Ventura Mamma mia… che racconto Chiara Ottaviano! Grazie moltissime! Chi l’avrebbe immaginato guardando la foto? La messa in scena è comunque “strana”, insospettiscono infatti il paesaggio deserto e le poche persone presenti, quando il regime cercava sempre di mostrare la grande partecipazione di massa anche a “piccoli” eventi. E’ vero che non conosciamo il fuori campo, che evoca assenze più che presenze. Sarebbe come una messa in scena al contrario, quasi un autogoal da parte del regime. Che storia! Interessante per tutti, soprattutto per i ragazzi per capire davvero come funzionava la costruzione del consenso e dello stato totalitario del regime. Invito tutti a vedere l’enorme lavoro di Chiara relativo agli Archivi degli Iblei, il cui link è citato, mentre qui rinvio all’omonimo gruppo su FB: https://www.facebook.com/groups/705791512780124/


Chiara Ottaviano Grazie Letizia, mi fa piacere che il racconto ti abbia incuriosito. Poi mi dirai se può incuriosire anche i ragazzi. L’indicazione che si tratti di una foto relativa al conseguimento del “brevetto sportivo” me l’ha suggerita il sig. Giovanni Antoci, che non sapeva minimamente che il giovanotto in foto fosse mio padre. Ho capito che aveva trovato questa indicazione nell’archivio del padre. Se così fosse credo si giustifichi la totale assenza di pubblico: non era una manifestazione sportiva né in alcun modo un evento pubblico. Piuttosto era una “certificazione”, una sorta di adempimento burocratico. E i quattro signori- schierati secondo gerarchia- erano i “certificatori”, esponenti del pdf locale e professori di ginnastica?. Comunque la mia è solo un’ipotesi, che potrebbe essere senz’altro approfondita con una serie ricerca d’archivio.


Letizia Ventura Grazie ancora Chiara Ottaviano! Sì io penso che sia probabilissima la tua ipotesi (che non è solo tale) proprio per la messa in scena “scarna” e “burocratica” di cui erano consapevoli e tacitamente concordi sia a livello periferico sia a livello centrale! Certamente ti faremo sapere eventuali reazioni percezioni dei ragazzi. Un caro saluto.

III F – Una famiglia di artisti, di Alessandro Capaldo

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Giuseppe Capaldo, mio trisavolo, nacque a Napoli il 21 Marzo 1874. Giuseppe ebbe una infanzia molto difficile, ma era un amante della musica sin da bambino, riuscendo a coronare il suo sogno di compositore e poeta tra fine ‘800 inizio ‘900, collaborando con i più grandi nomi di compositori napoletani come Salvatore Gambardella. A Giuseppe è stata dedicata una via al Vomero a Napoli, e un suo ritratto fu esposto al museo di Capodimonte. A questo link la sua burrascosa biografia.

Tra le se opere più importanti ‘a tazza ‘e cafe’ del 1918. Nel video che segue è interpretata da Roberto Murolo.

Forse ancora più nota è la sua prima composizione: ” comme facette mammeta”.

Nella mia famiglia spicca per creatività il mio prozio Salvatore Capaldo. Nella foto che segue, degli anni sessanta, è con la moglie e mio nonno Pasquale.

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Salvatore Capaldo nacque a Napoli alla fine degli anni trenta del Novecento ed era il cugino di mio nonno Pasquale. Egli si affermò grande parrucchiere tra gli anni ’50 e ’70. Come possiamo vedere dalla foto che segue, degli anni cinquanta, era il parrucchiere ufficiale del grande tenore Renata Tebaldi.

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Nella foto successiva sono ritratti mio nonno Pasquale e il mio prozio Salvatore durante una sfilata di parrucche confezionate da mia nonna Luciano Antonietta e presentate dal conduttore televisivo Corrado Mantoni.

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In un’altra foto, scattata negli anni ’60, vediamo Salvatore ricevere una coppa come maestro d’arte dalla giuria della FAPAN, la storica associazione dei parrucchieri, costituita nel 1948.

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Infine ecco una immagine che ritrae Salvatore con le sue collaboratrici e il suo direttore di sala, nel suo salone a Via Cervantes a Napoli, negli anni settanta del Novecento.

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Anche mio padre, Mario Capaldo, continua la tradizione di famiglia.

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III F – La mia famiglia, di Mario Buono

La mia famiglia è composta da quattro persone: oltre a mia mamma e mio papà, ho una sorella più grande che si chiama Simona, che ha 16 anni e frequenta il 3° anno di liceo scientifico. Le piace molto leggere ed ha una cameretta con due librerie grandi, piene di libri.

Mio padre si chiama Michele ed è medico ortopedico. Lavora molto. Mia mamma si chiama Marianna ed è un avvocato, ma è molto presente in casa. Ho anche due nonni, Bruno ed Elvira, i genitori di mia mamma. Gli altri nonni sono morti. Ho gli zii: Katia, Enzo, Francesca, Salvatore, Rosario. Poi ci sono i miei quattro cugini, di cui due già grandi, Ludovica e Alessandra, e due più piccoli, Bruno e Matteo, che adoro.

Vorrei passare molto più tempo con loro ma la scuola e lo sport mi impegnano sempre molto e riusciamo a vederci solo la domenica.

Lo sport è il mio hobby preferito, in particolare il calcio, che pratico assiduamente. Da grande vorrei diventare un calciatore famoso.

Grazie a questo progetto ho scoperto i miei nonni e soprattutto i bisnonni, le loro storie anche tristi. Hanno partecipato e vissuto durante due guerre mondiali. Ma in questa prima fotografia trovata a casa della nonna, alcuni di loro sono raffigurati sereni, durante una passeggiata domenicale a Napoli… sono belli nei vestiti a festa, pettinati con cura, secondo la moda dell’epoca. Sono tutte donne tranne il trisnonno e il prozio piccolino, che avrà un destino sfortunato. La trisnonna è al centro e sorride di cuore, l’unica, quasi vegliando su tutti.

Non è cambiata a Napoli l’usanza della passeggiata soprattutto di domenica con la famiglia lungo via Caracciolo.

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Una foto dei miei trisnonni, i più anziani in posizione centrale, con la mia bisnonna seduta sulla destra, e due sorelle. Il bambino un po’ triste in primo piano è il mio prozio, ucciso qualche anno dopo dai tedeschi. L’occasione della foto è una passeggiata in una piacevole domenica, sul lungomare di Napoli. Fine anni trenta. Conservata da mia nonna in un cassetto

Mi ha molto colpito la storia della mia bisnonna che ha perso il suo bambino, fratello di mia nonna Elvira, a pochi anni di vita, ucciso dai tedeschi.

Questo è il mio prozio nel 1937. Sembra avere negli occhi già una tristezza particolare.

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Il mio prozio, fratello di mia nonna Elvira. La foto lo ritrae a poco più di un anno a Napoli nel 1937, con il grembiulino a un biscotto in mano. Fu ucciso dai tedeschi nella ritirata, nel 1943, perché indispettiti dalla sconfitta, spararono sui civili, colpendo mortalmente anche lui. La foto è conservata nel cassetto di mia nonna

E questa è la bisnonna, molto dolce in questo ritratto, ben vestita, anzi elegante. Ma anche lei ha uno sguardo triste.

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La mia bisnonna, Francesca, in una foto che la rappresenta serena, vestita elegantemente forse per una ricorrenza. Mai avrebbe immaginato che il suo piccolo bambino sarebbe stato dopo poco ucciso mortalmente davanti ai suoi occhi mentre teneva per mano un’altra bambina, mia nonna, di un anno, che si è salvata miracolosamente. Anni trenta. Foto, purtroppo rovinata, conservata da mia nonna in un cassetto

Inoltre mi ha colpito la storia del mio trisavolo che durante la Prima guerra mondiale, ferito, è riuscito a fuggire dagli austriaci che lo avevano fatto prigioniero.

 

Non conoscevo i miei avi e mi ha sorpreso scoprire come la storia vera abbia coinvolto anche la mia famiglia.

A questo link la mia raccolta di fotografie.

 

Storia di Gianna, di Beatrice Eleuteri

Vorrei cogliere l’occasione per ringraziare la Professoressa Letizia Ventura [alias Letizia Cortini, ndr] per la passione e l’entusiasmo con cui ci ha guidato durante le lezioni (e oltre!) alla Scuola di Specializzazione in beni archivistici e librari, aprendoci il mondo degli archivi audiovisivi e consentendoci di scoprire i tesori che avevamo nascosti nelle nostre stesse case.

Lascio come mio contributo qualcuno dei miei piccoli tesori e il link a uno dei progetti realizzati grazie ai suoi insegnamenti, tutti presenti sul sito fontivisive.wordpress.com,

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la Storia di Gianna:
https://fontivisive.wordpress.com/20…/…/20/storia-di-gianna/

La scheda di catalogazione F 4.0

 

 

 

 


La scheda di catalogazione F 4.0

Beatrice E. P. Eleuteri Questa foto è stata scattata nel 1976 (nel periodo natalizio, a giudicare dall’albero) in Germania. La bimba è Patrizia, la figlia maggiore di mio zio Pino, emigrato in Germania per cercare lavoro (poi rientrato in Italia dopo il divorzio).
Molti dei miei prozii (fratelli di secondo matrimonio di mio nonno) scelsero anch’essi di emigrare in Germania durante gli anni ’60 e ’70 e risiedono lì attualmente, tornando a Vittoria per le vacanze estive.

Letizia Ventura. In poche parole, hai rievocato tante storie… emigrazione, tradizioni italiane in Germania, storie di famiglia (divorzio), ritorno ai paesi di origine in estate. Nella foto Albero di Natale “italiano” 🙂 accanto al televisore e la bambina in primo piano. Una “messa in scena” per ricordare i frutti delle proprie fatiche anche all’estero, anche lontani.


La scheda di catalogazione F 4.0

Beatrice E. P. Eleuteri Questa è la cena dell’ultimo giorno di servizio militare di mio zio Pino, il maggiore della famiglia di mia madre (il primo sulla destra, in primo piano). La foto è stata scattata il 2 dicembre 1972 a Udine (mi sembra, comunque nel nord Italia). Sul retro c’è la data, una scritta “foto ricordo” e le firme dei commilitoni. 🙂

Letizia Ventura. L’autore della foto ha costruito l’immagine dividendola nettamente in due parti. Le persone, provenienti da regioni e paesi diversi si incontravano durante il servizio militare, che allora si svolgeva in posti distanti dai luoghi di origine. Nei ritratti, negli sguardi non sfugge il fatto che non tutti fossero sereni quella sera. La tavola imbandita con l’antipasto mostra che debbono iniziare a cenare… crea uno strano effetto surreale, un po’ estraniante. Nel racconto che fai dedicato alla tua mamma, sono ricordati i suoi fratelli… e tante difficoltà.

Flavio Carbone Dovrebbero essere di artiglieria o del genio (si vede dalle mostrine che portano al bavero della giacca); c’è qualche caporale, alcuni ragazzi portano un nastrino tricolore sulla spallina (un segno informale della fine del servizio militare) altri sulla manica della giacca hanno distintivi di specializzazione ma non riesco a identificarli…

Letizia Ventura. Fantastico… grazie tenente colonnello Flavio Carbone! Presto altri militari su questi schermi 🙂. Il primo a destra, in primo piano, seduto a terra è il papà di Beatrice E. P. Eleuteri. Si vedono chiaramente dei distintivi… lui ha concluso?

Flavio Carbone Letizia Venturaporta un nastrino che regge un oggetto sotto al taschino… dovrebbe avere lo stesso significato. Tieni conto che si trattava di un distintivo non ufficiale… 😎

Beatrice E. P. Eleuteri È mio zio in realtà 😅

Letizia Ventura. Beatrice E. P. Eleuteri scusami!!!! E’ vero… lo zio e non il papà. In effetti assomiglia a tua mamma 🙂


La scheda di catalogazione F 4.0

Letizia Ventura. Che bello lo sguardo in macchina della bambina in primo piano.

Letizia Ventura. Battesimo della mamma o del papà? La madrina o la mamma è vestita di nero…?

Beatrice E. P. Eleuteri Questo è il battesimo di mia zia Franca, nel 1963/4 a Vittoria, Ragusa. La coppia che la tiene in braccio è formata dal padrino e dalla madrina, mentre le due bimbe in primo piano sono delle cugine di mia mamma. 🙂

Infanzia e narrazioni, di Alessandra D’Onofri

Cari tutti che seguite questo gruppo,
vi saluto calorosamente e mi presento. Sono Alessandra D’Onofri, una delle studentesse della Scuola Speciale in Beni Archivistici e Librari della Sapienza. Come le altre ragazze che mi hanno preceduta e che posteranno dopo di me, ho seguito il corso della prof.ssa Cortini che più che una docente è una guida e un punto di riferimento: ma questo già lo saprete da voi se avete avuto il piacere di conoscerla. Prima di dirvi di cosa mi sono occupata nello specifico, volevo cogliere l’occasione per complimentarvi con voi per i lavori che ho avuto modo di leggere sul vostro blog. Quasi, quasi non ve li farei questi complimenti però: siete troppo bravi per essere così giovani!!! Mah, insomma, che concorrenza sleale è mai questa?? 😉. Scherzi a parte, avete messo su davvero un sito molto interessante e ben curato, anche se lo zampino della prof si riconosce sempre!
Va bene, ora la smetto di fare la ruffiana e vado al sodo 😀.
Durante lo scorso anno abbiamo studiato quali sono gli strumenti utili per la catalogazione dei beni fotografici e anche filmici e parallelamente abbiamo imparato l’utilizzo della scheda F 4.0. Credo che sarete già al corrente del blog, www.fontivisive.wordpress.com, supervisionato anche per noi dalla professoressa, dove sono presenti tutti i racconti e le foto delle nostre famiglie, con le relative schede di catalogazione allegate. Ovviamente, essendo un’esercitazione di un corso e per un esame, alcuni campi sono stati riempiti con informazioni che definiremmo di “fantasia”: ad esempio le sezioni “Numero di catalogo generale”, “Ente Schedatore” etc… . Ma, in linea di principio, tutte le schede sono esattamente conformi alle regole stabilite nel manuale per la redazione della “Scheda F4.0” redatto dall”ICCD (Istituto Centrale per il Catalogo e la Documentazione) e reperibile presso il sito dello stesso ente (qui, se vi interessa, vi lascio il link dove potrete scaricarlo – cliccando sulla voce “Normativa” – e leggerlo: http://www.iccd.beniculturali.it/index.php… ma, se preferite, lo trovate anche sul nostro blog, nella sezione “Strumenti”).
In apertura a questo mio post troverete la stessa foto che ho pubblicato sulla pagina del blog #FontiVisive dedicata ai racconti della mia famiglia. Ho preferito creare un fotomontaggio unico che le raccogliesse tutte perché non volevo escludere niente di quanto ho potuto selezionare in casa. In posizione centrale ho lasciato il retro di una delle fotografie che ho catalogato perché reca una dedica autografa di mio nonno e, a parte il romanticismo che la contraddistingue per le parole piene d’affetto nei confronti di mia nonna, mi regala sempre un sentimento nostalgico che avevo piacere di condividere anche con gli altri. In chiusura di queste mie riflessioni, vi lascio i link agli articoli che ho scritto su due delle fotografie che ho selezionato dalla mia raccolta. Parlano entrambe della mia infanzia, dei miei nonni (materni e paterni), della guerra e del suo periodo successivo, ma parlano sopratutto di me perché, inevitabilmente, per quanto si cerchi di essere i più obiettivi possibili nella narrazione dei fatti, i nostri punti di vista prevalgano sempre (purtroppo o per fortuna) sull’oggettività dei dati reali.
Termino qui, perché non vorrei rischiare di diventare pedante e noiosa 😀. Nei prossimi giorni vedrò di pubblicare qualche altro post con qualche foto della mia raccolta insieme ad una piccola descrizione e un (prometto) brevissimo commento [si vedano in calce al presente articolo, ndr].
Vi auguro un buon lavoro e una buona fine dell’anno scolastico e, dall’alto della mia vecchiaia 😀 vi consiglio (come è stato fatto anche con me) non solo di leggere, ma di imparare a leggere di tutto con senso critico, cercando di carpire i messaggi che si celano al di sotto di ciò che vedono i nostri occhi, perché la comunicazione non è fatta solo di parole ma anche e soprattutto di immagini. Un caro saluto e tanti auguri per tutto!
Alessandra.

Luigi e Francescahttps://fontivisive.wordpress.com/…/luigi-e-francesca-di-a…/

Storia di un’infanzia felicehttps://fontivisive.wordpress.com/…/storia-di-uninfanzia-f…/


COMMENTI

Franca Cecconi Brava, bellissime e interessanti le foto. La dedica del nonno, amorosissima.

Flavio Carbone Il nonno di destra (guardando) è stato carabiniere si vede bene nelle 3 foto che lo ritraggono (meno in quella in basso a sinistra tra le 2) forse prima e dopo la 2ª GM, mentre l’altro in Fanteria nella divisione Sassari (era sardo) penso prima della GM…

Alessandra D’Onofri Gentile Signor Carbone,
la ringrazio per le delucidazioni. Io mi sono affidata ai racconti di mio nonno, che è sempre lo stesso in tutte le foto (sia destra che sinistra) e sono sicura si tratti solo del periodo della Seconda Guerra Mondiale perché prima non era ancora maggiorenne. Sicuramente, ora che mi aiuta nella riflessione, durante il periodo al fronte avrà indossato la divisa del corpo dei Ganatieri (a sinistra guardando), mentre invece, una volta tornato in Italia, sarà stato ricollocato in quello dei Carabinieri e da qui il cambio d’uniforme. Inoltre, la foto in basso a destra ho scoperto solo di recente essere una fotografia di posa-ricordo che veniva scattata a tutti i militari per il congedo (in effetti dal cappello avrei dovuto dedurlo che si trattava di un carabiniere). Mi chiedo solo se le mostrine con le stelle della foto in basso, accanto a quella che le ho appena citato, non tradiscano un corpo piuttosto che un altro (è una mia personalissima curiosità 😀 ). Ad ogni modo vedrò di correggere i miei “imperdonabili errori militari”! 😀. Grazie ancora e se trova delle altre imprecisioni la prego di farmele notare quanto prima! Un caro saluto.

Letizia Ventura Alessandra D’Onofri dovrai aggiornare le schede 😉

Alessandra D’Onofri Letizia Ventura Vedrò di farlo al più presto! 😉


POST SUCCESSIVI, 16 APRILE 2018

Scheda di catalogazione F 4.0

La prima fotografia che scelgo è una delle foto di mio nonno paterno (Luigi) durante il periodo della guerra. La foto è stata scattata probabilmente all’interno di uno studio fotografico di Roma. In primo piano c’è mio nonno vestito con la divisa del corpo dei Granatieri di Sardegna (http://www.treccani.it/vocabolario/granatiere/ ). Il fuoco è sul primo piano e il colletto della divisa è ritoccato a mano. Sul retro è presente sia un’annotazione a matita, indicativa del periodo in cui la foto potrebbe essere stata scattata o forse consegnata al proprietario, sia un timbro circolare ad inchiostro; quest’ultimo indicherebbe il nome e l’indirizzo dello studio fotografico. Da un punto di vista tecnico la fotografia è una stampa alla gelatina ai sali d’argento a sviluppo su carta baritata (https://it.wikipedia.org/wiki/Solfato_di_bario… ).
Ogni volta che guardo questa foto di mio nonno giovane provo sempre una strana sensazione. L’ho conosciuto che era già anziano, ed è molto difficile riuscire a distaccarsi dall’immagine che ci si fa degli adulti da bambini. L’idea che anche i miei nonni fossero stati giovani e diversi da come li avevo sempre visti mi lasciava perplessa e distratta. Vedendo questa foto sorridevo e sorrido tutt’ora che non c’è più. Ripenso a lui e poi penso a me, ai suoi sogni da ragazzo, ai miei, alle domande che si sarà fatto e mi chiedo se non siano le stesse che mi sono posta io negli anni. Con rammarico penso che questo genere di cose non gliel’ho mai chieste, ma ho come la certezza che nei suoi insegnamenti ci fossero già le risposte che oggi vado cercando e che stento a trovare 😀.


Scheda di catalogazione F 4.0

Come seconda fotografia vi propongo mio padre con mio fratello da piccolo e il nostro cane dell’infanzia, Rocky. Ci troviamo a Ferentino, ridente paese della Ciociaria in provincia di Frosinone, nel giardino di casa mia. La foto, scattata di notte, presenta un’inquadratura frontale del cane e di mio padre e mio fratello, ritratti di profilo. Data la presenza dell’albero di Natale sullo sfondo, si evince che è stata scattata durante il periodo natalizio. Il fuoco è leggermente sfuocato sullo sfondo. In questo caso la tecnica è una stampa positiva alla gelatina ai sali d’argento a sviluppo su carta politenata (https://it.wikipedia.org/wiki/Carta_politenata ).
Ho scelto di condividere questa seconda foto perché mi ricorda un periodo felice della mia infanzia, legato soprattutto al nostro cane. Per me Rocky è stato un terzo fratello e allo stesso tempo la nostra balia. Un amico fidato e inseparabile. Ho provato un affetto sincero per questo dolcissimo cane e tutt’oggi ripensiamo a lui come ad una persona cara della nostra famiglia. A volte gli animali sono in grado di regalarti un bene talmente sincero che ti entrano nel cuore e non puoi più escluderli dalla tua vita. Certamente, se facciamo una valutazione storico-critica, le foto con un cane non si possono paragonare per rilevanza sociale a quelle di guerra, ma quando mi è stato dato il compito di scegliere delle immagini che parlassero di me e della mia vita non potevo escludere alcuni dei miei amici più cari, anche se non parlano in modo convenzionale e sono ricoperti di pelo più del normale. Crescere con un animale ti fa vedere le cose sotto un’altra luce e influisce sul tuo carattere, su quello che sei e sul modo in cui guardi alle cose e al mondo. Provate questa esperienza se non l’avete già fatto!

Letizia VenturaGrazie Alessandra, anche per aver ricordato il tuo cane…il cui sguardo in macchina, come quello di molti animali, sorprende sempre.

Stefania Tomelli Che bel ricordo che hai condiviso con noi, del tuo caro Rocky. Anche io amo tantissimo gli animali e, non posso che essere d’accordo con te sul sentirli parte della propria famiglia.

 

III F – La raccolta di Maria Cristina Puglia

Salve! Presento una selezione di immagini riguardanti soprattutto mia nonna Maria Pia Trifogli, ritratta quando aveva la mia età, nel periodo fascista. Non conoscevo bene la nonna, in particolare non sapevo che amasse il teatro e grazie a questo progetto l’ho scoperto. Ho potuto notare molte differenze nel modo di vestire e di pettinarsi della nonna, rispetto a me. Lei apparteneva alla GIL, la Gioventù Italiana del Littorio fascista, ed era una piccola italiana. Indossava una divisa, come le sue maestre e professoresse. Nelle fotografie sembra soddisfatta e quasi orgogliosa, soprattutto nella foto in cui riceve il regalo dalla Principessa del Piemonte.

Ho trovato le immagini a casa della zia. La mia famiglia non conserva molte foto; la maggior parte si trovano presso i parenti della famiglia paterna.