Una donna che ha lottato per le donne, di Sabrina Purcaro, 3E

La mia prozia, Maria Leatita Riccio, nacque il 3 marzo 1892, a Napoli. Poiché l’educazione liceale che ricevevano le donne non era adatta per laurearsi, frequentò un liceo da privatista che le permise di laurearsi in lettere e in giurisprudenza. La sua tesi di laurea, pubblicata dalla facoltà di giurisprudenza nel 1923, era sull’evoluzione della politica annonaria a Napoli dal 1503 al 1806.

Aprì il congresso delle donne giuriste a Sorrento e nel 1929 partecipò alla fondazione della Fédération Internationale des  femmes magistrats et avocats.

Questa immagine ha l'attributo alt vuoto; il nome del file è mlt-4.jpg

Nel 1928 a Parigi era stata ideata da cinque giuriste (Poska Gruntal, estone, Clare Campoamor, spagnola, Margarethe Berendt, tedesca, Agathe Dyvrande Thèvenin e Marcelle Kraemer Bach, francesi) la Fédération Internationale des Femmes Magistrats et Avocats, che si costituiva nel 1929 aggiungendosi alle prime, le giuriste Antoinette Quinche, avvocata a Losanna, Wanda Grabinska magistrata a Varsavia, Lili Selig Koplevitz, magistrata a Berlino, Marcelle Renson, avvocata a Bruxelles, Eli­sa Guimaraes, avvocata a Lisbona, Ella Negruzzi, avvocata a Bu­carest, Elsie Bowermann, avvocata a Londra, Marianne Beth, av­vocata a Vienna, Maria Letizia Riccio, avvocata a Napoli. Queste fondatrici della Federazione Internazionale costitui­rono a loro volta nel proprio paese le associazioni nazionali delle giuriste. Vennero costituite le Sezione di Roma, Milano e Napoli. La sezione napoletana nacque l’11 giugno 1930 nel salone del Circolo della Stampa. Le collaboratrici per aprire la sezione furono molte; Margherita Ferrari Origo, Libera Carelli, Zina Aita, Angela Carugati, Teresa Di Lauro, Anna Dinella, Iole Zambonini Guidi, Lida Capucci, Margherita di Marsiconuovo, Bianca Tamajo, Livia Acton di Cellammare, Anna Caracciolo di Villa, Ida Crimeni, Maria Del Colle, Giulia e Nora Filangieri di candida, Nives Filiasi, la Preside Nicoletta Guerra, Silvia Restaino, Elena Romano, Lidia Somma e Bice Torelli.

L’A.G.I., con il nome di Federazione Italiana Donne Giuriste, fu fondata nel 1930 proprio da Maria Letizia.

La Federazione Italiana Donne Giuriste fu la prima ad essere fondata e fu tra le più attive.

La prozia illustrava con queste parole, nel 1933, i suoi scopi:

«La Federazione Italiana Donne Giuriste riunisce le laureate in legge, in scienze politiche e sociali ed in scienze economiche e commerciali, con l’intento fondamentale di far convergere il loro interesse, scientifico e pratico, verso quegli argomenti e quelle istituzioni che principalmente dalle donne possono venire intesi ed amati; contribuisce a diffondere la conoscenza degli istituti giuridici negli ambienti femminili; stringe vincoli di amicizia fra donne, fino a poco tempo fa ignote le une alle altre; sorregge le giovani nei primi passi della vita professionale »

Per queste sue parole ottenne l’appoggio del Ministro di Grazia e giustizia Pietro De Francisci e il riconoscimento di Mussolini. Le giuriste della Federazione Internazionale in occasione del Consiglio del 1934, organizzato a Napoli dalla Federazione Italiana, furono ricevute dal Duce, ma Maria Letizia non cedette, resisté e rifiutò sempre che la Federazione fosse inglobata dal movimento nazionale femminile del partito fascista, mante­nendola libera e privata. La condizione della donna durante il fascismo, moderna ma non emancipata, si può comprendere bene a questo link di rai cultura.

La donna fascista era soprattutto una madre

Mi ha colpito questo video dell’Istituto Luce in cui si vedono le donne acclamare il duce

La mia prozia si batté contro “l’assurdo provvedimento del 1933 che limitava l’assunzione delle donne nelle pubbliche amministrazioni e stabiliva la loro esclusione dall’elettorato, richiedendo fermamente anche nel Consiglio Internazionale del 1934 una patria potestà come potestà congiunta dei genitori sui figli, contro l’esclusione delle donne dalla funzio­ne giurisdizionale e per l’inserimento delle donne giuriste nelle commissioni di riforma dei codici.” (dal sito A.G.I.) La Federazione Italiana Donne Giuriste, quindi, continuò la sua lotta per la parità femminile attraverso il diritto anche dopo la caduta del regime fascista e durante gli eventi che seguirono. Maria Letizia Riccio, in Italia, si può dire che fondò per la seconda volta la Federazione Italiana dopo i grandi cambiamenti politici del dopoguerra. Nell’immediato dopoguerra la mia prozia venne invitata a partecipare alla ripresa delle attività giuridiche femminili e ad intervenire al 1° Congresso di questo nuovo periodo, a Versailles nel 1948.

Maria Letizia Riccio al Congresso delle donne magistrate, Sorrento 1953
Congresso delle donne magistrate, Sorrento 1953

In questa foto la mia prozia si trova al Congresso delle donne magistrate e avvocate, affianco a Giovanni Porzio, un importante politico e avvocato italiano.

Uno dei più grandi successi della mia prozia fu il viaggio negli Stati Uniti, dal luglio all’ottobre 1952. Fu ospite del governo americano e fu contesa dalle massime esponenti della Federazione Nazionale degli Stati Uniti. Le giunsero vari inviti da Chicago, New York, Baltimora e da Maryland.

Le altre donne giuriste la ricordano come un animo altruista  sempre pronto a donare agli altri in nome dei suoi ideali di cultura, patria ed elevazione della donna nella storia e nella civiltà di oggi.

di Sabrina Purcaro, 3 E, a.s. 2020-2021

Luoghi nel tempo, di Alessandro Scognamiglio

Sia dalla cartolina trovata nel web che dalla foto che ho scattato io,  si vede il piazzale antistante la Certosa di San Martino (che sta nella città di Napoli, nel quartiere Vomero) da Via Tito Angelini, in un lungo campo.

San Martino, Napoli 1870 ca.
San Martino, Napoli marzo 2021

È un punto molto panoramico della mia città e del mio quartiere, meta di tanti turisti. Ho scelto questo luogo perché mi riporta alla mia infanzia: spesso mio padre mi portava lì, quando ero molto piccolo, a passeggio ed è lì che ho imparato ad andare in bicicletta e sul monopattino.

Io affacciato alla balconata panoramica del piazzale, Napoli, 2014I

Qui sono ritratto mentre guardo l’obiettivo sorridente, in primo piano, appoggiato alla balaustra panoramica del piazzale, durante una passeggiata notturna. Nella foto più recente si nota subito il palazzo sulla sinistra, che nella foto più antica non c’è ancora. È una meravigliosa palazzina Liberty; il villino Elena e Maria, costruito nel 1904 dall’architetto Ettore Bernich.

Lo stile Liberty, con le linee sinuose e gli elementi floreali, si diffuse a Napoli soprattutto tra il 1900 e 1920 e al Vomero ci sono esempi architettonici molto belli di quel periodo

Nella foto scattata da me Inoltre sono evidenti le numerose macchine parcheggiate che disturbano la bellezza del posto.

Nella cartolina di fine ‘800 ci sono solo persone e una specie di carretto che percorrono una strada non ancora asfaltata. Sulla sinistra ci sono degli archi in muratura che continuano fino al piazzale della Certosa. Infatti via Tito Angelini fu realizzata tra il 1886 e il 1889 e solo dagli inizi del 1900 fu edificata. Ho provato a immaginare come fosse la Napoli di fine ‘800 e mi è stato d’aiuto questo video con un filmato d’epoca.

Sullo sfondo, in entrambe le immagini, si vede la facciata della chiesa delle Donne a San Martino, costruita alla fine del ‘500 e chiamata così perché riservata alle donne fedeli che non potevano entrare negli ambienti della certosa.

Il piazzale oggi è molto più ampio e pavimentato lasciando più libera la vista del panorama.

In entrambe le foto è visibile il muro del castello sulla destra.

Sguardi, di Sofia Parisi

Quando la professoressa De Laurentiis ci ha presentato questo lavoro sul cambiamento di qualcosa nel tempo attraverso delle foto sono subito andata da mia madre a chiederle se avesse delle fotografie vecchie. Quando mi ha fatto vedere questa l’ho subito scelta perché era la mia preferita.

La bisnonna Angela con la sorella Rita, Napoli, via Toledo 1934

La conservava mio zio Aldo, il fratello di mia madre e l’aveva incorniciata. La persona a sinistra è Angela Savarese, la mia bisnonna materna. Sulla destra c’è la sorella, Rita Savarese. La foto risale all’anno 1934 e la mia bisnonna e la sorella stavano facendo una passeggiata lungo via Toledo. Napoli negli anni ’30 del 1900, in piena epoca fascista, era una città che viveva un certo benessere soprattutto tra i ceti alti che frequentavano luoghi di ritrovo come il caffè Gambrinus proprio nei pressi di Via Toledo.

Nella fiction televisiva tratta dai romanzi di Maurizio de Giovanni che vede come protagonista il commissario Ricciardi, è ricostruita proprio l’atmosfera della città in quegli anni. E’ interessante vedere come nella fiction televisiva hanno ricostruito i luoghi della città https://www.rainews.it/dl/rainews/media/Napoli-Luoghi-e-curiosita-della-serie-rai-il-commissario-ricciardi-66334052-101e-4049-a46c-1ca9d23b6039.html

Mio zio Aldo mi ha raccontato che la foto è stata scattata da un fotografo di strada, come era tipico dell’epoca, ad insaputa della mia bisnonna. Infatti rimase molto colpita ed infastidita e un particolare che mi piace molto di questa fotografia è proprio la sua espressione turbata.

Le due sorelle sono state ritratte a figura intera, mentre camminano: entrambe guardano nell’obiettivo, col viso ombreggiato dalle falde dei cappelli e si coglie il loro sguardo contrariato, di rimprovero quasi verso il fotografo invadente. Anche questo era un modo di sbarcare il lunario perché poi veniva proposto l’acquisto della foto alle persone ritratte, a volte, anche senza il loro consenso. Questo scatto fu acquistato nonostante il disappunto della bisnonna e della sorella e nel tempo è stato duplicato e incorniciato da diversi membri della mia famiglia.

Ancora mi ha colpita l’eleganza e la grande cura di ogni dettaglio. Cappelli, guanti e ventagli sono accessori che al giorno d’oggi non si usano più. Inoltre è sorprendente la disinvoltura con la quale li indossavano pur essendo scomodi.

Come si può vedere dalla foto indossavano entrambe due abiti molto coprenti, lunghi che arrivavano a coprire le caviglie come era tipico della moda di quel periodo.

Questa foto invece l’ho trovata in rete e ritrae due ragazze che passeggiano al giorno d’oggi e che probabilmente hanno la stessa età che avevano la mia bisnonna e sua sorella quando è stata scattata la loro foto. Innanzitutto notiamo che portano i pantaloni, soprattutto di jeans, e che il loro outfit è molto più comodo e semplice. Gli accessori sono cambiati molto; infatti al giorno d’oggi si indossano borse più ampie, occhiali da sole ed in generale si scelgono abiti informali.

Luoghi nel tempo, di Fabio Calvi

Queste sono due foto in bianco e nero stampate su un cartoncino simile ad una cartolina; dietro, infatti, ci sono le righe per scrivere.

Piazza Leonardo, Napoli 1960 ca.

Sono state scattate, probabilmente, entrambe dal mio bisnonno materno, Antonio Porta, intorno al 1960.

Entrambe le foto raffigurano la piazza in cui attualmente abito, Piazza Leonardo, ed il palazzo dove una volta abitavano i miei bisnonni e mia nonna materna che vedete immortalati in questa foto di quegli stessi anni

Nonna Adelaide, la bisnonna Rosalba e il bisnonno Antonio, Napoli1960

Sono ritratti : mia nonna Adelaide Porta (1940-1950), il mio bisnonno Antonio Porta ( 1907-1986) e la mia bisnonna Rosalba Clemente (1907-1998).

Nella prima foto viene raffigurato il palazzo lateralmente ed in parte frontalmente; si intravede il viale d’ingresso, dove ci sono due alberi, e, alla sua destra, c’è il cancello d’ingresso al palazzo.

Molti appartamenti di questo palazzo sembrano disabitati, perché tutte le persiane sono chiuse, mentre la piazza vuota sembra quasi un deserto, tipo le scene dei film western nel deserto che iniziano con un rotolacampo che viene trasportato dal vento .

Non ci sono né macchine, né negozi, né servizi commerciali, ma ci sono solo pochi alberi. Tra gli anni ’50 e ‘60 purtroppo la mia città fu teatro di una forte speculazione edilizia che portò alla nascita di grandi palazzi di cemento. Probabilmente anche questi edifici rientrano in quell’operazione costruttiva poco rispettosa delle leggi: la speculazione edilizia.

Nella seconda foto degli anni ‘60, il palazzo viene preso frontalmente e tra le tante persiane abbassate si nota che al secondo piano rialzato, al secondo balcone partendo da sinistra, ci sono due persone affacciate in lontananza: mia nonna e la mia bisnonna materne. Le due figure sono così lontane che non si possono distinguere bene i volti.

Anche qui il palazzo si affaccia su una piazza deserta con pochi alberi.

Il fotografo e le due persone raffigurate non ci sono più e quindi nessuno mi può raccontare i particolari di queste foto, che sono state trovate, per caso, in un grosso scatolone rosso conservato in un mobile in alto nel corridoio di casa di mio nonno materno. Immagino che fosse mattina o primo pomeriggio in una giornata primaverile dal cielo sereno, senza nuvole e con gli alberi in fiore.

Queste immagini sono completamente in contrasto con la situazione attuale raffigurata in questa foto scattata da me: infatti, la piazza è sempre caotica, trafficata di macchine e motorini: ci sono negozi, una pompa di benzina, una farmacia ed un decennale cantiere di lavori, che però nei prossimi mesi diventerà un piccolo parco.

Piazza Leonardo, Napoli aprile 2021

Da molti anni questa piazza è divisa tra due quartieri, Avvocata ed  Arenella

Luoghi nel tempo, di Giulia Silipo

Due cartoline e una foto per osservare come è cambiata, dal 1950 ad oggi, una strada del quartiere Vomero nella città di Napoli: via Cilea. Ho trovato in rete queste due cartoline partendo dal racconto di mia nonna paterna, Liliana, mi raccontò che da piccola viveva lì insieme ai suoi altri 3 fratelli. In questa foto in bianco e nero sono ritratti in piano americano, inquadrati dal basso con la mamma, Maria, a formare una piccola piramide umana. Mia nonna, a destra, e i tre fratelli, Alberto, il più grande, Francesco, gemello della nonna e Luciano indossano il grembiule.

Nonna Liliana con i fratelli e sua madre, Napoli 1949 .

Purtroppo, mia nonna, non è riuscita a trovare a casa sua le foto della strada, allora, presa dalla curiosità, ho cercato su internet qualche cartolina

E’ il punto in cui via Scarlatti, una delle principali strade del Vomero, si collega attraverso un ponte, a Via Cilea e nelle due cartoline si può vedere da due prospettive diverse: nella prima si vede quella in direzione di via Cilea, nella seconda quella in direzione di via Scarlatti

Nella prima cartolina ci sono delle macchine, alcune parcheggiate altre in movimento . Ovviamente sono delle macchine di quegli anni tra cui mi pare di riconoscere una Fiat la Topolino , prodotta dal 1936 al 1955, che si trova in primo piano. C’è anche una Vespa , progettata nel 1946 e diventata uno dei simboli del design italiano ed anche uno dei veicoli che ha più contribuito alla motorizzazione dell’Italia dagli anni ’50, come si può vedere in questo video

Nella seconda cartolina, invece, si notano dei passanti sul ponte; il paesaggio è così tanto vuoto che sembra quasi deserto. Mia nonna mi racconta che su via Cilea esisteva già il negozio di giocattoli chiamato “Casa Mia”( nato nel dicembre 1955 ): era lì che mi portava, quando avevo circa 6-7 anni, a comprare di tutto e di più.

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Via Cilea, Napoli 2021

Questa invece è una foto scattata da me cercando di riprodurre l’inquadratura della prima cartolina per mostrare la strada oggi. Non è molto cambiata.

Possiamo notare sicuramente il cambiamento dei mezzi di trasporto e l’assenza dei semafori e delle segnaletiche agli incroci.

Inoltre è molto aumentato il numero delle auto parcheggiate lungo i marciapiedi segno di un maggior traffico e quindi di maggior inquinamento.

Un oggetto e uno scatto d’altri tempi, di Marco Dello Iacono

Ho scelto per questo progetto un oggetto e una foto dall’archivio di famiglia.

Siringa in vetro, 1945

Questa immagine è stata scattata da me. Mi trovavo a casa di mia nonna paterna, Luciana Bruno, (nata nel 1935; una sua foto è presente nella narrazione di mia sorella, Cristiana) e ho intravisto qualcosa di strano nella vetrinetta in salotto. Mi sono incuriosito e le ho chiesto di cosa si trattava perché non avevo mai visto niente di simile. La nonna l’ha presa e mi ha spiegato che è una siringa antica in vetro, che risale al 1945, usata per iniezioni endovenose e intramuscolari. C’era bisogno dell’’apposito bollitore in alluminio che si vede nella foto. Il riscaldamento dell’acqua avveniva tramite un fornello a gas o elettrico per far sì che venissero annullati tutti i batteri.

Non immaginavo potesse esistere una siringa del genere!

Dal racconto di mia nonna so che, dopo la seconda guerra mondiale, le siringhe in vetro sono state gradualmente abbandonate a vantaggio delle siringhe monouso oggi utilizzate. Quelle in plastica sono entrate in uso all’incirca dagli anni ’80 del 1900.

Mia nonna la conserva ancora oggi perché era di sua madre ed è molto legata al suo ricordo. Inoltre lei conserva tantissimi oggetti antichi; in casa sua, a volte, sembra addirittura di stare all’interno di un museo perché oltre a questo oggetto ha anche il primo binocolo, telefoni antichi, un grammofono e un braciere antico in ottone.

Mia nonna è molto sensibile ed è molto legata a questi oggetti perché credo che rappresentino i suoi ricordi.

La bisnonna Carmela, Napoli 10 aprile 1946

Mi ha colpito anche questa foto che è stata scattata il giorno 10 aprile 1946 dal fidanzato della mia bisnonna, Francesco di Gennaro. La mia bisnonna, Carmela Leone, è ritratta a figura intera al centro dell’inquadratura, mentre cammina decisa e sorridente in Via Scarlatti, una delle strade centrali del quartiere Vomero di Napoli. La strada appare molto affollata, infatti dal racconto di mia nonna, Anna Di Gennaro, so che era una passeggiata domenicale: le persone si riversavano in strada per gustare un gelato o semplicemente per incontrarsi, perché non tutti avevano un telefono per comunicare e quindi gli incontri con le persone erano fondamentali, per dialogare. In questa foto il sorriso della bisnonna, il suo abito floreale, l’atmosfera vivace intorno a lei mi fanno pensare che in quell’anno (la seconda guerra mondiale era terminata quasi da un anno e dopo 15 giorni, il 25 aprile si sarebbe festeggiata la Liberazione) che doveva essere meraviglioso per le persone poter di nuovo riappropriarsi della propria vita e passeggiare spensierate. Proprio in quell’anno, tra marzo e aprile le donne avrebbero votato per la prima volta per le elezioni amministrative.

Qui di seguito un video sul 25 aprile ed uno con la testimonianza di donne che votarono nel 1946 dal progetto Senza rossetto che ho linkato più su.

Questa foto dunque ci regala un’immagine del dopoguerra dove le persone appaiono felici e libere di uscire con tranquillità. La bisnonna è radiosa anche perché sta passeggiando con il fidanzato che dopo qualche anno avrebbe sposato.

In questa foto mi ha colpito anche l’abbigliamento delle persone: gli uomini avevano pantaloni molto alti in vita, i bambini indossavano spesso pantaloncini (usati anche in inverno), le donne vestiti molto femminili e pettinavano i capelli con cura.

Foto nel tempo, di Flavia Forni

Quando la prof De Laurentiis ci ha proposto di costruire narrazioni che attraverso le foto raccontassero I cambiamenti nel tempo, ho pensato subito di coinvolgere mia nonna materna. Mia nonna si chiama Gemma e ha 76 anni; lei conserva sempre gelosamente le foto e i ricordi antichi. E’ una sostenitrice della conservazione dei documenti fotografici in formato cartaceo perché è convinta che le foto digitali possano deteriorarsi facilmente.

Nonna Gemma, Napoli 2020

Lei era quasi più motivata di me e ha subito cominciato a propormi idee interessanti su cui lavorare. Alla fine ho deciso di optare per un tipo di narrazione che comprendesse la storia dell’evoluzione della fotografia e delle macchine fotografiche in generale.

Mia nonna, sempre super contenta di aiutarmi, ha cominciato a raccogliere le foto più antiche che aveva cioè i Dagherrotipi, anche se non siamo sicure che si tratti proprio di questo tipo di fotografie, forse dei ferrotipi. Hanno una base rigida, non di carta infatti ed erano conservate in astucci

Dagherrotipi (?), 1846 ca.

Ho letto in rete che i dagherrotipi sono la prima forma di fotografia realizzata, un unicum su lastra di rame argentata, messa a punto dall’inventore francese Jacques Daguerre (1787-1851), il 7 gennaio 1839, che permetteva di riprodurre con un processo meccanico e chimico le immagini che si formano nella camera oscura.

Su questi presunti Dagherrotipi, purtroppo mia nonna non ha informazioni: non sa chi siano le persone ritratte, né chi avesse scattato le foto, sa solo che risalgono circa alla metà dell’Ottocento.

La seconda foto più antica che mia nonna ha risale al 1864-1865 e ritrae il trisavolo di mia nonna, Michele Pagano dei Pagani e sua moglie, Maria Antonia Ferraioli, con il loro unico figlio (il bisnonno di mia nonna) Ugone Pagano dei Pagani che portava il nome di un suo antenato che pare abbia fondato l’ordine cavalleresco dei templari. Probabilmente, essendo su carta, si tratta di una albumina.

Michele Pagano dei Pagani e sua moglie, Maria Antonia Ferraioli, con il loro unico figlio (il bisnonno di mia nonna) Ugone Pagano dei Pagani , Pagani 1864-65

E’ stata scattata a Pagani in provincia di Salerno, paese dove tutt’ora abita mia nonna. Da questa foto sono stati ricavati due dipinti ad olio, commissionati successivamente dal bisnonno di mia nonna, in cui la trisavola di mia nonna è ritratta in modo identico (come anche il trisavolo di mia nonna)  tranne che per un particolare, cioè che ha un vestito nero, perché quando sono stati realizzati i ritratti, lei era morta. I dipinti ricavati da queste foto sono esposti tutt’oggi nel salone a casa di mia nonna.

Questa foto, se messa a confronto con una scattata molti anni dopo (quasi100), di mia nonna con la sua famiglia, fa notare alcune differenze.

Mia nonna con la madre Cristina e i fratelli Michele e Ernesto, Pagani 1953 ca.

In questa foto i soggetti, cioè mia nonna, sua madre e i suoi due fratelli, sono sorridenti; invece in quella di prima sono assolutamente seri e sembrano quasi concentrati. Mia nonna mi ha spiegato che questo dipendeva da più motivi. Il primo era che una foto richiedeva molto tempo per essere scattata e quindi per i soggetti sarebbe stato scomodo restare in posa molto tempo sorridenti. Il secondo motivo era che, visto che una foto era un evento molto importante poiché abbastanza raro, si preferiva tenere una posa seria per poter conservare la foto e usarla in più ambiti, cosa che non sarebbe stata possibile se la foto fosse stata resa quasi “giocosa” da un sorriso.

Dopo queste prime, mia nonna mi ha fornito una serie di foto scolastiche da mettere a confronto tra di loro. La prima è questa foto risalente all’anno scolastico 1895-96, recuperata dalle carte antiche della mia bisnonna.

Classe maschile, Pagani 1895-96

In questa foto si nota subito il gran numero di studenti, precisamente 53, e la posa del maestro, molto seria e con il cappello sotto il braccio, che fa quasi pensare che nelle foto bisognasse levarsi il cappello per una forma di rispetto. Anche in questa foto i soggetti sono quasi tutti seri. Michele Pagano, il nonno di mia nonna, è il secondo da destra sulla prima fila dall’alto. Sul retro di questa foto è presente un timbro con scritto “fotografia ministeriale” ma mia nonna non sa che cosa indica.

Sulla storia della scuola in Italia, a partire da questi anni, ho trovato due video interessanti che ricostruiscono il contesto di questa e delle foto seguenti

La quarta foto, risale agli stessi anni della precedente ma è molto diversa.

Classe femminile, Pagani 1895-96

Innanzitutto si tratta di una classe femminile, molto meno numerosa. L’unica informazione che mia nonna ha di questa foto è che la prima ragazza da destra è la sorella di suo nonno. In questa foto le ragazzine hanno una faccia seria, quasi triste e indossano tutte dei lunghi vestiti con delle gonne.

Nonostante questa foto fosse scattata negli stessi anni e nello stesso paese, sul retro non c’è il timbro presente su quella di prima, il che potrebbe dipendere dal fatto che questa era una classe femminile mentre l’altra era una classe maschile. Negli anni successivi all’Unità di Italia si pose il problema dello sviluppo del sistema dell’istruzione, ma il ruolo delle donne fu a lungo marginale.

Classe 1917-18

La quarta foto risale all’anno scolastico 1917-18, in piena prima guerra mondiale. In questa foto è rappresentata la classe della mia bisnonna e anche un’altra classe della sua scuola che era stata unita alla sua poiché in quegli anni, durante la prima guerra mondiale, le classi erano molto poco numerose, infatti ci sono due maestre. Mia nonna ricorda che sua madre le raccontava che in quegli anni, non solo c’era la guerra, ma anche l’epidemia della Spagnola  e che, in particolare, suo padre si ammalò e quando guarì, si offrì di prestare aiuto ai malati, poiché lui era immune. Questa foto è stata conservata molto gelosamente dalla mia bisnonna perché ricordava con molto affetto sia la sua maestra, sia la compagna alla sua destra che era migliore amica. La teneva esposta in camera sua. Oggi mia nonna la conserva nella sua camera da letto.

La quinta foto è sempre di una classe, in questo caso dell’anno scolastico 1952-1953 ed è della classe di mia nonna.

Classe, 1952-53

Questa foto è stata scattata davanti alla scuola elementare a Pagani, in provincia di Salerno, costruita durante il ventennio fascista (1922-1943). Mia nonna è quella in piedi vicino alla maestra.

In questa foto la cosa che ho notato subito è che tutte le bambine hanno la divisa che non mi sembra abbiano invece gli alunni nelle foto precedenti, nonostante la scuola prima avesse regole più rigide rispetto a quella di questi anni. Mia nonna si ricorda in particolare di una bambina che andava sempre a scuola senza grembiule e che anche quel giorno “così importante”, non aveva cambiato abitudine e lei era molto infastidita per questo.

 Questa foto fu duplicata e una copia fu mandata alla proprietaria di una casa di vacanza che la mia bisnonna affittava a Maiori, come ricordo di mia nonna, visto che la sua famiglia era rimasta molto legata a lei.

La sesta foto è sempre della classe di mia nonna ma di qualche anno dopo (1954-55).

Classe, 1954-55

Mia nonna è la prima bambina in piedi da sinistra, nella seconda fila dal basso. Anche in questa foto le bambine sono quasi tutte serie ad eccezione di alcune che sorridono.

Mia nonna si ricorda che lei era molto contenta di fare questa foto e soprattutto era felice perché la bambina dietro di lei era molto sua amica e lei la ricorda particolarmente perché era figlia di profughi istriani che furono cacciati dall’Istria quando questa fu tolta all’Italia e annessa alla Jugoslavia, nel 1947, insieme alla città di Zara in Dalmazia, Fiume e le isole di Cherso e Lussino, Lagosta e Pelagosa.

L’ottava foto è ancora una volta una fotografia scolastica ma questa volta del fratello di mia nonna, il mio pro zio Michele che è il terzo bambino della seconda fila dal basso.

Classe, 1949-50

In questa foto i bambini indossano tutti un grembiule  e sono seri ad eccezione proprio del mio pro zio che è l’unico sorridente.  L’espressione del maestro è talmente seria che sembra essersi incantato a guardare qualcosa vicino alla fotocamera

Dopo aver osservato e “analizzato” queste foto e soprattutto dopo aver parlato con mia nonna, ho cominciato ad avere una percezione diversa della fotografia. Questo perché, vedendo le foto antiche e tutti gli atteggiamenti seri che si avevano in esse, ho capito quanto realmente fossero considerate importanti, al contrario di ora che sono ritenute molto meno significative e vengono scattate con tale frequenza da non poter essere conservate tutte come si faceva una volta. Questo secondo me è un aspetto negativo dell’evoluzione della fotografia perché le foto costituiscono dei ricordi importantissimi nella nostra vita e se non vengono conservate in appositi album, potrebbero essere perse da un momento all’altro. 

Ho infine fotografato le macchine fotografiche che abbiamo in casa affiancandole, in due casi, con foto che hanno scattato

Questa foto è stata scattata durante una vacanza estiva

In questa foto è raffigurata mia nonna materna, quando aveva un anno e ha in mano la custodia della macchina fotografica ICAF modello delta .Questa foto è conservata da mia nonna a casa sua. È esposta in una cornice, su una cassettiera che si trova in salone.

La persona raffigurata nella foto è mia madre sul suo girello, nel giardino della casa delle vacanze di mia nonna a Ravello. Questa foto è stata conservata da mia nonna in un album fotografico. Mia nonna si ricorda che poco dopo che questa foto venne scattata, mia mamma cominciò a scappare sul girello per evitare di mangiare e lei dovette inseguirla per tutto il giardino.