E’ tutta una questione di sorrisi, di Alessandro Montieri, II A

Buongiorno! Ho deciso di partecipare al progetto “SGUARDI E STORIE” raccontandovi il cambiamento delle famiglie nel corso degli anni, prendendo  spunto dalle foto dei miei nonni paterni e materni.

nonni

In questa foto è raffigurata la famiglia di mio nonno paterno Vincenzo Montieri, nato il 18 marzo 1938. La sua famiglia era composta da sua madre Rosa Menna, da suo padre Nicola Montieri e i suoi 2 fratelli, Gemma e Nunzio, che però in questa foto non sono presenti. Spesso mio nonno mi racconta che mamma Rosa, la mia bisnonna, era una casalinga sempre indaffarata e che impegnava tutte le sue energie nella cura amorevole dei figli e della casa. Nei suoi racconti è frequente la descrizione di suo padre Nicola Montieri, il mio bisnonno, operaio presso l’Italsider di Bagnoli e del lavoro impegnativo che svolgeva. Lo stabilimento Ilva di Bagnoli  è stato un impianto siderurgico sorto nel quartieri di Bagnoli, a Napoli, nel 1904 e oggi dismesso. Questo stabilimento venne realizzato per sfruttare i benefici della legge speciale per Napoli nel 1904 e per l’occupazione che avrebbe portato in città. Oggi, invece, quando parliamo di Bagnoli, non possiamo non ricordare “il problema amianto” e tutte le morti che ha provocato. Questo è un problema che porterebbe troppo lontano dai momenti di spensieratezza che invece voglio descrivere.

Nella foto qui presente ritroviamo raffigurati Rosa Menna, Nicola Montieri e, seduto sulla valigia, Vincenzo Montieri, probabilmente in un mese estivo, cosa che notiamo   vedendo i capi leggeri che indossavano. Stavano aspettando il treno per andare a visitare la città di Pompei. In questa foto nessun componente della famiglia dimostra entusiasmo per la  partenza e la  visita di una nuova località. Infatti sorridere in foto è un’abitudine soprattutto odierna, mentre all’epoca nelle fotografie non si sorrideva e tutti avevano una posizione rigida e distaccata verso l’obiettivo, o forse preoccupata.

All’epoca anche il rapporto tra i componenti della famiglia era molto più distaccato e non nascondo il pensiero che forse si portava anche più rispetto verso i genitori; possiamo vederlo anche nel linguaggio che si utilizzava verso i più grandi. Infatti si dava del “lei” ai genitori chiamandoli  “madre” e “padre”.

nonno

Questa foto ferma un momento di spensieratezza della famiglia di mio nonno materno, Alberto Sento con suo padre Alfredo, mio bisnonno, e  sua madre Raffaella, mia bisnonna, che dai racconti sembra fosse una donna che amava ridere (cosa che possiamo osservare anche nella foto) e che, anche nei momenti più brutti, riusciva sempre a strappare un sorriso a tutti.

In questa foto i 3 sono raffigurati mentre visitavano la Reggia di Caserta in un mese invernale del 1962. Ho trovato questa foto a casa dei miei nonni materni, nonno Alberto la conserva in una piccola cornice che tiene appoggiata sul comodino. In questa foto tutti accennano un sorriso e tra presenti prevale quello della bisnonna Raffaella.

famiglia papà

In questa foto è raffigurata invece la famiglia di mio padre. La sua famiglia è formata da suo padre Vincenzo Montieri, mio nonno, sua madre Maria Selvaggio, mia nonna, sua sorella Rosa Montieri, mia zia e lui, Rosario Montieri. I 4 sono rappresentati nel 1987 in Tunisia; presso la città di Cartagine, dove stavano osservando i meravigliosi scavi della città antica. Questa foto è stata scattata da un passante. Sono rappresentati in un mese estivo dato i capi che indossavano. Per prima cosa possiamo notare che i 4 sorridono e trasmettono le proprie emozioni cosa che non abbiamo ritrovato nelle foto precedenti. Infatti negli anni 80 i rapporti familiari erano molto diversi; non si dava più del “lei” ai propri genitori e il rapporto che c’era tra genitori e figli era più spontaneo e aperto.

famiglia mamma

Qui  invece è raffigurata la famiglia di mia mamma Barbara. In questa foto sono rappresentati lei, sua sorella Sabrina, mia zia, sua madre Celestina, casalinga, mia nonna, chiamata però da tutti “Titti”, e suo padre Alberto, mio nonno, direttore presso una banca. I 4 sono raffigurati nella città salentina di Lecce nel 1984 e possiamo osservare che sono in un mese estivo dagli abiti e anche da mio nonno che indossa la camicia sbottonata. I rapporti qui sono molto più aperti, i 4 sono tutti sorridenti ed entusiasti di questa vacanza. Mia madre mi racconta sempre che la sua famiglia le è sempre stata vicino e l’ha sempre aiutata nei momenti difficili.

mia famiglia

In questa foto invece è raffigurata la mia famiglia composta da mio padre Rosario, mia madre Barbara e mio fratello Mattia. Estate 2018: in vacanza nell’isola di “Puerto Rico”, abbiamo  alle nostre spalle il castello della città. Questa foto ci è stata scattata da mio zio con il suo smartphone. Possiamo osservare che tutti sorridono e si può anche notare  che tra i componenti c’è molta confidenza e non si ha più quel rapporto distaccato che si aveva in passato con i propri familiari.

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Il mio bisnonno in Albania, di Federica Buccino, III E

Francesco Paolo Gentile, il mio bisnonno paterno, nacque a Palermo nel 1915 ed era il primo di nove figli (in totale erano tre maschi e sei femmine) che si chiamavano Mimmo, Nino, Sara, Gina, Elvira,  Franca, Irene ed infine Francesco Paolo. Frequentò la scuola degli ufficiali e fece parte, per quattro mesi, della prima linea. In prima linea c’erano i soldati addestrati a combattere e si trovavano faccia a faccia col nemico, invece nelle retrovie aspettavano i comandi dei superiori a seconda delle esigenze. A venticinque anni fu chiamato a combattere per l’Italia durante la seconda guerra mondiale. Ha partecipato all’occupazione in Albania, Grecia e Jugoslavia da parte degli italiani negli anni dal 1940 al 1943. La seconda guerra mondiale è costata all’umanità sei anni di sofferenze con un totale di morti che oscilla tra i 55 e 60 milioni. Per fortuna il mio bisnonno alla fine della guerra riuscì a tornare dai suoi familiari a piedi e con mezzi di fortuna. Tornò sano e salvo nascondendosi  in un camion di patate. Le orribili immagini della guerra gli rimasero impresse fino all’ultimo giorno di vita. In questa narrazione mi sono concentrata su alcune foto che lo ritraggono in Albania nel 1938 e nel 1939.

Francesco Paolo Gentile, Venezia 1938

In questa foto Francesco Paolo Gentile, è ritratto in primo piano. Si trova a Venezia, prima della guerra, durante il viaggio di nozze nel 1938. In questa foto il soggetto guarda l’obbiettivo e accenna un sorriso. E’ stata stampata in bianco e nero e spillata su un cartoncino; è conservata nel cassetto dello studio di mia madre. L’autore dello scatto è un suo amico,Giuseppe Jaquinta. Il bisnonno si sposò con Maria De Paola, la quale aveva 21 anni e, dopo 9 mesi, nacque il primo figlio, Salvatore, fratello di mia nonna. Non si capisce bene cosa ci sia sullo sfondo ma si notano bene i particolari della divisa e soprattutto il cappello. Era un bersagliere.

Francesco Paolo Gentile, Tirana 1938

In questa foto, campo medio, il mio bisnonno è accovacciato con accanto un magnifico falco che veniva addestrato per studiare le mosse del nemico e portare messaggi. Quest’immagine è stata scattata da un collega nel 1938 ed è stata stampata in bianco e nero. Si trovava in Albania, più precisamente a Tirana. Sullo sfondo si vede il campo militare, a sinistra e alle sue spalle  si possono notare delle porzioni di tenda. Francesco Paolo, guarda fisso nell’obbiettivo Indossa una camicia, un pantalone, degli stivali e il cappello piumato caratteristico dell’ arma dei bersaglieri. Andava molto fiero di questa sua appartenenza.

Questa foto, come le seguenti sono precedenti all’entrata in guerra dell’Italia nel secondo conflitto mondiale. In particolare con l’Albania, il governo italiano aveva stretto rapporti dalla metà degli anni 20. “Sono questi, infatti, gli anni nei quali l’Italia fascista – interessata ad esercitare controllo economico, finanziario e politico sull’area ed al mantenimento di buone relazioni con re Zog – accresce il condizionamento sul commercio estero albanese; promuove, sotto l’egida della Banca d’Italia, la creazione della Banca Nazionale Albanese; favorisce iniziative diverse in campo agricolo, minerario ed industriale tramite la costituzione di società italiane o italo-albanesi. È il preludio diplomatico a quella che sarà la scelta politico-militare di occupare il paese. Il 7 aprile 1939 lo sbarco a Durazzo di un Corpo di spedizione militare italiano segna di fatto l’occupazione dell’Albania.” Queste informazioni le ho tratte da una sezione del sito dell’Istituto Luce dedicata agli archivi fotografici del Reparto Albania (1939-1943). Sul territorio dei Balcani (incluse anche Grecia e Jugoslavia) si giocò la contesa tra Germania e Italia, nel tentativo, che registrò diversi momenti di tensione, di controllare il Mediterraneo. Questo video dell’Istituto Luce presenta, con chiari intenti propagandistici, l’occupazione del paese.

Francesco Paolo Gentile, valle del Devoli, Albania, 1938

Qui il bisnonno si trova ancora in Albania, in una località sul fiume Devoli ed è stata scattata nel 1938 da un collega. E’ stata stampata in bianco e nero e conservata in un album. Indossa la sua divisa con degli stivali alti e neri. In questa foto è ripreso in campo medio e nello sfondo ci sono molte piante e lampioni. Passeggia in un parco e lungo un viale. Ha la divisa ma è un uniforme per la libera uscita; per un preciso lasso di tempo, dopo studi o esercitazioni, si aveva del tempo per uscire. Nel caso in cui un militare non aveva un comportamento adeguato, non poteva andare in libera uscita, rimanendo in caserma. Quando andavano in libera uscita, dovevano essere impeccabili e ordinati dato che rappresentavano l’Italia. La guerra è ancora lontana e nella valle del Devoli, il governo fascista aveva costituito un’ azienda per l’estrazione del petrolio (1935-1943), l’A.I.P.A. (Azienda Italiana Petroli Albania), voluta da Costanzo Ciano, ministro delle colonie. Questo video documenta la visita di Galeazzo Ciano all’azienda nel 1937.

Degli anni in cui fu in prima linea nei Balcani, a conflitto scoppiato, non conserviamo foto in famiglia, ma dai suoi racconti sappiamo della fame sofferta tanto che alcuni suoi commilitoni mangiavano animali e topi. Sempre per fame, il mio bisnonno, autorizzò l’autista di una camionetta a sfondare la saracinesca di un negozio di dolci per poter sfamare tutto il plotone. Poiché erano diversi giorni che non mangiavano, dopo stettero male per l’ingente quantità di dolci ingeriti.
A fine conflitto, la mia bisnonna risultava presunta vedova di guerra in quanto non si avevano più notizie di Francesco Paolo che a causa di una ferita alla testa perse la memoria. Riuscì poi a tornare a casa, come ho scritto all’inizio di questa narrazione, grazie ad un camion che trasportava patate e fu congedato con il grado di colonnello, non senza aver ricevuto diverse medaglie al valore militare. Quando finalmente riuscì a ricongiungersi con la sua famiglia, ebbe altri due figli: Maria Rosaria e Silvana, la più piccola. Nonostante tutti gli ostacoli, Francesco Paolo Gentile ha vissuto fino all’età di 92 anni.

Salvò tutti tranne se stesso, di Gian Carlo Rubino, III A

Galleria

Ciao a tutti! Mi chiamo Gian Carlo Rubino  e sono molto contento di  raccontare la storia dei miei avi e in particolare dello zio di mio padre, Francesco Rubino, nato a Salerno il 3 novembre 1910 e morto tragicamente nel … Continua a leggere

Cronache di guerra, di Lorenzo Capano, III E

Ecco qui il primo protagonista di questa narrazione, Carlo Capano, il mio bisnonno. Nato il 4 novembre del 1896 viene mandato in guerra a venti anni nel 1916.

Questo campo medio che lo ritrae a figura intera è stato scattato nel dicembre del 1917, come si legge dalla scritta a mano, a Torino e dalla stessa città la foto come cartolina è stata mandata in seguito per posta a suo padre Vincenzo come ricordo. Lo stesso Carlo appunta sul retro che se l’è ritrovata in tasca e l’ha imbucata al suo rientro in Italia, l’8 dicembre del 1918, a guerra finita. Mi piacerebbe sapere se la frase aggiunta sul fronte della foto, “Le beffarde geste della vita”, che per grafia e colore dell’inchiostro assocerei alla nota sul ritrovamento, risale al momento del rientro o è una riflessione successiva sul gran massacro che fu la Prima Guerra Mondiale.

Dal fronte, spesso spedisce lettere per narrare la vita da soldato alla sua famiglia descrivendo delle volte le scene più crude dopo una battaglia. Alcune delle fotografie che abbiamo conservato portano sul retro, scritti di suo pugno, degli appunti del momento o dei ricordi di anni successivi.

Trincea

Questa è una delle fotografie che sono state conservate da lui; in questo caso rappresenta un trincea in campo lungo e ci aiuta a capire le condizioni di vita in una guerra di posizione dove tutti gli uomini sono ammassati in condizioni pessime. Uno dei soldati si allontana dalla trincea per esplorare il viottolo e vedere dove conduce.

Monte Pertica

Ma le immagini più ricorrenti sono scene di guerra. La foto raffigura, con un totale, le vittime di un massacro sul monte Pertica. Non c’è un’indicazione precisa della data ma, dalla sconfitta di Caporetto (24 ottobre 1917), il fronte italiano si era stabilizzato sul Monte Grappa e sul Piave e il Monte Pertica era stata una delle cime più contese tra italiani e austriaci fino ad essere definitivamente conquistata dai nostri il 27 ottobre del 1918. Questo video illustra chiaramente l’ubicazione del fronte e le mosse dell’esercito italiano

Per questa foto che ritrae i corpi dei soldati morti in battaglia e adagiati sulle barelle , si legge una data sul retro

Dall’appunto di Carlo si desume che ci sia stata una battaglia tra il 6 e il 7 agosto del 1917 ma nella Cronologia della Guerra al fronte italiano non ho trovato nessun riscontro (forse ha confuso con il 17 agosto,Undicesima battaglia dell’Isonzo e vittoria italiana sull’altipiano della Bainsizza ?).

Questa foto fa capire in qualche modo cos’era la ”grande guerra”, una guerra di posizione in cui dovevi come soldato sparare a vista e in cui si utilizzarono per la prima volta le armi chimiche. Le maschere antigas divennero il simbolo di questo terribile conflitto

Premiazione di un ardito

In quest’altra foto possiamo vedere la premiazione di un Ardito. Anche Carlo faceva parte di questi speciali reparti. Gli Arditi erano reparti di assalto costituiti da soldati specializzati, temerari e audaci ufficialmente riconosciuti da Vittorio Emanuele III nel 1917. Qui è proprio Vittorio Emanuele III che procede alla premiazione di uno di questi soldati.

C’è un altro avvenimento che vorrei raccontare, ma purtroppo non possiedo foto con cui accompagnare la vicenda. Facendomi aiutare dai miei parenti, ho scoperto che il mio bisnonno Carlo Capano, dopo la dodicesima battaglia del fiume Isonzo (meglio conosciuta come battaglia di Caporetto, 24 ottobre 1917), fu fatto prigioniero. Mentre gli austriaci lo deportavano insieme a molti altri, fu costretto a portare il corpo di un nemico ferito. Durante il trasporto ci fu un bombardamento. Il mio bisnonno, sebbene in preda al panico, ebbe un attimo di lucidità: lasciò a terra il ferito che stava trasportando mentre tutti scappavano e riuscì a rifugiarsi in un posto al chiuso a prima vista sicuro. Purtroppo all’interno vi erano dei tedeschi che tentarono di imprigionarlo nuovamente. A a questo punto Carlo fece loro una proposta allettante: offrì del lardo che aveva con sé (e che in quel momento era molto prezioso)  in cambio della libertà! Quel giorno sfuggì così alla prigionia e, se non fosse stato così furbo, ora non sarei qui a narrarvi le sue gesta.

Ma ad un’altro ramo della famiglia appartiene un altro soldato che nel tempo libero si dilettava a scrivere.

Francesco De Peppo

Ragazzo del ’99 (dunque mandato in guerra prima di aver compiuto 18 anni per via del bisogno urgente di soldati) , Francesco de Peppo (mio prozio, fratello della mia bisnonna materna Margherita) trascorre i mesi da marzo a novembre 1918 in zona di guerra, prestando servizio in una batteria di artiglieria nei pressi del monte Coni Zugna. Scrive un diario di guerra gelosamente conservato fino alla morte, poi ritrovato dalla moglie e dai figli.

Oggi quel diario è stato raccolto insieme ad altere testimonianze di quella guerra nel sito http://espresso.repubblica.it/grandeguerra/index.php

Tra le pagine del diario di mio zio ho scelto questa, che si trova al link http://espresso.repubblica.it/grandeguerra/index.php?page=estratto&id=1023

Assisto a duelli d’aeroplani; ne cadono due (austriaci) di cui uno vicino la nostra Batteria. Colpito da proiettile antiaereo, si ferma un momento nell’aria, mentre tutto il cielo intorno a questi, si copre di nuvolette grigie, seguite da un piccolo sparo. Finalmente colpito altre volte comincia a volteggiare e a far capriole su se stesso, finché non s’abbatte al suolo. Che spettacolo raccapricciante! I corpi degli aviatori non si distinguono più, tale è lo sfacelo. Tutto il motore è sporco di sangue, e qui un braccio, la una gamba, a terra un groviglio di visceri, cervella, ed arti mutilati.

Ritorno pieno di tristezza e di melanconia. Poveretti! Anche loro forse, come l’abbiamo tutti, avevano una mamma, una sposa, un caro che l’aspettavano, anche loro forse in cuore loro maledivano questa guerra che l’obbligavano a combattere ed uccidere individui come loro, senza averli mai conosciuti, senza odio personale, ma solo perché fin dalla nascita, avevano inculcati a quegli esseri odiare individui che fossero nati in Italia, ed avessero il nome d’Italiano, come noi tutto quello che sa d’Austriaco.

Per tutta la giornata mi resta innanzi agli occhi lo spettacolo straziante di quei poveretti. Quanto è brutta la guerra, e quanto è più brutta la maniera che si combatte, essendo buona qualsiasi arma, qualsiasi strumento d’offesa. Non essendo la guerra che un duello moltiplicato migliaia di volte per se stesso, identiche dovrebbero essere le leggi d’onore. Se in un duello, l’avversario avesse la spada un po’ più lunga dell’altro si riterrebbe disonorato. Perché poi quello che è disonore per un uomo, non è infamante per una nazione? Perché si permette l’uso dei gas asfissianti? dei sottomarini? degli aeroplani che vengono a devastare città intere ed inermi? E perché infine si permette l’uso di tanti mezzi d’offesa sleali e diabolici?”

Uno dei testi preferiti del mio prozio è questo. Il titolo (anche se non dato da lui) è estremamente adatto: RACCAPRICCIANTE. Infatti Francesco si rende conto dell’atrocità della guerra e si sfoga in seguito su di un diario; scrive che, anche se era austriaco, il morto avrà comunque avuto una madre, una famiglia e nulla di diverso rispetto a noi, solo la nazionalità. Proprio come racconta Remarque in tante pagine del suo famoso romanzo “Niente di nuovo sul fronte occidentale”

Scrivere questa narrazione è stata l’occasione per conoscere storie di famiglia che non mi avevano raccontato. Certo, sapevo che il mio bisnonno era stato in guerra, ma ho potuto scoprire tanti particolari della sua vita.

Invece non avevo sentito parlare di Francesco de Peppo, ma mia madre mi ha raccontato che gli è stata molto vicina durante la sua infanzia ed è una persona a lei molto cara.

Ho scoperto inoltre l’importanza di mantenere in buone condizioni le testimonianze storiche di famiglia come diari o fotografie.

Queste storie testimoniano la particolarità della mia famiglia ; spero che siano state gradite e sono stato contento di averle condivise maturando un nuovo interesse per la mia storia famigliare.

Raccontare e raccontarsi includendo i conflitti. Possibile?

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I temi dell’incontro di lunedì 8 aprile con le insegnanti erano stati annunciati in un post sulla pagina FB del gruppo Sguardi e Storie: si è parlato infatti di uso di fonti e memorie di famiglia per “fare” racconto, storia e letteratura e per riconciliarsi con la famiglia, con alcuni dei propri cari e la propria storia, ma anche … con se stessi. Nel discuterne con le insegnanti si è considerata l’opportunità di far riflettere i ragazzi sul fatto che le fonti fotografiche o filmiche di famiglia, i racconti relativi agli eventi famigliari escludano molte “zone d’ombra”. Come per l’inquadratura e la messa in scena nella realizzazione di una fotografia, o di un film, così nella scrittura e nei racconti autobiografici e di famiglia c’è sempre un punto di vista che include ed esclude, tra visibile e invisibile, e spesso quello che si esclude è il conflitto.

Considerando le narrazioni finora realizzate dagli alunni, alcune particolarmente efficaci e interessanti come testimonianze di memoria, si è constatato come il dolore, le circostanze tragiche e le difficoltà della vita effettivamente non siano stati negati nel raccontare soprattutto gli eventi più lontani dal vissuto dei ragazzi, come le storie relative alla guerra e al dopoguerra, con nonni e bisnonni protagonisti. Però, quasi mai emergono i conflitti. Invisibile nei racconti di famiglia restano i conflitti, i litigi, le incomprensioni, le violenze (di vario grado) consumate anche nelle famiglie più “insospettabili” (tra parenti, tra genitori e figli, tra fratelli, cugini, amici, colleghi …).

Già lo storico e sociologo Pierre Sorlin ha sottolineato questo aspetto, questa difficoltà o mancanza nel racconto storico nelle scuole: come far comprendere i conflitti ai ragazzi, come farli esercitare per risolverli, o per provarci, a partire dalla propria esperienza quotidiana? Lui ha indicato, a tal fine, più che lo studio della storia, il teatro come attività didattica più efficace alla messa in scena, quindi alla comprensione dei conflitti, rispetto allo studio stesso della storia, o all’uso delle immagini, delle fotografie come del cinema (qui il link al volume, Schermi di pace, a cura M. Bertozzi, pubblicato nel 2005 negli Annali dell’Archivio audiovisivo del movimento operaio e democratico, che contiene il saggio dove esprime queste sue considerazioni).

Si è passati dunque a fare esempi di “narrazioni di famiglia” diverse, sia per forme, sia per linguaggi, sia per intenti.

In Piccola città, una storia comune di eroina, della storica, autrice di programmi televisivi e documentarista Vanessa Roghi, fotografie, racconto intimo e autobiografico, ricordi, ricerca storica, uso delle fonti e dei ricordi privati oltre che pubblici si intrecciano con rara efficacia per ricostruire anche un fenomeno storico, sociale, politico, umano, nonché economico tuttora poco indagato. Qui una interessante recensione al volume.

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Vanessa Roghi in un post sul proprio profilo FB racconta l’esperienza di presentazione del suo libro in un carcere e scrive:

“Vado a parlare del mio lavoro di storica. Lo faccio a partire da Piccola città che è la storia di una figlia e di un padre, negli anni settanta e ottanta del 900. E’ la storia di un’assenza, di una distanza, della necessità di capire, della difficoltà di non voler giudicare né esprimere un giudizio.
Il mestiere del giudice e quello dello storico hanno elementi in comune, il concetto di prova riguarda entrambi, così come quello di fonte, non dovrebbe riguardare lo storico il giudizio, ma lo riguarda l’indizio. Di queste cose abbiamo parlato in carcere così come degli elementi che servono per raccontare la storia, propria quella degli altri.
Ne abbiamo individuati quattro:

il punto di partenza
il percorso
gli altri
la scelta. 

Uno solo non basta. Ma molti uno solo ne usano. La storia non serve ad altro che a indicare un metodo, per il resto, per la consolatoria idea che serva a non ripetere gli errori ho guardato tutti negli occhi e ho domandato: ma guardate dove siamo? se fosse come dite voi dopo l’omicidio di Abele sarebbe andato tutto liscio…”.

La scelta, potremmo aggiungere, di individuare e raccontare, senza giudicare (possibile?), anche i conflitti…

Molti sono i casi di autrici e autori di storie di famiglia pubblicate in proprio, o realizzate solo per essere fruite in ambito famigliare. Si tratta di nonni, zii, figli che vogliono ricordare i propri cari, la propria storia privata che si intreccia con quella pubblica, attraverso le fonti di famiglia più varie (lettere, diari, fotografie, testimonianze orali, ricordi personali). Spesso sono ricostruzioni edificanti, di passaggio del testimone per quanto riguarda valori, mentalità, scelte di vita, all’interno della comunità famigliare. Durante il corso abbiamo avuto la testimonianza di Umberto Mandara, abbiamo incontrato i testi di Maria Teresa Perone, di alcune professoresse, tra cui Valeria De Laurentiis, che da anni partecipa a un laboratorio di scrittura autobiografica, inoltre di un fan del progetto, scrittore e storico “amatoriale”  appassionato quale Domenico Borsella. Abbiamo iniziato ad ospitare anche i racconti di persone esterne alla scuola (nella sezione racconti ospiti del sito).

Abbiamo, in questo incontro, constatato come la letteratura autobiografica, a partire da quella di Annie Ernaux e Rosetta Loy, si intrecci con la storia senza trascurare i conflitti, nel raccontare storie personali e di famiglia, ma cercando “la giusta distanza” per proporli secondo uno stile e delle modalità in cui le scelte “tecniche” narrative (per esempio il modo di raccontare i fatti della Ernaux in terza persona, come ha fatto notare Valeria De Laurentiis) possano aiutare a svelare.

Abbiamo quindi visto il film di Alina Marazzi, Un’ora sola ti vorrei, del 2002, in cui il racconto di ricostruzione della vita della mamma della regista e della sua famiglia diventa letteratura per il linguaggio specifico che usa nel mettere in scena i film dell’archivio di famiglia ritrovati, anzi scoperti. A questo link un’intervista alla regista che spiega l’urgenza e le scelte del film. Nel film, al di là dei suoi intenti più generali ed emozionali, emergono i conflitti, nemmeno tanto sotto traccia, tra una figlia e la madre, tra la figlia e il padre, tra la protagonista e i suoi figli, nonché i conflitti interiori della protagonista.

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Il film e le sue modalità di raccontare hanno colpito le insegnanti che hanno iniziato a ricordare e a fare esempi anche di proprie esperienze difficili, nonché di quelli di persone a loro care.  

Certamente è stato ed è importante per i ragazzi e le loro famiglie salvaguardare le proprie memorie, conoscere le storie relative ad alcune persone delle loro famiglie,  attraverso le fonti private e non solo, immaginarle e trasfigurarle con la fantasia. Quindi identificarsi con i parenti/protagonisti, riconoscerli come modelli, punti di riferimento, e conoscere anche grazie alle loro vicende la storia che debbono studiare sui manuali. Sentirsi quindi parte di una famiglia più vasta di quella conosciuta forse finora, consolidando un senso di appartenenza… ma si è constatato che forse bisognerebbe provare anche ad andare oltre, quanto meno stimolando delle riflessioni a partire dalle storie quotidiane che riguardano i ragazzi, ogni volta che un episodio conflittuale modifica non solo le loro emozioni, ma la loro stessa identità e il loro approccio con la realtà che li circonda e la società in cui vivono.

Durante l’incontro si è quindi riflettuto sulla possibilità, nella prossima edizione dell’iniziativa, di provare a realizzare un gemellaggio invitando a partecipare al Progetto Sguardi e Storie per esempio i ragazzi del carcere di Nisida, oppure scuole di periferia a Napoli, dove i ragazzi e le loro famiglie sicuramente vivono realtà e hanno alle spalle storie ben diverse dalla maggior parte di quelle emerse dai racconti della scuola Viale delle Acacie al Vomero. Alcune insegnanti hanno per esempio raccontato le loro esperienze educative e didattiche precedenti, in scuole frequentate da figli di camorristi, di comuni delinquenti, da ragazzi poveri e disadattati i cui modelli di vita hanno finito per essere soprattutto quelli delle fiction come Gomorra. Ne è nata una discussione sugli intenti e l’opera di Roberto Saviano, non conclusa, che forse meriterebbe un approfondimento anche diretto con l’autore.

Si è infine ricordato che sarà opportuno iniziare a far svolgere ai ragazzi l’ “esercizio” conclusivo, la cui traccia, con domande mirate a cui rispondere, è stata pubblicata nel precedente report.

Rovistando in cantina, di Maria Vittoria De Maria, A

Con l’aiuto di mia nonna ho deciso di raccontarvi le radici della mia famiglia attraverso alcune foto.

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Questa foto d’epoca in bianco e nero, che risale ai primi del novecento, è stata scattata da un fotografo dello studio “Foto La Medusa” a  Poggiomarino, paesino vesuviano in provincia di Napoli. Le persone ritratte sono i miei trisavoli Giuseppe Catalano e la moglie Immacolata, di cui non si conoscono molti particolari, e il loro figlio Antonio, morto giovanissimo a causa di una sconosciuta malattia. I familiari, li hanno voluti ritrarre insieme per ricordarli dopo la morte. Questa foto è stata trovata in una cantina della vecchia casa della mia bisnonna materna Maria Catalano data successivamente alla figlia Maria Rosaria Tutichiano, cioè mia nonna.

Qui è ritratto il mio bisnonno materno Davide Tutichiano. In questo periodo che risale alla seconda guerra mondiale, la maggior parte degli uomini si arruolava nell’esercito, tra cui il mio bisnonno con il ruolo di maresciallo.

Le foto sono state scattate in bianco e nero da alcuni militari nel 1941 in Italia, e conservate da mia nonna nell’album di famiglia.

Questi sono anni duri, dalle foto  traspare tanta durezza e tristezza per una guerra che ha portato tanti disagi , povertà ma soprattutto tanto lutto, tante vite spezzate e tanto dolore per chi è sopravvissuto.

Dopo lunghi e tremendi combattimenti e  una lunga malattia,  il mio bisnonno fu prima fatto prigioniero e , dopo essere stato rimpatriato,alla fine della guerra conosce e sposa la mia bisnonna, dalla cui unione nascono tre figli, la maggiore è la mia nonna Maria Rosaria.

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Qui è raffigurata mia nonna Maria Rosaria che gioca su un triciclo dell’epoca in una serena giornata di giochi nel cortile di casa.

La foto è stata scattata dal padre quando mia nonna aveva due anni, a Poggiomarino il 25 agosto del 1950. La foto è in bianco e nero ed è conservata nel vecchio album di mia nonna.

In quel periodo, i bambini giocavano liberi sotto gli occhi vigili di amici e parenti, la vita infatti era molto comunitaria e tutto si svolgeva nei cortili dove si riunivano le famiglie, per strada dove non c’erano tante macchine e le persone si conoscevano tutte: infatti non si conosceva la parola “solitudine”.

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Questa foto, scattata in uno studio fotografico a Poggiomarino nel 1952, e  conservata con cura da mia nonna, nel suo vecchio album in cantina, ritrae mia nonna all’età di 4 anni con il papà.

La foto inizialmente in bianco e nero, è stata successivamente colorata a mano, uno dei primi progressi della fotografia. I due erano seri e immobili per non rovinare la foto.

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Questa foto ritrae mio nonno materno Domenico Corcione, futuro marito di mia nonna Maria Rosaria Tutichiano, all’età di 12 anni. La foto è stata scattata in bianco e nero, nel 1956, a Poggiomarino nella sua vecchia classe dove iniziò la propria adolescenza. La foto è stata scattata da un fotografo, per rappresentare un ricordo di classe. Nella foto c’è il professore con di fronte i suoi alunni, tra cui mio nonno situato in seconda fila a destra con lo sguardo rivolto al professore. Questa foto è stata trovata nell’album di mio nonno, in cantina.

Ai tempi le classi non erano dotate di materiale scolastico come adesso, come per esempio, si possono notare i banchi che ai tempi erano molto semplici e vecchi rispetto a quelli di oggi. Non esisteva la penna biro ma sui banchi c’erano i calamai e carta assorbente, perché si scriveva con il pennino.

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La foto ritrae mia nonna, Maria Rosaria Tutichiano con in braccio la mia mamma Anna Corcione all’età di un anno. La foto è stata scattata a Poggiomarino, a casa della mia bisnonna materna Anna Vitulano (la madre di mio nonno). Questa foto è stata scattata in occasione del primo compleanno di mia madre. Quando si festeggiavano i compleanni, soprattutto dei più piccoli, le case erano piene di parenti e amici, un’occasione in più per stare tutti insieme. La foto è stata trovata nell’album di mia madre, ed è stata custodita insieme a tante altre foto sue e del fratello.

Il mio eroe, di Davide Vigilante, II A

Per il progetto sguardi e storie ho deciso di raccontare la storia del mio bisnonno materno Gennaro Vallinoti. A seguire è ritratto in una foto degli anni trenta.

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Nato a Napoli il 14 febbraio 1914 il mio bisnonno aveva origini spagnole. La sua famiglia era molto numerosa (4 fratelli e una sorella). Come quasi tutti i ragazzi dell’epoca non ha completato gli studi ma è stato comunque un uomo molto colto e intelligente con saldi principi.  Lui era un tipo severo ma molto simpatico da come mi  è stato raccontato non avendo mai avuto il piacere di conoscerlo essendo morto il 1 dicembre 1994 quando la mia mamma aveva appena 20 anni.

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Gennaro nel 1935

In questa foto che lo ritrae come si può notare dal suo abbigliamento durante il servizio militare, quando aveva appena 21 anni.

Il servizio durò circa 1 anno e prima della guerra riuscì a tornare dalla sua famiglia per un breve periodo. All’epoca non era ancora sposato.

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Il suo matrimonio con la mia bisnonna Maria Carato, fu celebrato il 5 luglio 1937.

Dopo il servizio Gennaro ha partecipato attivamente alla Seconda Guerra Mondiale, questo perché era primo cannoniere, ovvero colui che sparava dai cannoni.

Verso la fine della guerra molti soldati cominciavano a tornare a casa ma Gennaro no. Maria non aveva sue notizie da tempo ed era sempre in ansia talmente tanto che pure essendo una fervente cattolica istintivamente si rivolse ad una veggente la quale attraverso le carte le avrebbe detto se e quando Gennaro sarebbe tornato. La veggente le disse di stare calma e di tornare a casa. Maria non capì il perché ma così fece. Tornò a casa e trovò Gennaro, appena tornato, ad aspettarla.

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Gennaro nel 1944. Dopo la guerra riprese la sua vita e la redditizia attività di commerciante di pellami che condivideva con i fratelli.

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La famiglia di Gennaro nel 1952

Gennaro e Maria hanno avuto ben 10 figli (4 maschi e 6 femmine). Purtroppo due maschi sono morti in tenera età e questo ha segnato molto la sua vita. Sfortunatamente nel 1954 ci fu un evento che stravolse ancora di più la sua vita. All’improvviso venne ricoverato all’ospedale vecchio Pellegrini per essere operato d’urgenza di calcoli alla coliciste. All’epoca le condizioni igieniche dell’ospedale non erano buone, infatti per andare in sala operatoria si attraversavano dei sotterranei umidi e freddi. Questo ha fatto sì che il mio bisnonno nell’attraversare questi tunnel si è preso una broncopolmonite con pleurite. Stette in ospedale per molto tempo e quasi abbandonò la sua attività di pellami. Infatti in questo periodo i suoi fratelli per arricchirsi gli tolsero tutto ciò che gli apparteneva. Quando tornò non aveva più niente e fu costretto a crescere una famiglia senza un soldo. In seguito fortunatamente riuscì ad avere un posto come impiegato amministrativo.

Questa foto l’ho presa a casa di mia nonna in uno scatolone pieno di album di foto, nell’angolo di un armadio di casa mentre ne cercavo delle altre.