Le riflessioni conclusive dei ragazzi della III E, a cura di Valeria De Laurentiis

Dalle risposte all’esercizio_conclusivo somministrato ai ragazzi della 3 E, al termine della II edizione del progetto “Sguardi e storie”, si possono rilevare dati e proposte.

Quasi tutti i ragazzi vedono nella fotografia un modo per fermare, immortalare il presente; riconoscono il valore del ricordo e sono preoccupati della perdita della memoria sia di famiglia sia storica. Qualcuno sente più forte il valore emotivo dello scatto o il suo legame con la storia, come fonte e documentazione.

Scrivono della fotografia:

“Rende il soggetto ritratto un pezzo di storia” (Benedetta)

“E’ un modo di “affermarsi” nel tempo attraverso un’immagine anziché delle parole” (Vittorio)

“(…) uno scatto è una data sulla linea del tempo della nostra vita” (Karola)

“Per me la fotografia è il modo per conservare un’emozione” (Adriano)

“la fotografia mi piace perché attraverso uno scatto riesco a far vivere alle persone molte emozioni” (Aurelio)

“La fotografia per me è aperta quasi a tutti ed è un modo efficiente di documentare” (Lorenzo)

“La fotografia è il mezzo attraverso il quale catturiamo momenti (belli o brutti) che vogliamo conservare per sempre” (Sara P.)

Al cinema vanno poco sebbene ne riconoscano l’importanza. Vedono più spesso film in casa, ma soprattutto serie di cui raccontano nel dettaglio le trame.

Del cinema scrivono:

“Il cinema per me è uno strumento che ci permette di vedere altre vite ma soprattutto altri modi di vivere” (Chiara)

“Il cinema per me è come un libro in movimento. Ti riesce a far vivere più vite, anche solo attraverso l’osservazione” (Francesca)

“Per me il cinema può essere definito “la rappresentazione della vita “di ognuno di noi e spesso ci dà insegnamenti”. (Karola)

“E’ il modo in cui gli uomini provano a trasmettere emozioni vere anche su fatti inventati”

(Sara P.)

“Il cinema è un importantissimo mezzo per far passare messaggi che il regista pensa siano importanti, ma è anche importante per la propaganda; infatti fu utilizzato durante il fascismo” (Vera)

“Il cinema è un modo per aprire la mente a nuove conoscenze mediante l’uso dello schermo “(Benedetta)

Fotografano spesso: paesaggi, facce buffe, persone di famiglia, amici, animali. Grazie al progetto Sguardi e storie, descrivono i loro scatti quasi tutti indicando i termini del linguaggio specifico fotografico. Si pongono il problema di come salvare le foto: alcuni su cloud, altri le salvano su pc e ipotizzano anche di stamparne alcune (ma lo avranno già fatto o è solo un proposito? Temo che con il tempo ci troveremo in un deserto digitale se alcuni formati non saranno più compatibili con i pc di nuova generazione)

Non prendono in giro gli amici con le foto, scherzano qualche volta ma solo se l’altro accetta lo scherzo. Non tutti condividono la moda dei social (o forse non lo confessano); qualcuno riconosce l’importanza dell’intimità e segnala i rischi di un uso superficiale della rete.

Sui cellulari archiviano tantissime foto e video (addirittura 7000 foto in un caso!) ma non molti dichiarano di avere grande passione per la fotografia e di preferirla come mezzo espressivo. Sarebbe interessante capire quindi perché fotografano tanto o meglio l’atto del fotografare quali significati assume. Uno spunto per ulteriori ricerche!

Quasi tutti sono interessati alle foto scattate dai genitori e in famiglia; in genere, solo uno dei due è l’addetto alla documentazione degli eventi o dei viaggi utilizzando anche macchine fotografiche.

Solo per alcuni associare le foto agli argomenti di studio è utile, soprattutto per le materie scientifiche.

Tutti hanno foto a cui sono legati; si tratta di scatti legati all’infanzia, ai nonni, ai fratelli, alle sorelle e agli animali.

A proposito del legame con le foto:

“Molte delle foto a cui sono legata raffigurano me con una persona o un animale che non c’è più. Queste sono alcune delle foto a cui tengo di più credo perché me li ricordano, uno degli scopi primari della fotografia. Oppure mi piacciono foto che rappresentano momenti della mia vita; esperienze, felici o tristi che siano, sono sempre un ricordo e ricordare attraverso immagini è più efficace perché ti ricordi il luogo e quello che stavi facendo con quella persona. Nel mio caso una foto molto importante è il mio primo selfie, scattato con il primo cellulare che ho posseduto, con mio nonno, nel giorno del mio compleanno, in una pizzeria a Solopaca. Quella foto è molto importante non solo perché mi ricorda mio nonno, ma perché solo guardandola, mi ritrovo al mio compleanno di quattro anni fa. Pensando a questo devo dire che le foto hanno un grande potere” (Sara C.)

Molti non prestano grande attenzione alle immagini pubbliche e trovano quelle pubblicitarie troppo artefatte e lontane dalla realtà, soprattutto quando propongono modelli ideali di bellezza.

Tutti sono entusiasti del Progetto “Sguardi e storie” perché hanno conosciuto la loro storia famigliare, hanno collaborato con genitori e parenti, hanno scoperto storie personali e collettive. Hanno apprezzato anche molto le storie dei compagni, riconoscendole come fonti preziose di conoscenza storica.

Scrivono del progetto:

“E’ molto interessante perché ha coinvolto tutta la mia famiglia nella ricerca dei ricordi” (Simone)

“Credo che questo progetto sia molto interessante; ci ha fatto conoscere meglio le nostre fondamenta, facendoci capire che la storia siamo noi e, anche se partendo da una semplice foto, la stiamo scrivendo. Ci ha mostrato anche come i paragrafi dei libri di storia non sono soltanto banali parole, ma parole che raccontano la nostra storia; ho realizzato che tutto quello che leggo in quelle pagine ci appartiene pienamente” (Karola).

“Credo che questo progetto sia stato molto importante anche perché ho scoperto storie della mia famiglia che non mi avevano raccontato. Inoltre è anche un modo per collegarsi alla Storia e conoscerne dettagli che magari non vengono scritti sui libri” (Federica).

“La ricerca di Sguardi e Storie mi è piaciuta molto perché mi ha fatto scoprire cose del passato che non sapevo e poi l’ho trovata interessantissima perché ho potuto leggere le storie di tante persone diverse (Carolina)

“Ho ritenuto molto importante questo progetto; un modo di scoprire dettagli del passato che ignoravo; mi ha fatto rendere conto di quanto la storia ci sia vicina” (Benedetta)

Tra i suggerimenti per migliorare il progetto, alcuni spunti interessanti: prolungare le attività nel pomeriggio; prevedere interventi di esperti in classe; poter seguire il lavoro in tutte le sue fasi, anche quella di costruzione del sito web; effettuare visite ad archivi fotografici, inserire un corso di fotografia, coinvolgere altre scuole.

La maggior parte vede in tv e sul web immagini che raccontano storie del presente soprattutto tragiche. Molti fanno riferimento al telegiornale.

“Molte volte mi capita di vedere video in cui famiglie separate, a causa delle guerre attuali, si ritrovano. Quei video sono capaci di infondere dentro di me tantissime emozioni e rimangono impressi dentro me come un pennarello indelebile” (Vittoria)

Carente per tutti la risposta sulle istituzioni che si occupano di conservare le fotografie; hanno fatto riferimento preciso solo all’Istituto Luce. Me ne prendo tutta la responsabilità perché ho trattato genericamente l’argomento e necessito io stessa di una formazione più approfondita. Mi piacerebbe anche studiare a fondo il linguaggio cinematografico.

Le storie più votate sono state: 1) Oma, di Vera Ippolito, 2) a pari merito Il quinto dei Giacomo Randazzo, di Francesca Randazzo; Cronache di guerra, di Lorenzo Capano; 3) Buonasera nonno! di Carolina De Vivo.

Qualche osservazione a margine

Diversi sono gli spunti di riflessione che si possono trarre dalla valutazione di questo questionario e dall’esperienza di due anni di formazione come docente:

  • È necessario approfondire il significato e la funzione che le immagini, fisse e in movimento, stanno assumendo nei campi della conoscenza delle nuove generazioni.
  • Bisogna formare, anche gli adulti, ad una pratica della conservazione delle immagini digitali che preveda l’uso di tipi di file non deteriorabili, la stampa degli scatti più significativi, la raccolta, ecc
  • Lo studio del contemporaneo non può fare più a meno di una educazione visiva e dello sviluppo di competenze di contestualizzazione
  • Va introdotto nelle scuole anche lo studio della storia della fotografia e del cinema e la conoscenza delle istituzioni, degli archivi pubblici e privati che ne curano la raccolta e la conservazione
  • Lo studio delle immagini fisse o in movimento, il loro riuso, la loro produzione, l’utilizzo di strumenti per la loro elaborazione, l’approfondimento del linguaggio specifico e quindi una fruizione consapevole sono anche una delle vie attraverso cui mettere le basi per un “umanesimo” che finalmente ci permetta di sostanziare, con contenuti personali, collettivi, sociali la rivoluzione tecnologica che, sebbene prodotta da noi, spesso ci appare un’entità capace di dirigerci e sopraffarci.
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Riconoscersi e stupirsi, di Letizia Cortini

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“Riconoscersi e stupirsi”. Questo il titolo che si potrebbe dare all’incontro conclusivo della II edizione del progetto “Sguardi e Storie”, presso la Società Napoletana di Storia Patria a Napoli, il 21 maggio 2019.

Un pomeriggio festoso, allegro, oltre chiassoso, quello trascorso martedì scorso, nella sede di uno dei più prestigiosi istituti culturali della Campania, e non solo.

 

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Ancora grazie alla Presidente, Renata De Lorenzo, al Vicepresidente, Giovanni Muto e a tutto lo staff della Società napoletana di storia patria.

 

Oltre 300 tra ragazzi, famigliari, amici, studiosi, docenti presenti. I protagonisti assoluti sono stati loro, i ragazzi delle 9 classi dalla I alla III media, della scuola media Viale delle Acacie di Napoli.

Giovanni Muto ha accolto tutti con un caloroso benvenuto, quindi con un breve racconto e qualche aneddoto sulla gloriosa Società di studi e ricerche e sul suo prezioso patrimonio, che aspetta di essere scoperto, consultato, usato, valorizzato anche dai ragazzi più giovani, dalle scuole, oltre dagli studiosi e dagli studenti universitari.

Concetta Damiani, archivista e docente all’Università di Salerno, ha ribadito l’importanza degli archivi famigliari e di persona, nonché d’impresa per la storia di Napoli e del Meridione. Ha inoltre segnalato due importanti archivi di immagini per la storia della città, l’Archivio Parisio e l’Archivio Riccardo Carbone, a disposizione anche questi delle scuole e di iniziative didattiche e formative. Ha potuto inoltre con stupore ritrovare, grazie a uno dei racconti dei ragazzi, Il quinto dei Giacomo Randazzo, una sua nipote e apprendere parte della storia anche della sua famiglia!

Patrizia Cacciani dell’Archivio storico Luce Cinecittà ha fatto presente quanto il patrimonio del Luce sia trasversale a ogni tipo di storia, da quella più privata a quella collettiva, italiana e mondiale. Ha quindi ipotizzato una sinergia più stretta con Napoli e la scuola, a partire dal prossimo anno, in particolare su un altro progetto di Luce per la didattico, come più avanti indicato. Ha inoltre invitato per la III edizione di Sguardi e Storie a concludere e presentare i risultati del progetto a Roma, a Cinecittà.

Si è fatto quindi riferimento al prezioso patrimonio della Fondazione Aamod – Archivio audiovisivo del movimento operaio e democratico, con il suo sguardo militante sulla storia del Novecento e del Duemila.

 

Le professoresse, Valeria De Laurentiis e Antonietta Gioia, sono intervenute a nome anche delle altre colleghe che hanno partecipato attivamente a questa edizione (Anna De Vivo, Alessandra Di Giovanni, Michela Mazzotti, Vittoria Zambardino). Le docenti, non nascondendo la loro commozione, hanno riconosciuto un forte valore educativo a Sguardi e Storie, che quest’anno si è misurato con ben 9 classi: 4 prime, una seconda e 4 terze medie. Sono state ricostruite le fasi principali dell’iniziativa, riportate anche nel Diario di lavoro dell’attuale anno scolastico, evidenziando alcune diversità nella metodologia. Rispetto all’edizione precedente gli incontri di formazione si sono svolti esclusivamente con gli insegnanti, che hanno realizzato autonomamente i laboratori con i propri ragazzi, mettendo in pratica quanto appreso, sperimentato, elaborato, discusso durante i seminari, svolti con la sottoscritta.

Antonietta Gioia ha ripercorso velocemente i temi principali affrontati dagli alunni nelle loro storie e fotografie di famiglia. La docente ha con stupore constatato come un progetto di questo tipo abbia sortito l’effetto, tra gli altri, di avvicinare o riavvicinare alcune famiglie, così i ragazzi ai propri parenti.

E’ stata sottolineata l’importanza del progetto anche dal punto di vista sentimentale, dell’impatto emotivo per i ragazzi e i loro famigliari, grazie anche allo sviluppo delle capacità di ascolto, di attenzione, di riflessione attraverso la scoperta e l’elaborazione delle memorie private,  non solo personali. Attitudini che hanno portato la maggior parte dei ragazzi ad una più matura consapevolezza del proprio ruolo attivo all’interno di diverse comunità (famiglia, scuola, la propria città, il nostro paese, altri paesi).

Valeria De Laurentiis ha illustrato alcune sezioni del sito, scoprendo la ricchezza dei materiali e delle esperienze, i cui risultati, dopo due anni di lavoro, sono consultabili e accessibili attraverso una interrogazione semplice e intuibile, per categorie e parole chiave, oltre per indici, nelle pagine dedicate alle narrazioni delle diverse classi. Ha mostrato anche la sezione dei racconti ospiti, abitata dai testi di persone esterne alla scuola, che hanno voluto partecipare al progetto.

E’ stato ricordato l’approccio metodologico innovativo del progetto, focalizzato sull’uso e l’interrogazione delle fonti fotografiche e audiovisive, quindi sulla ricerca di altre fonti, sia nel web sia negli archivi di famiglia, infine nel riferimento costante agli eventi storici più generali, proposti nei manuali di storia, ma anche a temi e questioni del Novecento affrontati nei romanzi, nelle opere d’arte, nel cinema, con la consultazione di fonti diverse, sia primarie sia secondarie.

E’ stato illustrato l’avvio di una sperimentazione con la classe I E, da parte di Valeria De Laurentiis, che ha lavorato con i ragazzi “più piccoli” alla costruzione di un percorso specifico sull’uso del linguaggio fotografico, per fornire agli alunni strumenti di indagine e di narrazione diversi. Gli alunni di prima hanno potuto scoprire, documentare e rappresentare eventi della propria vita quotidiana sociale, secondo le metodologie proposte da Foto Educa, un progetto avviato quest’anno da Luce per la didattica, che sarà esteso e diffuso soprattutto a partire dal prossimo anno scolastico, rivolto in particolare alle scuole primarie e alle prime classi della scuola d’istruzione secondaria di I grado.

Sono state quindi avanzate alcune proposte per l’edizione futura del progetto: dall’idea di fare rete estendendo il progetto ad altre scuole della città, a quella di un gemellaggio con scuole di altre città e regioni, all’ipotesi di una collaborazione con il carcere minorile di Nisida, alla sperimentazione di nuovi percorsi, come il racconto della storia del passato, ma anche del presente, di Napoli, collaborando con altre istituzioni culturali, partendo sempre dalla documentazione fotografica e audiovisiva.

 

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Infine, i ragazzi si sono avvicendati nella sala Galasso della Storia patria, per raccontare la loro esperienza durante lo svolgimento del progetto. Per i più è stato sorprendente “fare la conoscenza” di famigliari, nonni, bisavoli, trisavoli, zii, di cui finora avevano ignorato l’esistenza. Vederli nella loro fisicità rappresentati nelle fotografie custodite in scatole, cassetti, album a casa dei genitori, più spesso dei nonni, ha significato per loro soprattutto scoprire la storia, a cominciare da quella raccontata nei loro manuali. Dal Risorgimento, all’unità d’Italia, alla Belle Époque, alla Prima guerra mondiale, al Fascismo, alla conquista dell’Impero, alla guerra d’Etiopia, alla Seconda Guerra Mondiale, alla Resistenza, alla Ricostruzione, allo sviluppo economico, commerciale, industriale del paese, alla sua più diffusa alfabetizzazione negli anni sessanta, ai rapporti con gli altri paesi, alla guerra fredda e al boom economico, all’emigrazione dalla campagna alla città e in altri paesi, all’accesso a mano a mano maggiore all’istruzione universitaria, alla storia della scuola, alla storia della moda, dei costumi, dei viaggi, alle vacanze … alle storie dei sentimenti: i ragazzi e le loro famiglie hanno scoperto con stupore e restituito con i loro racconti e immagini la storia del Novecento a partire dal proprio privato che si è fatto collettivo.

Al termine degli interventi Patrizia Cacciani e Letizia Cortini hanno consegnato a ciascuna classe e a ciascuna docente un premio: film documentari e di animazione di carattere storico prodotti e distribuiti in gran parte dall’Istituto Luce e dall’Archivio audiovisivo del Movimento operaio e democratico.

Si vuole concludere questa sintesi con la riflessione e il saluto dello storico Marcello Ravveduto, che non ha potuto essere presente all’incontro di quest’anno:

“Cari ragazzi,
Anche nella seconda edizione di Sguardi e Storie si conferma e si amplia la vostra capacità di raccontare la storia italiana attraverso il vissuto familiare. Donne e uomini che hanno i volti dei vostri bisnonni, nonni, zii o genitori. Immagini, inquadrature e contesti che vi avvicinano ad un mondo solo in apparenza lontano, ma che in realtà, guardando una fotografia, diventa “familiare” così come la storia che ha attraversato quelle vite.
Sguardi e Storie è un progetto di Public History che ha una triplice valenza: insegna la storia avviando gli studenti all’interpretazione delle fonti audiovisive; spinge le ragazze e i ragazzi ad intraprendere una ricerca come fondamento del pensiero critico; dimostra con le immagini che ogni storia è la nostra storia, ovvero la storia delle italiane e degli italiani dentro e fuori il nostro paese.
Ma soprattutto questo progetto riafferma anche quest’anno che la Public History, coniugata al sapiente uso pubblico delle fonti mediali, è un eccezionale strumento di didattica che restituisce protagonismo e ruolo sociale alla storia appassionando i cittadini del domani e formando nuove generazioni di storici digitali. Buon lavoro

Marcello”

Un’ultima indicazione: in calce ad ogni articolo pubblicato sul sito è possibile commentare, integrare, lasciare una riflessione.

 

Invito all’incontro conclusivo della II edizione del progetto Sguardi e Storie, Napoli 21 maggio 2019

Vi aspettiamo!

Grazie a tutti gli istituti che hanno promosso e patrocinato il progetto.

Un ringraziamento speciale alla Società Napoletana di Storia Patria, alla sua Presidente, Professoressa Renata De Lorenzo e allo staff della società, che ci ospiteranno il 21 maggio!

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Tra Catania e Roma, tra il Carso e l’Etiopia. Tratti di una breve storia di famiglia, di Elena Musumeci

Raccontare la storia della mia famiglia paterna è molto difficile, perché ho solo dei vaghi ricordi della mia infanzia con loro.

Eppure, ripescando qui e là nelle poche immagini del passato, possono riaffiorare i volti di mia nonna Elda Mezzadri, di mio nonno Antonino Musumeci, e del mio bisnonno Leo Mezzadri che, seppur mai conosciuto, era una presenza costante in piccoli ritratti caricaturali di vari membri della famiglia, da lui effettuati.

Nelle ultime settimane questi volti hanno riacquisito una voce, colori, pensieri. Posso dire di aver avuto modo di conoscerli davvero riordinando le carte di famiglia recuperate dopo la loro scomparsa, e lasciate per molti anni all’umidità e alla muffa, in uno scatolone in cantina.

Questo lavoro è stato rivelatore di molte cose teoricamente note ma toccate veramente con mano ancora una volta: le carte rendono le storie vive, e questo viene incredibilmente amplificato nelle storie così vicine a noi. Storie familiari, ma che non conosciamo veramente mai a fondo. Assieme a questo ho capito anche il perché in pochi, anche tra gli archivisti,  riordinano le proprie memorie di famiglia.

Il passato a volte può essere molto più complicato del presente.

Nella foto qui sotto, in cattedra, è ritratto frontalmente mio nonno, Antonino Musumeci.

nonno

Mio nonno era nato a Catania nel 1909 ed era un professore di matematica. Me lo ricordo in occasione di un solo incontro, in Sicilia, quando io avrò avuto all’incirca 9 anni e mia sorella Marina sarebbe nata da lì a poco. Nei miei ricordi è un signore alto e distinto, con un bastone da passeggio. Andammo a comprare il pane, dei panini col sesamo, e tutti lo chiamavano “professore”, il che mi fece sentire parte di una stirpe molto importante, anche se per me semisconosciuta.

Antonino Musumeci fu tenente dell’Esercito Regio in Africa. Aveva frequentato la scuola per allievi ufficiali ad Addis Abeba ed era a capo di combattenti àscari. Quando vi fu la conquista britannica dell’ Africa Orientale Italiana, fu fatto prigioniero e condotto in Kenya, dove rimase per molti anni, dal 1941 al 1947. A questo link un sito specifico ricostruisce la storia dei campi di prigionia inglesi in Kenya, ma non ho trovato il nome di mio nonno.

nonno

Una parte importante delle sue carte è costituita da una serie di lettere inviate e ricevute in questo suo lungo periodo di prigionia.

lettera

Per 6 anni le sue lettere riportano lamentele  per la sua salute cagionevole e alcuni interventi chirurgici subiti nel campo di detenzione, per il fatto di non ricevere notizie da casa, per il trattamento discriminante che diceva di ricevere in quanto italiano, e purtroppo a ciò si aggiunge una considerazione non sempre lusinghiera riguardo la popolazione locale, che credo fu frequente in chi ebbe parte in quell’esperienza, e che dunque deve essere stata comune di molti italiani – e non solo – in Africa, durante il colonialismo e la guerra.

Riuscì fortunatamente a tornare vivo a Catania nel 1947, e si riunì alle sue vecchie compagnie di gioventù. Qui incontrò mia nonna, Elda Mezzadri.

nonna

Mia nonna apparteneva a una famiglia della piccola borghesia catanese. Il padre, Leo Mezzadri, era stato anch’egli un soldato. Avevano vissuto qualche anno a Roma, in Viale delle Milizie – come risulta dalla corrispondenza degli anni del Fascismo – e poi erano tornati nella loro città natale durante gli anni della guerra. Mia nonna era abbastanza corteggiata, stando a quanto si può leggere nelle sue lettere.

Elda e Antonino si sposarono, nel 1951, e si trasferirono a Brescia, dove lui era stato inviato come insegnante.

nonna e nonno

Qui nel 1953 nacque mio padre, Mario Musumeci, e furono inviati molti telegrammi di auguri per la sua nascita.

mario musumeci

Tra questi spiccano i biglietti con le poesie del bisnonno Leo Mezzadri, con il quale mio padre Mario aveva un rapporto molto stretto e affettuoso.

bisnonno e mario

Il bisnonno Leo era stato dapprima un sottoufficiale degli Alpini, e come soldato aveva vissuto in molte città.

Aveva anche ricevuto delle onorificenze per aver combattuto sul fronte del Carso durante la Prima Guerra Mondiale.

attestato

Prima della guerra era stato direttore di un giornale locale “La Provincia di Mantova”, e aveva una spiccata inclinazione per la scrittura.

giornale

Era un uomo molto creativo, e ci sono moltissimi suoi componimenti scritti che venivano richiesti anche per propaganda pubblicitaria, oltre che turistica.

componimento

Poco dopo la famiglia lasciò Brescia e tornò a Catania, dove mio padre passò tutta la sua infanzia.

Purtroppo, il matrimonio tra mio nonno e mia nonna non ebbe l’esito sperato, e i due si separarono alla fine degli anni ’60.

Dopo qualche anno, nel 1971, mia nonna raggiunse a Roma mio padre che si era iscritto all’Università La Sapienza, e trovò una casa nel quartiere Cinecittà.

Da bambina io la conobbi abbastanza bene. Mi era molto simpatica anche se non mi dava troppa confidenza. Non era molto felice, e si rinchiuse per molti anni in casa senza uscire quasi mai. Ricordo però che partecipava da casa a moltissimi quiz televisivi, e ogni tanto vinceva gettoni d’oro. Inoltre era una lettrice compulsiva di cataloghi postalmarket, di cui restano moltissime testimonianze tra le sue carte a partire dagli anni ’70, assieme a copie di periodici di gossip e altre riviste di casalinghe e ricette.

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Mio nonno si risposò con una vecchia amica in comune delle comitive catanesi di gioventù, la “zia” Gemma, venuta a mancare di recente.

I miei nonni morirono in due città diverse, a tanti chilometri, ma a pochi anni di distanza, nel 1990 e nel 1993. I miei ricordi di loro sono molto vaghi. Ma Le foto e le carte di questo piccolo archivio di famiglia mi hanno permesso di conoscerli meglio, e sono il filo di una piccola narrazione tra tante, che attraversa tutto un secolo, il ‘900, e tramite cui si può ricostruire una parte della nostra storia comune.

Elena Musumeci, archivista, vive e lavora a Roma.

 

Una foto e un racconto, di Tommaso Oncia, III E

Cercavo delle foto per la mia narrazione, ma non ho trovato molto materiale in casa. Allora sono andato da mio nonno; insieme abbiamo scelto una foto a cui è molto affezionato e da lì ha iniziato a raccontarmi una storia di famiglia.

Pasquale Pugliese a cavallo con il nonno, Napoli 1953

In questa foto, del 1953, è ritratto mio nonno, Pasquale Pugliese, che è nato a Napoli nel 1949. È il bambino sorridente a cavallo con il nonno, Giuseppe Sernia che era nato nel 1898. Sono inquadrati dal basso, a piedi nudi e in canottiera, in una strada cittadina mentre, sulla destra, un signore di una certa età tiene fermo il cavallo per la cavezza.

Il mio trisavolo, prima del periodo fascista, era un proprietario terriero. Le sue proprietà si estendevano per gran parte dell’attuale Corso Vittorio Emanuele, quindi in città (quando però la città era meno edificata), dove c’era la villa di campagna della famiglia. Allevavano mucche, cavalli, maiali, conigli, galline e pecore. La moglie si occupava di portare il latte casa per casa, utilizzando i contenitori di alluminio di una volta.

La sua attività era molto redditizia, infatti riusciva a provvedere dal punto di vista alimentare al fabbisogno della sua famiglia e poteva, vendendo il restante dei prodotti, far fronte alle altre esigenze della famiglia.

Con l’avvento del regime fascista, cambiarono le leggi e ci furono una serie di restrizioni che in alcune circostanze diventarono vere e proprie prepotenze. Uno dei nuovi provvedimenti colpì direttamente il mio trisavolo. Infatti una nuova legge fascista prevedeva che l’agricoltura e l’allevamento degli animali non potesse essere praticato più in città ma solo in provincia.

Il fascismo, per fini di propaganda, da un lato esaltava l’attività agricola e definiva una sua politica agraria, ma nella realtà portò a un peggioramento netto delle condizioni dei contadini favorendo i grandi proprietari terrieri. In questo video dell’Istituto Luce è ripresa la mietitura del grano in Sardegna con evidenti scopi propagandistici del regime.

Le conseguenze della legge sulla soppressione delle attività agrarie cittadine non tardarono ad arrivare. Infatti un giorno la polizia arrivò alla tenuta dei miei antenati e sequestrò sia la terra sia gli animali. Mio nonno racconta che arrivarono con le “tummarelle”, cioè delle carrette con sponde laterali trainate da buoi e adibite al trasporto, su cui caricarono tutti gli animali sottoposti a sequestro. Da quel momento il mio trisavolo e la sua famiglia, privati di tutto, dovettero affrontare delle grandissime difficoltà economiche, considerato anche il particolare momento storico che non permetteva di iniziare nuove attività o trovare facilmente un posto di lavoro. Per compensare la perdita gli fu offerta la possibilità di lavorare in una famosa fonderia, sempre al Corso Vittorio Emanuele, dove era addetto agli altoforni per la fusione del bronzo che serviva per le sculture e altri prodotti artistici.

Ascoltare questa storia raccontata dal nonno è stato interessante e ho capito cosa ha significato vivere durante il fascismo quando dovevi sottostare a leggi e piegarti a ingiunzioni autoritarie.

Giacinto: storia di una vita speciale, di Giacinto Terreri, III E

[a cura delle insegnanti Anna Ciardiello, Giusy Perrotta, Blandina Comenale, Eva Granata e Giovanna Cozzolino]

Mi chiamo Giacinto e ho quattordici anni; sono nato nel 2004. Frequento la terza media e, come i miei compagni di classe, ho avuto l’occasione di narrare una storia che riguardasse la mia vita, utilizzando anche fotografie.

Ho costruito un albero di cartone, con quattro rami .

Albero di Giacinto, Napoli 2019

Ciascun ramo rappresenta un pezzo della mia vita speciale: è l’albero della mia vita.

Nel ramo degli affetti, tra foglie e frutti, ci sono fotografie che ritraggono alcuni momenti trascorsi con la mia famiglia.

Albero di Giacinto, ramo degli affetti (particolare), Napoli 2019

In particolare, a destra , c’è una foto in cui ci siamo mia sorella, mio fratello ed io. In altri scatti sono ritratto in luoghi che ho visitato e infine non poteva mancare una foto di mio padre e mia madre.

Albero di Giacinto, ramo dell’amicizia (particolare), Napoli 2019

Il ramo dell’amicizia mi ritrae insieme ai miei compagni di classe che mi hanno accompagnato durante questo ciclo scolastico.

Albero di Giacinto, ramo delle attività nel pomeriggio (particolare), Napoli 2019
Albero di Giacinto, ramo delle attività a scuola (particolare), Napoli 2019

Gli altri due rami rappresentano le attività che svolgo la mattina a scuola e il pomeriggio con il mio tutor: sono un tipo molto impegnato e sperimento tanto! Nella foto del ramo delle attività a scuola, potete vedermi proprio mentre costruisco questo mio albero.

Una FREDDA guerra… , di Matteo Vitale, III A

Quella che vi voglio raccontare è la storia del mio bisnonno materno. Ho trovato nei cassetti di un armadio dei miei nonni tanti ricordi… fotografie, lettere, cappelli e divise, giochi di altri tempi… Quello che mi ha più colpito è stato il racconto sulla vita del mio bisnonno Sabatino e della sua partecipazione alla Seconda Guerra Mondiale.

Si chiamava Sabatino Manfredi ed era nato il 23 gennaio del 1917, era il terzo di sei figli e i suoi genitori si chiamavano Amalia e Egidio (nome che poi fu dato al mio nonno materno, suo secondogenito).

FOTO 1

Il mio bisnonno, 1954, 10 cm x 15 cm

Eccolo qui, ritratto in una bella foto in primo piano in una occasione ufficiale. Sulla divisa sono visibili i simboli delle Campagne a cui prese parte, nonché i gradi.

Il suo papà morì molto presto e, a quei tempi, nelle famiglie così numerose, toccava ai figli maschi farsi carico della mamma e delle sorelle. Fu così che essendo il primo figlio maschio fu subito iniziato alla leva militare e, appena raggiunta la maggiore età si arruolò nell’esercito Italiano, siamo nel 1935.

Soltanto 5 anni dopo, ahimè, l’Italia entrò in guerra, nell’ambito del Secondo Conflitto Mondiale. Il mio bisnonno era arruolato nella sezione dell’Artiglieria Pesante e faceva parte delle truppe che si muovevano sui carri armati (i Panzer). Ebbe il suo battesimo di fuoco con la Campagna dei Balcani, prendendo parte all’invasione della Jugoslavia. Si registrò una vittoria per l’Asse e si spianò la strada per l’avanzata verso la Russia. Partirono dalle basi in Albania, a Zara e in Istria e scesero a mano a mano nel territorio del Regno di Jugoslavia con divisioni di fanteria, motorizzate e corazzate. Il mio bisnonno si occupava anche degli approvvigionamenti e quindi doveva procurare beni di primissima necessità e derrate alimentari per la sezione a cui era stato affidato.

Dopo poco, ebbe inizio la Campagna di Russia. Qui il racconto si fa più duro: raccontava di grandi sofferenze dovute al freddo, alla mancanza di viveri, alla perdita di tanti commilitoni ormai diventati suoi amici. L’evento più drammatico corrisponde al racconto della Battaglia soprannominata della “Sacca del Don”. È il 26 gennaio del 1943 e mentre il grande inverno russo sferza le truppe, le residue forze dell’Asse cercano caoticamente di ripiegare nella parte meridionale del fronte orientale, a seguito del crollo del fronte sul fiume Don. Gli ultimi resti delle forze italo-tedesche-ungheresi, si trovano a dover affrontare alcuni reparti dell’Armata Rossa che si era stabilita nella cittadina di Nikolaevka per impedire la loro fuga. Di fatto, si ritrovarono accerchiati nella cosiddetta Sacca del Don.

 Il mio bisnonno Sabatino, insieme ad altri commilitoni che lo aiutarono nell’impresa, riuscì a salvare molti soldati, nonché il suo capitano, svuotando i camion che erano destinati al trasporto di viveri, armi, benzina e altri mezzi di sostentamento e riempiendoli di uomini, permettendogli in questo modo di superare l’accerchiamento e sfuggire a morte certa. In quella battaglia persero la vita 3.000 soldati, ma se ne salvarono in questo modo più del doppio.

Riuscito a sopravvivere a questa atroce esperienza, che lo segnò per sempre, rientrò in Patria e fu mandato prima a Bologna, poi a Firenze. In questo periodo andava e veniva da Napoli con il treno, che allora ci metteva tantissimo tempo a compiere i tragitti.

Ebbe anche la fortuna di incontrare l’amore della sua vita nella sua città natale e dopo un lungo fidanzamento, rigorosamente “in casa” (non poteva uscire da solo con la fidanzata, ma sempre accompagnato dalla mamma di lei!!!) finalmente il 5 gennaio del 1948 si sposò con la mia bisnonna Immacolata Esposito (per noi tutti in famiglia, Titina). Nel 1951 e nel 1954 ebbero due figli maschi il primo, Pio, il secondo Egidio, che poi sarebbe diventato papà della mia mamma.

FOTO 2

Titina a Napoli, 1945, 12 cm x 18 cm

Ecco la giovane Immacolata, è il 1945, ritratta a via Toledo nei pressi dell’edificio storico del Banco di Napoli, con alle spalle un gruppo di militari. Era normale, in quegli anni, vedere soldati per le strade delle città.

FOTO 3

Titina e suo figlio Pio, Napoli, 1949, 10 cm x 15 cm

Ed eccola sfoggiare con orgoglio il suo primogenito.

Quando finalmente fu definitivamente stanziato a Napoli, faceva parte della 10° SEZIONE O.R.M.E. Officina Riparazioni Mezzi Esercito come Furiere cioè addetto al controllo anche amministrativo dei pezzi di ricambio dei mezzi e delle derrate alimentari per la sezione.

FOTO 4

Sabatino in caserma con i suoi Commilitoni, 1962, 12 cm x 12 cm

Eccolo qui in una foto degli anni sessanta che lo ritrae in Caserma coi suoi commilitoni.

Andò in pensione nel 1978 e fu congedato con la Medaglia a Croce alla carriera militare con il Titolo di Aiutante Maresciallo Maggiore con l’onorificenza di Cavaliere della Repubblica datagli dall’allora Presidente Pertini.

Mia mamma mi racconta che era un ottimo cuoco, un papà, un nonno e un marito affettuosissimo, rigido nelle regole ma estremamente legato ai suoi affetti, forse proprio perché aveva rischiato più e più volte di perderli o di non avere la possibilità di avere una famiglia tutta sua.

Un aneddoto che da sempre accompagna il ricordo del mio bisnonno è che ogni volta che la famiglia si riuniva a casa sua per il Natale, la Pasqua o altre ricorrenze…si diceva che lui cucinasse “per un reggimento”, ma senza mai sprecare neppure una briciola!!! Forse proprio perché quel suo dover sostentare e procurare cibo per i suoi compagni di guerra lo aveva profondamente coinvolto.

Purtroppo non ho avuto la possibilità di conoscerlo perché è morto prima che io nascessi, il 2 novembre del 1997, ma in compenso eccomi qui in una bella foto del 3 novembre 2005, che mi ritrae appena nato accanto alla mia ormai novantenne bisnonna Titina, sua moglie, visibilmente euforica, molto orgogliosa ed emozionata per l’arrivo del suo primo pronipote.

FOTO 5

Io e la mia bisnonna; 3 novembre 2005, 9 cm x 16 cm